22/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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La città sana
dalla rivista "La salute umana" - LEGGI IL COMMENTO

(l'articolo che segue è stato pubblicato sulla rivista La salute umana, bimestrale di promozione ed educazione alla salute, fondata da Alessandro Seppilli e diretta da Maria Antonia Modolo, n. 217-218, gennaio-aprile 2009)

I dati ci dicono che il traffico, in città, è causa continua di morti, ferimenti, invalidità, infermità varie, senza che ciò crei nessuno scandalo e nemmeno allarme.
Inoltre la città d’oggi è causa di varie forme di malattia, soprattutto a causa della forte concentrazione di agenti aggressivi, dalle polveri sottili nell’atmosfera alle onde elettromagnetiche, dal repentino passaggio da interni  iper-riscaldati a esterni gelidi, d’inverno, o viceversa, d’estate; per non parlare di vere e proprie situazioni patogene come l’esposizione all’amianto.
Ma la vita in città, anche nelle sue forme quotidiane e meno traumatiche, crea situazioni di disagio che, a lungo andare, non sono meno dannose per la salute delle persone. E’ facile elencarne le cause: dall’isolamento all’affollamento, dal tempo passato in coda nel traffico alla frenesia del correre a tutti i costi. C’è un disagio del vivere nelle città di oggi, che è segnalato in modo particolare dall’assenza dalle strade di due intere età: i bambini e gli anziani. Gli uni e gli altri sono totalmente privi di autonomia, e vivono relegati in spazi chiusi e artificiali, trasportati da un luogo all’altro, per cui è impossibile incontrarne qualcuno per strada.
La città è fatta in modo che ogni esigenza possa esser soddisfatta in un luogo diverso, per cui si dorme in un posto, si lavora in un altro, in un terzo si va a fare la spesa, in un altro ancora si fa cultura o svago, e così via per lo sport, la lettura, gli incontri...
Eppure la città d’oggi è il risultato del tentativo di sfuggire alle condizioni oppressive e misere delle città di ieri: si è cercato di trovare soluzione ai problemi affidandosi alla tecnologia, senza conoscerne in anticipo tutte le conseguenze.
Parlare dunque del disagio di chi vive nella città odierna non significa tornare nostalgicamente a un mondo che non c’è più, ma significa riflettere su come rendere accettabile una vita moderna senza rinunciare alle possibilità della tecnologia, ma rendendola funzionale a un modo di vivere “umano”. Si tratta di creare una città a misura di persona: una città che non faccia ammalare, che non chieda sacrifici umani, che anzi faccia star bene. Non è facile dire come, né portare esempi che davvero rispondano a questa esigenza.
Perciò articolerò la mia riflessione su due versanti: uno sguardo sul passato per riscoprire il valore della Piazza come luogo del benessere politico della città, e uno sguardo prospettico su alcune possibili piste di lavoro in direzione di una città “sana”.

