31/01/2026
direttore Renzo Zuccherini

Home >> La casa assegnata

La casa assegnata
Finalmente, dopo anni di persecuzioni, fame e paura, avrebbe avuto un tetto sopra la testa. Ma quando arrivò nella casa assegnata, si fermò sulla soglia. Dentro c’erano ancora i segni dei palestinesi che ci avevano vissuto prima


La regista israeliana Hadar Morag ha raccontato una storia che non riesco a togliermi dalla testa. È una storia piccola, familiare, ma capace di parlare di Storia con la S maiuscola, di memoria, di coscienza e di responsabilità.
La protagonista è sua nonna, una donna ebrea sopravvissuta all’Olocausto. Dopo la guerra aveva perso tutto: la famiglia, la casa, il passato. Come molti altri sopravvissuti, arrivò in Palestina/Israele con addosso solo il trauma, il dolore e il bisogno disperato di un posto dove vivere.
L’Agenzia Ebraica le promise una casa. Finalmente, dopo anni di persecuzioni, fame e paura, avrebbe avuto un tetto sopra la testa. Ma quando arrivò nella casa assegnata, si fermò sulla soglia.
Dentro c’erano ancora i segni dei palestinesi che ci avevano vissuto prima: piatti sul tavolo, oggetti lasciati in fretta, una vita interrotta. Era una casa palestinese, appena svuotata.
La nonna di Hadar capì subito cosa significava tutto questo. Capì che quella casa non era “vuota”, anche se lo era diventata. Capì che la sua salvezza stava passando sopra il dolore di qualcun altro.
E fece una scelta che oggi suona quasi impossibile:
rifiutò la casa.
Chiese di essere riportata in una tenda, preferendo l’incertezza, la povertà e il disagio piuttosto che vivere in un luogo ottenuto attraverso l’espulsione di altri esseri umani.
Non era una donna politica. Era una donna segnata dal trauma. Ma proprio per questo, forse, sapeva riconoscere il trauma negli altri.
Hadar Morag racconta questa storia non per accusare, ma per porre una domanda dolorosa e necessaria:
come può un popolo che ha conosciuto l’orrore diventare cieco davanti all’orrore inflitto ad altri?
Come si passa dalla memoria della persecuzione alla normalizzazione dell’ingiustizia?
Questa storia non cancella il dolore ebraico, né lo mette in competizione con quello palestinese. Al contrario: ci ricorda che il dolore non dovrebbe mai essere una giustificazione per infliggerne altro.
Che la memoria, se è vera memoria, dovrebbe renderci più umani, non più duri.
La nonna di Hadar Morag ci lascia una lezione semplice e radicale:
👉 la sicurezza senza giustizia non è vera sicurezza
👉 la sopravvivenza non deve trasformarsi in indifferenza
👉 la coscienza personale conta, anche quando la Storia spinge nella direzione opposta
Forse oggi, più che mai, abbiamo bisogno di storie così.
Storie che non gridano slogan, ma ci costringono a fermarci e a guardarci allo specchio.
Perché la memoria non serve a ricordare chi eravamo.
Serve a chiederci chi stiamo diventando.

(da fb)




Inserito martedì 27 gennaio 2026


Redazione "La Tramontana"- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 8352984