Zampogne & lenticchie
Spello splendens, festa delle musiche tradizionali tra natale e epifania
Egregiamente coordinato da Goffredo Degli Esposti, Gabriele Russo e Davide Silvi, anche quest’anno il “Festival di musica del Natale” (medievale e tradizionale di cornamuse e zampogne) è stato partecipato da tanti appassionati che hanno riempito le sale nell’ascolto di musiche e canti proposte e proposti dai gruppi invitati ad hoc, e che hanno vivamente e attivamente condiviso la “passeggiata musicale-culinaria” lungo le vie, i vicoli, le piazzette di questo meraviglioso borgo umbro. Non desidero ripercorrere il racconto di cui ebbi modo di proporre l’anno scorso, per cui affronto la descrizione emotiva vissuta in questo nuovo inizio gennaio in maniera diversificata. A fine passeggiata, durata ben tre ore tra canti balli suoni e ambite degustazioni culinarie locali, la “festa” deambulante-canoro-musicale finisce. Come mi accadde e mi accade, abbandoni la “piazza” e ti incammini verso casa. E ti prende, mi prende una senso di tristezza, di melanconia, uno stato d’animo più forte ma contenuto data l’età (l’esperienza attutisce i disagi e le difficoltà anche emotive), perché ti senti (e lo sei) “vecchio” (“anziano”) e “antico” (apprezzi il musicante bravo e coinvolgente, ritrovi un vecchio amico che ti rimanda a giorni felici, scopri volti nuovi, belli e nostalgici - colpa forse di un residuo di romanticismo?), perché sai di non essere un musicista e di aver partecipato ad un evento quasi forzatamente (sì, sei presente, attivo, ma “marginale”), perché ti ritrovi (chissà, cosa voluta, figlia di un pessimo carattere?) solo, solitario, lontano, ormai. Ma i saluti dell’addio, foss’anche un arrivederci, cerco sempre di evitarli, lasciandomi essi un sentimento, ripeto, di “triste tristezza” (son fatto così: male?). Ma perdonate queste mie “elucubrazioni” pseudo-sentimentali. Torno alla “festa”, al “festival”. Mi è piaciuta a inizio percorso musical-culinario l’accostamento che Gabriele ha sottolineato per tutti i tanti presenti: le zampogne da un lato, offerte da loro musicanti esperti, popolari e professionisti, e le lenticchie (emblema sociologico-alimentare legato al nuovo anno), offerte dai ristoratori del centro storico. E ho subito accostato la zampogna allo zampone (tipico affiatamento culinario di un nuovo anno con le piccole ottime lenticchie nostrane – leggi, ipotizzo, Castelluccio di Norcia, Colfiorito et al.), a dire «oggi ti invito caro amico, caro sodale, caro turista, a gustare le nostre lenticchie non al classico zampone, bensì alla nostra zampogna», sì da gustare sia col palato ma anche con gli occhi e con l’udito (e con l’animo), la bontà di questo piatto (non solo) nostro, anche alternato a e da diverse squisitezze natalizie e non (dolci come salate). Un passo indietro. Il Festival, e siamo a quota sedici, inizia il 28 dicembre con il caldo concerto, nella fredda chiesa di S. Andrea, degli insuperabili Micrologus, oggi in formazione di quintetto. Professionisti della musica medievale hanno e ci hanno intrattenuto con una mirabile esecuzione di “Laudi” del XIII sec. ovviamente legate al tempo dell’avvento e della natività natalizia (“O Emmanuel”). Non sono musicista e non sono conoscitore né amante di questo genere musicale, ma la loro interpretazione – era la prima volta che li vedevo ed ascoltavo (me lo perdoneranno?) – è stata davvero sublime. L’anno vecchio ci lascia ed ecco il nuovo. Ed allora tutti ci precipitiamo nella Sala dell’Editto del Municipio spellano (bella e spaziosa la sala, ma poco calda e con acustica non perfetta) per immergerci nella “magia del Natale popolare” con il gruppo sabino (più laziale o invece più umbro?) de “LI NINNI”, i ninnoli: canti raccolti e salvati, reinterpretati e riproposti come piccoli tesori musicali e canori, “ninnoli di memorie passate”, appunto; non a caso il concerto aveva questo sottotitolo “Canti e storie dimenticate del folclore laziale (?)”. Un quartetto-quintetto davvero sorprendente: Giulia ci spiega e canta (voce potente e convinta); degli altri cito soltanto Daniele che con ocarina e zampogna/ciaramella (e non solo) ci avvince e stupisce. Ma qui la sorpresa per me è questa: è la prima volta che sento ed ascolto un gruppo di musica tradizionale che canta “La treccia bionda”. Un canto d’amore, canto anonimo, che toccò le corde sonore di Pjotr Ilič Tciajkovskij: la musica della canzone la inserì nel suo Capriccio italiano op. 45 (“babbo non vuole, mamma nemmeno, come faremo per fare l’amor…”). Il testo (una sua versione quantomeno) è questo.
La treccia bionda
Bella ragazza dalla treccia bionda, per nome vi chiamate Veneranda li giovani per voi fanno la ronda: Babbo non vuole, mamma nemmeno come faremo per fare l’amor? Venir se voi volete nel giardino, vi troverete, o bella, un tulipano che fatto par pel vostro canestrino. Babbo non vuole, mamma nemmeno come faremo per fare l’amor? E se mi date uno sguardo rubacuore, io, bella, proprio a voi lo voglio dare quel fior che tengo e che m’ha dato amore. Babbo non vuole, mamma nemmeno come faremo per fare l’amor? Poi vi dirò che rosa in primavera non è tanto voi siete tanto cara, e voi ci avrete gusto… e buona sera. Babbo non vuole, mamma nemmeno come faremo per fare l’amor? Babbo non vuole, mamma nemmeno come faremo per fare l’amor?