La Piazza di Perugia


Un elemento forte della costruzione degli spazi urbani è stato sempre, nel tempo, il valore politico della persona: regimi oligarchici o tirannici, tanto per semplificare, hanno preferito architetture enormi e un piano urbanistico incentrato sui luoghi del potere; viceversa, società più democratiche hanno seguito un disegno della città che tenesse conto delle relazioni tra le persone. L’esempio di una società orientata verso il potere diffuso può essere, per me, il Comune medievale di Perugia, governato per quasi duecento anni da un sistema complesso di cinque rioni paritari e ben quarantadue collegi delle arti (tra maggiori e minori).
Ebbene, la struttura della città (malgrado le inevitabili trasformazioni nel tempo) mostra chiaramente una articolazione altrettanto complessa, incentrata sulla Piazza Grande e sulle cinque vie regali, con gli edifici pubblici distribuiti su di esse secondo l’importanza.
La Piazza Grande non è un luogo naturale, ma è una costruzione artificiale, voluta dal Comune popolare, che, a cominciare dall’XI secolo, ha riempito l’avvallamento che esisteva tra il Colle del Sole a nord e il Colle Landone a Sud. La Piazza fu poi allargata verso est (oggi Piazza Matteotti) con grandi sostruzioni arcate.
Era una piazza che, praticamente, occupava l’attuale Piazza Danti, la parte orientale del Duomo, la piazza IV Novembre, la Piazza Matteotti (detta del Sopramuro), l’inizio del Corso fino a Piazza della Repubblica. A che serviva una Piazza così grande, in una città in cui le mura (ancora quelle etrusco-romane) rendevano raro e prezioso il suolo rispetto ad una popolazione in rapido aumento?
Evidentemente, serviva a contenere il popolo quando vi si radunava per le grandi decisioni: non a caso, mano a mano che a Perugia diminuiva il potere del popolo, la Piazza veniva decurtata di una sua parte, o per meglio dire di una sua funzione (e di un suo Palazzo).
Sulla Piazza si affacciavano i palazzi pubblici: del Podestà, dei Consoli, dei Priori, dei Notari e di altri Collegi... Al centro della Piazza, la Fontana, monumento civile e simbolico. Nella Piazza si svolgeva il mercato (ancor oggi ne abbiamo traccia nel nome della scala della Vaccara); i notai certificavano gli scambi; spettacoli, cerimonie e riti (religiosi e civili) avvenivano in Piazza.
Andare in Piazza significava entrare in contatto con tutti, con la città.
Oggi parleremmo di un uso polifunzionale, ma non generico: infatti, tutte le funzioni erano subordinate a quella “politica”, cioè alla gestione del bene comune della città. Che questa predominasse anche su quella religiosa (che pure le era intrinseca) è testimoniato dall’architettura, cioè dal contrasto tra la compiutezza e lo splendore dei palazzi pubblici e della Fontana, rispetto ad un Duomo incompiuto e grezzo.
In scala ridotta, ognuno dei cinque rioni ripeteva lo schema della Piazza su cui affacciavano gli edifici pubblici (ad es. le chiese, gli ospedali...): in questo modo, la centralità del comune non negava ma riassumeva le particolarità locali.

Verso la città “sana”


