23/04/2026
direttore Renzo Zuccherini

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Carrozzoni urbani
Il tema della connessione è antico quanto la città stessa. Eppure si continua a ricorrere a un insieme eterogeneo di interventi. Più che un progetto, sembra una somma di soluzioni



Quando una città cresce secondo un modello insediativo caratterizzato da villette in collina e condomini in pianura, zone industriali e commerciali un po’ qua e un po’ là, spazi verdi (spesso chiamati parchi, ma che dei parchi non hanno nulla), senza prevedere fin dall’inizio un sistema efficace di mobilità, e in particolare di trasporto pubblico, il risultato non è solo una maggiore difficoltà negli spostamenti, si produce una vera divisione della città, che finisce per separare luoghi e persoPoste Italianene. Una frattura che riguarda i tempi della vita quotidiana, limita l’accesso ai servizi, impoverisce la qualità dello spazio pubblico e mette in discussione l’idea stessa di comunità.
In questi casi, più che continuare ad aggiungere soluzioni parziali, sarebbe opportuno fermarsi. Fermarsi non per rinunciare a intervenire, ma per comprendere con maggiore lucidità lo stato delle cose: leggere insieme la città storica e quella contemporanea, coglierne le relazioni mancate, le continuità possibili, le criticità strutturali. Solo a partire da questa consapevolezza può prendere forma una reale re-immaginazione urbana, capace di restituire senso tanto ai tessuti consolidati quanto a quelli più recenti.
La storia, da questo punto di vista, non è un esercizio nostalgico ma uno strumento progettuale. Nei primi anni del Novecento, un piccolo tram, una sola vettura, collegava la stazione di Fontivegge con Piazza Danti: un’infrastruttura minima, ma capace di tenere insieme parti diverse della città. Ancora oggi, in Piazza Italia, le rotaie affiorano come una traccia concreta di quella visione, ricordandoci che il tema della connessione è antico quanto la città stessa.
Eppure, paradossalmente, si continua a ricorrere sempre allo stesso approccio: un insieme eterogeneo di interventi, in parte non adeguati alla realtà locale, in parte riproposizioni di idee già viste, adattate senza una reale verifica della loro efficacia. Più che un progetto, sembra spesso una somma di soluzioni.
Il punto è solo culturale e politico. 
La Perugia di oggi è un organismo complesso, che richiede sguardi plurali e capacità di mettere in discussione abitudini consolidate. Aprire il campo a giovani architetti, in dialogo con altre competenze, urbanisti, ingegneri, sociologi, economisti, non è una concessione generazionale, ma una necessità progettuale. Significa rimettere al centro lo studio del territorio nella sua interezza e attivare strumenti come concorsi di idee, capaci di produrre visioni alternative, da sottoporre poi al confronto pubblico, anche attraverso forme partecipative come i referendum.
Più che invocare rotture drastiche, si tratta di costruire un ricambio reale nei processi decisionali, superando autoreferenzialità e logiche ripetitive. Perché la qualità della città futura dipende anche dalla capacità, oggi, di mettere in discussione chi decide, come decide e con quali strumenti.
 




Mauro Monella

Inserito lunedì 20 aprile 2026


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