Il grande compositore russo verosimilmente la ascoltò da una fanfara a fine ottocento dalla finestra dell’albergo ove alloggiava durante il suo soggiorno romano. I Ninni ne hanno proposto la loro versione sabina. Ma dove nasce questo canto di fine ottocento – primi novecento? Non ne trovo traccia in Leydi né in Vettori, né in altri. La rete mi suggerisce una origine toscana (nel filone degli stornelli: la parola “babbo” orienterebbe verso questa ipotesi). D’altronde in quel periodo vacanziero di fine ottocento il nostro compositore soggiornò a Firenze, Roma, Napoli, Venezia e da ognuno di questi luoghi colse qualcosa di particolare. “Scrivendo in quei giorni all'amica von Meck, le confiderà che erano dei luoghi incantevoli, ove non esisteva né la pioggia né la neve, ma era come stare in posti mai sognati: la musica, le danze, le feste e tutto contornato da uno splendido scenario tutto sempre illuminato dal sole. Ed ecco che nasce questa pagina che ne descrive in musica le sue emozioni, il calore degli abitanti, le feste natalizie, il canto dei lagunari, gli stornelli toscani ed a conclusione una tarantella”. Altri lo fanno/farebbero rientrare nei canti di montagna (dove?); anche il Duo di Piadena lo inserì nel loro album “Meglio sarebbe” del 1975. Ma eccoci al sabato e il ritorno a Spello, in “quel bel paesello, tanto, tanto bello”. Ritroviamo Goffredo che con altri tre artisti professionisti (“4 flauti spirituosi”!) hanno creato un quartetto di flauti dolci tutti formatisi al Conservatorio di Musica di Cosenza: è la PIFA – Musica del Natale antico, di fatto musica antica e popolare del Natale, da loro rivisitata in maniera barocca e ricca di virtuosismo (la rivistazuione ce la spiega Goffredo, il virtuosismo lo apprezziamo noi del numeroso pubblico, con vista e udito, nella contenuta, calda e accogliente sala dell’Auditorium del Centro Studi “Adolfo Broegg”). E poi, e poi? Che si dia inizio alla sarabanda canora e musicale per il paesello, per rinnovare la tradizione dell’offerta propiziatoria del cibo (lenticchie ma non solo le “lenti” umbre), grazie alla collaborazione dei ristoratori, pubblici e privati, del centro storico di Spello (ma l’offerta della lenticchia è condizionata dall’offerta, prima e doverosamente, di un canto significativo!).

Ai vari punti sosta Davide ci consegna il testo del canto offerto. Tra le varie proposte legate alle festività di dicembre-gennaio riporto il testo di una Pasquella, la Pasquarella di Bocchignano (in Sabina).
Pasquarella di Bocchignano
Ecco Pasqua ch’è venuta Il signore ce l’ha mannat Ce l’ha mannata con tanta allegria Viva Pasqua Epifania Ce l’ha mannata con tanto onore Viva la Pasqua del Signore.
Ne venimo da lontano Direzione di quella stella Dritta a quella campanella Che ci illumini Maria Che ci illumini Maria Viva Pasqua Epifania.
Quella stella risplendente Che ai pastori apparve in cielo La seguirono quegli eletti Re di furono di Maria Re di furono di Maria Viva Pasqua Epifania.
Se ce date un gallinaccio Lo mettemo dentro al sacco E se non ce date niente Sete sempre brava gente. E se non ce date niente Sete sempre brava gente.
Fate presto e non tardate Che dal ciel casca la brina Ci fa venir la tremarella Viva viva la Pasquarella. Ci fa venir la tremarella Viva viva la Pasquarella.
Spello splendens è splendente anche dopo la ricca passeggiata musical-culinaria. E sì, perché al grazioso teatro della cittadina (il Subasio, in onore al monte di Spello!), la serata prosegue con antiche arie natalizie del centro Francia e Bretagna: Le fleur de Noel. Non vi assistito, ma Maria Vittoria mi ha confidato sia stata cosa davvero emozionate e bella. Ha suonato, leggo sulla locandina dell’evento, il Trio Ceccotti – Iamele – Rizzo (Italia Centro-Nord). Ed eccoci a domenica. Alle 17.30 nella Sala dell’Editto sempre fredduccia, ma sistemata ad arco (un arco che abbraccia tutti, cantori, musici e pubblico responsabile), l’addio (ma è un arrivederci alla prossima iniziativa 2026-2027) è offerto dal Gruppo del nord Italia ABALL REDON (sette bravissimi giovani artisti) che ci delizia con musica rinascimentale: è un concerto di musica proveniente dal bellissimo Cancioniero de Uppsala nel quale vengono cantati e suonati (con strumenti antichi), in polifonia, le “villancicos de Navidad” dedicate al Duca di Calabria (la complessa storia, qui omessa, ne spiega la strana realtà). È “la Noche Sancta, la natività tra sacro e profano”, che sorprende per l’originalità (soprattutto a chi, come me, è del tutto ignaro di queste realtà) e zittisce i presenti, fatti salvi i lunghi e calorosi applausi ad ogni passaggio musicale. Tripudio finale caldo pertanto, in questa giornata fredda e piovosa. Ma è la stagione, nevvero? Ciao a tutti!
Daniele Crotti
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