Il 6 maggio 1976 il terremoto sconvolge il Friuli. Paesi interi crollano, le poche strade si bloccano, l’acqua diventa cattiva, tanti muoiono, forte è la reazione fisica ed emotiva di tutti. La polvere delle macerie e della perdita offusca per giorni l’orizzonte. C’è un senso di vuoto, il futuro già misero e in fuga, arretra, facendosi opaco. Le informazioni, in un tempo ancora non sopraffatto dalla dittatura delle immagini, faticano a passare.0
A crollare è un mondo prossimo eppure distante, è una terra arcaica, un angolo d’Italia poco conosciuto che, come altri in diverse occasioni ma sempre legate a immani tragedie collettive, viene alla luce e si svela, narrando di tempi e prospettive diverse da quelle dell’Italia del boom economico, già in crisi da tempo ma ancora in voga e in vena di proporre i suoi modelli.
Ci troviamo a metà di un decennio difficile, cupo per certi versi, già spenta o incanalata in percorsi nuovi e imprevedibili la spinta e la speranza dei Sessanta. Sono gli anni di quella che verrà definita strategia della tensione, quelli che preparano il sequestro Moro, gli anni in cui va affermandosi con sempre più forza il Partito Comunista Italiano e contemporaneamente si accendono nelle città movimenti radicali che si richiamano al femminismo, a istanze libertarie, alla rivolta. A contenerne l’urto e a riproporre l’identico, l’arrogante e il securitario, strategie oscure di varia natura vanno profilandosi all’orizzonte incerto e vago del revisionismo di un paese familista e conservatore.
La reazione al nuovo si mostra in forme preoccupanti. Questo infiamma e agita cortei, manifestazioni e assemblee e si realizza il più alto numero di avvistamenti di ufo, la speranza forse che qualcuno da altri mondi venga a salvarci. In tutto questo è la natura, con una delle sue forme di potenza più devastanti a richiamare tutti presso di sé e a sviare per un po’ la troppa attenzione alla lotta per un mondo migliore. O forse indicando altre possibili vie.
È in questo scenario che si muove Anita, 16 anni, la giovane protagonista dell'ultimo romanzo di Antonella Giacon, Curare le pietre, edizioni Corsare. Padovana di nascita e residente in Umbria da molto tempo, da quando giovane maestra decise di trasferirsi a Perugia, Antonella Giacon ha al suo attivo romanzi e raccolte di poesie. Curare le pietre prende spunto da vicende autobiografiche, l’esperienza della giovane autrice come volontaria nei luoghi del terremoto, per aprirsi a temi diversi che riguardano la crescita, i passaggi, le iniziazioni, la scoperta dell’altro, la solidarietà, l’amore. Un romanzo di formazione che è anche l’affresco di un tempo drammatico e vitale nelle vicende del nostro paese.
La storia è narrata in due tempi diversi, quello dei giorni intensi e avventurosi dell’esperienza, con il suo carico di emozioni forti, sconvolgenti, assolute, in un tempo denso e accelerato e il tempo più lento della memoria, qualche giorno dopo il ritorno, in uno spazio neutro, per certi versi, che permette al fuoco e alla luce piena di decantare per fare posto a un tentativo di ricerca di equilibrio e di senso. Entrambi esposti e minacciati nel fuoco dei giorni sul campo.
Anita parte come volontaria per il Friuli devastato dal terremoto con Fiamma, amica e alter ego, diversa per carattere, desideri e prospettive e per questo complementare. Il viaggio, breve e decisivo, perché al ritorno si intuisce che nulla sarà più come prima e che ciò che informe si agitava comincia a prendere contorni e direzione, pone Anita difronte all’inedito, al non pensato e immaginato.
E la sfida, in un mondo per certi aspetti primordiale, è alta. È prima di tutto il corpo a doversi mettere in gioco, da subito e senza filtri o apparati ideali a cui richiamarsi, è il corpo e il sangue della terra ferita a chiedere cure urgenti e un mettersi alla prova senza posa. E poi il corpo dell’altro in un incontro che non lascia scampo.
L’urgenza, sullo scenario devastato e svuotato di senso che Anita incontra, spoglia di ogni resistenza, priva dei legami con ogni certezza di quello che si è lasciato, chiama ad essere senza indugi e reticenze. Una sorta di ritorno all’essenziale e forse per questo al vero. Ogni attimo è decisivo e Anita scopre un mondo di persone, parole, sapori, gesti, orizzonti, miti che in pochi giorni la rendono nuova e pronta, senza saperlo, senza sapersi, a vivere l’incontro con uno dei giovani del paese, estraneo e straniero in tutto e per tutto al mondo della protagonista, Nes, Genesio, il mai nato.
Anita con questo apparentemente inconciliabile, nel tempo sospeso sulle crepe e sui crolli, tempo del possibile, scopre un amore mai vissuto e tocca parti di sé sconosciute. Attraverso un ponte che solo lì, nel cuore di quel passaggio stretto e imprevisto, può essere. In quel varco, al buio, abitando le reciproche fragilità, ci si conosce e riconosce.
Un romanzo ricco, pieno, riuscito. Un incrocio di vite narrate con profondo amore, con la passione di chi usa le parole con onestà e rispetto, con il desiderio profondo di restituire la provvisoria ricchezza dell’umano.