26/03/2026
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Il prezzo del sangue iraniano
Oro nero, gas e influenza regionale: e guerre raramente hanno una sola causa; i costi, come sempre, vengono pagati dalla popolazione civile e dalle economie più fragili del mondo


Il conflitto che ha avuto inizio il 28 febbraio scorso, in cui Israele ha deciso di attaccare l’Iran con un attacco preventivo, tutt’oggi non ha trovato una soluzione e i  bombardamenti continuano a fare vittime civili in tutto il territorio iraniano. 
La scusa di un attacco preventivo è stata usata più volte da Israele e la storia ce lo ricorda: era il 1967 quando Israele decise di agire con “un attacco preventivo” nei confronti dei paesi arabi con una guerra che durò sei giorni, e vide Israele trionfare, ma fu anche l’anno in cui iniziò l’occupazione illegale israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. 
Israele ha visto schierarsi dalla sua parte anche gli Stati Uniti con lo scopo di porre fine alla Repubblica islamica. Quest’ultima è stata sempre  vista come una grande minaccia per la sopravvivenza dello Stato di Israele a causa dei programmi nucleari e missilistici. 
Dopo il conflitto dello scorso giugno, durato dodici giorni tra Israele e Iran si era visto un piccolo spiraglio di luce per una risoluzione pacifica dando avvio ai colloqui di pace, ma la speranza si è spenta subito portando ad una escalation di eventi conclusasi nel peggiore dei modi proprio sabato 28 febbraio, giorno in cui Israele ha deciso di agire con la forza. 
I bombardamenti israeliani e statunitensi hanno provocato molte vittime innocenti. Il ministero della Salute iraniano, negli ultimi giorni segnala circa 1255 vittime civili e 189 militari. Secondo Human rights activists news agency ne vanno aggiunte 327 non ancora classificate, per un totale di almeno 1771 morti. Di questi, i minori sono almeno 193, molti dei quali morti durante l’attacco alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyibeh, a Minab.  L’edificio, come mostrato da un video pubblicato dall’agenzia di stampa iraniana Mehr, è stato centrato da un missile statunitense, uccidendo 175 persone, quasi tutte studentesse. Quella che secondo Trump doveva essere una guerra rapida si sta trasformando in un conflitto pericoloso e senza via d’uscita; i bombardamenti hanno colpito molti paesi del Golfo: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Azerbaigian, Bahrain, Cipro, Iraq, Kuwait, Libano, Oman, Arabia Saudita, Siria e Turchia. 
Dall’inizio del conflitto Teheran ha lanciato centinaia di droni e missili balistici contro i paesi vicini; molti sono stati intercettati, ma si registrano comunque numerosi edifici danneggiati, tra cui hotel di lusso a Dubai, basi militari, ambasciate statunitensi, aeroporti internazionali e porti. Gli attacchi hanno già creato problemi a diverse catene di approvvigionamento globali, generando incertezza nei settori del petrolio e del gas. 
All’inizio del conflitto l’Iran decise di chiudere lo Stretto di Hormuz, via strategica per il commercio marittimo del petrolio, ma dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran lo Stretto di Hormuz resterà aperto, almeno per ora. Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha dichiarato: “ Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Tuttavia, le navi degli Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane”.  Lo stesso portavoce ha aggiunto che l’Iran non può fornire garanzie sulla sicurezza delle navi di tutti i paesi e che eventuali incidenti sarebbero responsabilità di chi decide di attraversare lo stretto a causa della situazione di guerra. 
Dietro ad ogni guerra ci sono interessi economici, e anche in questo conflitto gli interessi non mancano; lo Stretto di Hormuz vede transitare circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa 500 miliardi di dollari in commercio energetico annuo. 
L’Iran esercita un controllo diretto sullo Stretto di Hormuz: questo rappresenta una capacità di deterrenza economica e geopolitica concreta contro le pressioni esterne. Questa instabilità non vale solo per il petrolio, ma anche per il gas, perché se i Paesi del Golfo diventano instabili , l’Europa e l’Asia si rivolgono al gas americano. 
C’è un interesse meno visibile ma strutturale: il petrodollaro, l’Iran vendeva petrolio aggirando il dollaro, attraverso accordi con la Cina e Russia in yuan e rubli. Un Iran destabilizzato o riconfigurato sotto un governo filo occidentale significherebbe riportare le transizioni petrolifere nell’orbita del dollaro, rafforzando il sistema finanziario americano. 
Le guerre raramente hanno una sola causa; in questo caso si intreccia la sicurezza di Israele, l’ambizione americana di dominare i mercati energetici globali, l’interesse dell’industria petrolifera statunitense e la volontà di contenere l’influenza di Iran, Cina e Russia nella regione. 
I costi, come sempre, vengono pagati dalla popolazione civile e dalle  economie più fragili del mondo. 



Vanessa Bocci

Inserito giovedì 12 marzo 2026


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