A cosa può servirci oggi un modello come questo? Non si possono certo abbattere le periferie, gli immensi condomini, i centri commerciali, le multisala e i centri servizi, che un modello di sviluppo tutto teso al profitto immediato ha sviluppato in aree estesissime e non più a misura d’uomo né di donna.
Si può tuttavia tentare di ridisegnare, in un paesaggio urbano deteriorato e informe, alcuni spazi urgenti e indispensabili, costruiti non attorno alle merci o al profitto, ma intorno alla persona ed ai suoi bisogni primari: l’aria, l’acqua, il cibo, il movimento, la relazione... Sembrerà strano, ma la civiltà che pretende di soddisfare tutti i desideri non è in grado di soddisfare questi bisogni.
Ecco alcune possibili piste di lavoro:
1. la mobilità umana, cioè la tendenza a collocare tutti i servizi e i principali punti di aggregazione e di attrazione in un raggio limitato (ad es. non più di ottocento metri), e possibilmente intorno ad una piazza libera da auto; e quindi largo spazio a grandi percorsi pedonali, comodi e ininterrotti, e a piste ciclabili, non per il passeggio domenicale ma per un reale collegamento tra luoghi di interesse collettivo: ad es. ufficio postale, scuola, chiesa, supermercato, bocciofila, anagrafe... In particolare, per i pedoni - tenendo anche conto che l’età media va aumentando - sono necessarie aree di sosta, con panchine frequenti (non più di cento metri di distanza);
2. la piacevolezza dei luoghi, per la quale non c’è bisogno di grandi opere artistiche, ma che va ricercata più semplicemente avendo cura di creare luoghi tranquilli, carini, in cui sia piacevole fermarsi, con panchine, certo, ma anche ombreggiati con alberi, con dei fiori, con poco rumore, riparati dalle intemperie...
3. la facilitazione della relazione, con la realizzazione di angoli di conversazione piacevoli e frequenti, messi negli slarghi della via, possibilmente panoramici o comunque ariosi, con panchine contrapposte o a L per favorire la conversazione, con una fontanella, degli alberi o una piccola tettoia per ripararsi (non quelle di plexiglas, che trasformano il luogo in un forno); non servono più grandi parchi, che pure hanno una loro funzione, ma servono piccole aree di incontro da sottrarre al parcheggio selvaggio. Di per sé, i percorsi pedonali favoriscono l’incontro: ma oggi bisogna pensare non a luoghi separati, dove si va apposta per riposare, ma a luoghi di incontro ricavati nel tessuto quotidiano delle nostre attività normali: il lavoro, la spesa, le riunioni, le visite mediche...
4. la restituzione dell’autonomia ai bambini, ai giovani, agli anziani, creando situazioni e luoghi di incontro all’aperto: spazi autogestiti per i giovani, percorsi (come i pedibus) e spazi gioco a sorveglianza discreta per i bambini, luoghi liberati per gli anziani che possano incontrarsi e parlare. Forse il modello da prendere in considerazione è quello dei centri socio-culturali degli anziani, che avrebbero però bisogno di due aperture: una, verso gli spazi esterni e pubblici, l’altra, verso i giovani e i bambini, in uno sforzo di incontro intergenerazionale che ricostruisca importanti legami sociali. Quando torneremo a vedere bambini e vecchi che passeggiano per le strade, avremo il segno che la città starà tornando ad essere a misura umana.
5. la manutenzione e la cura dei luoghi, come compito amministrativo primario (troppo spesso dimenticato): è l’amministrazione che, curando i luoghi, deve dare il segno dell’importanza dei luoghi in cui si svolge la nostra vita, e non lasciarli nel degrado e nella sporcizia; ma anche come possibile compito da affidare alle persone, ai gruppi: ad esempio, a un condominio o a una associazione o a singoli volontari si può affidare la cura di piccole aree verdi, di un angolo di conversazione, di un albero. Affidamento significa responsabilità: e chi si sente responsabile di un pezzetto di città non solo ne avrà cura, lo terrà pulito e a posto, ma cercherà di trasmettere questa cura a tutti coloro che lo usano (si pensi alla questioni dei cani nei giardini): l’affidamento è un piccolo passo verso l’impossessamento, cioè il sentirsi padroni della città e non più semplici utenti o peggio clienti e consumatori.
Andare meno in macchina da soli, stare meno soli, non disinteressarsi del bene pubblico; e viceversa muoversi, incontrarsi, curare l’angolo della via: tutte queste cose hanno l’effetto collaterale di far star bene anche fisicamente, di giovare quindi alla salute fisica, di ridurre non solo le tensioni psicologiche, ma anche l’obesità e le difficoltà motorie, circolatorie, respiratorie. Insomma, dopo aver sostenuto che “camminare fa bene alla democrazia”, oggi mi sento di dire anche che camminare, chiacchierare, pulire le aiuole fa bene alla salute: non sarà una panacea, ma aiuta.
Ecco allora cos’è una città sana: una città che facilita il movimento fisico e l’incontro tra le persone. Non è una visione idilliaca della città: è una visione profondamente innovativa e in insanabile  contrasto con le tendenze della speculazione. Ecco perché non è un’idea “innocua”.



Renzo Zuccherini


Inserito sabato 27 giugno 2009


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Commenti

Nome: annamaria lattanzi
Commento: città sana e mente sana. Ripuliamo la città in modo responsabile e cosapevole ... ma come aggregarsi? da tempo ho pensato di ripulire il giardinetto vicino casa, ma con chi ? da sola non potrei farcela...è necessario che una associazione prenda a cuore il problema. Che si crei un contatto. Un insieme di cittadini con rastrelli in mano e forbici per la potatura delle siepi darebbe un grande esempio di civiltà alle istituzioni che per mancanza di denaro non riescono. Ormai "l'istituzionalità delle funzioni" è solo un percorso del passato. Io credo che la città per divenire comunità si debba avvalere della repsonsabilità dei cittadini e del loro operare generoso. Basta con lo stare seduti su un divano nella passività e nella noia. La mente ne viene devastata e si arrende precocemente spegnendosi. Gl effetti si vedono in abbondanza.

Nome: Giovanni
Commento: L'analisi è perfetta e le soluzioni proposte sembrano semplici, quasi banali per sovvertire invece un consolidato sistema di prevaricazione della struttura sul singolo, di annullamento di bisogni e aspirazioni dei cittadini a favore di imperscutabili e insindacabili esigenze superiori. Mi piace molto l'idea di affidare a gruppi di volontari o di associazini di quartiere la cura e la salvaguardia di parchi o luoghi di uso comune. Magari si potrebbero coinvolgere le associazioni di persone anziane per organizzare gli spostamenti a piedi dei bambini da casa a scuola e viceversa alleggerendo il traffico e l'assalto di auto intorno agli edifici scolastici.

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