26/02/2020
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Operazione "Laguna de Cerros"
Le indagini a Bettona: i dettagli dell'operazione

Mercoledì 29 luglio scorso, alle ore 11, presso il Comando provinciale dei CC, il Cap. Schienalunga ha reso noti i dettagli dell’operazione “Laguna de Cerdos”, che ha portato alla custodia cautelare in carcere di 4 componenti (o ex componenti) del consiglio di amministrazione d’amministrazione della CODEP, oltre agli arresti domiciliari per 3 dipendenti dell’ARPA Umbria operanti nel territorio di Assisi – Bastia, e 3 tra imprenditori zootecnici e trasportatori, per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali non pericolosi, avvelenamento delle acque, falso e disastro ambientale. Non solo. L’operazione ha coinvolto anche 60 aziende, 40 gli allevamenti industriali, con 100 mila suini, mentre 96 persone denunciate sono attualmente a piede libero. Ma proseguiamo con ordine.


Oggetto. L’operazione –  significativamente denominata “Laguna de Cerdos”, ossia “Laguna dei Maiali”, considerato anche la grande porcata ambientale che ne è emersa – ha trovato incipit, nel giugno del 2006, sulle lamentele di alcuni cittadini e su segnalazione dell’ex Sindaco del Comune di Bettona (Pg), insospettiti dalla gestione dell’impianto di depurazione comunale, affidata ad una cooperativa di oltre 40 allevamenti industriali, per un bacino di utenza distribuito nei Comuni di Bettona, Bastia Umbra e Cannara. In particolare il depuratore trattava i reflui suinicoli e le acque di vegetazione di frantoi oleari da cui si estrae biogas per la produzione di energia elettrica. Nel 2006 ne erano stati conferiti al depuratore più di 380 mila metri cubi.
Soggetti. L’operazione è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia (P.M. Dott.ssa Manuela Comodi), ed è stata condotta in modo impeccabile dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) di Perugia, con la collaborazione dei militari del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente e dell’Arma territoriale.


Risultati delle indagini.

Dagli accertamenti è emersa una complessa organizzazione gravitante attorno alla cooperativa che si occupava dello smaltimento finale di liquidi e solidi che - secondo l’accusa - venivano sparsi in modo illecito su terreni agricoli. I liquami, sebbene non nocivi per le colture, penetrando nel terreno hanno danneggiato gravemente le sottostanti falde acquifere, tanto che dalle analisi di laboratorio sui pozzi privati circostanti, destinati anche ad usi domestici, sono emersi parametri relativi ai nitrati di molto superiori a quelli ammessi dalla legge, provocando un vero e proprio disastro ambientale. Tanto più che tale smaltimento avveniva su circa 300 ettari di terreni, contro i 2000 necessari per smaltire tali quantità di reflui, in zona ad alta vulnerabilità ambientale. Le attività illecite - sempre secondo l’accusa - sono state compiute con la complicità di persone inserite negli organismi pubblici di controllo, i.e. ARPA, che hanno chiuso entrambi gli occhi sulla faccenda. Ma – onore al merito – tali persone sono state individuate grazie alla collaborazione della stessa amministrazione centrale dell’ARPA Umbria. Infine, nel tentativo di “sviare” i controlli e regolarizzare (solo formalmente) le attività illecite, sono stati prodotti documenti ed attestazioni irregolari e false, sia in merito alla destinazione dei reflui finali, sia in riferimento ai terreni disponibili per lo smaltimento.


L’azione pregressa di Legambiente Umbria.

A tutto ciò, poi, va aggiunto il tentativo di realizzare manufatti abusivi nel 2007, quando a Bettona era stato sequestrato un terreno destinato alla realizzazione di un invaso per i reflui della capacità di circa 84.000 mc. Questione che, d’altra parte, LEGAMBIENTE UMBRIA conosce bene, dal momento che tale “porcata” è stata impedita in seguito ad un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale Umbria, in cui Legambiente in prima linea ha affiancato il Comitato di residenti del Comune di Bettona, da anni impegnati per impedire la sconsiderata e smisurata realizzazione di lagune per la raccolta di liquami prodotti dai numerosi allevamenti di suini presenti nel territorio. Nello specifico la querelle giudiziaria contro la pubblica amministrazione si è incentrata, principalmente, sulla differente definizione di scarico e di rifiuto, con la seguente applicazione di una normativa ad hoc, come previsto dal D.lgs. 152/2006. La posizione di Legambiente, in sintonia con le interpretazioni della Corte di Cassazione, ha quindi impedito la realizzazione di vasche di stoccaggio di dimensioni notevoli, in prossimità del fiume Chiascio, principale affluente del Tevere. Ergo è stato evitato che un ente locale, oggi coinvolto in questa sporca faccenda, con ordinanza contingibile ed urgente autorizzasse un’opera certamente pericolosa per il fiume e tutto l’ecosistema circostante.


I capi d’imputazione.

Date tali premesse, il GIP Claudia Mattini ha accolto integralmente le richieste del PM, rinviando a giudizio le persone coinvolte, addebitando diverse fattispecie di reato, tra le quali spiccano, a livello ambientale: l’associazione per delinquere (art. 416 c.p.) finalizzata al traffico illecito di rifiuti (art. 260 della legge 152/2006, cosiddetto “Codice dell’Ambiente, che prevede la pena della reclusione da 1 a 6 anni); il disastro ambientale (ex art. 434 c.p., che prevede la pena aggravata della reclusione da 3 a 12 anni); l’avvelenamento di acque (secondo il disposto dell’art. 439 c.p., che è punito con la reclusione NON INFERIORE a 15 anni).



Legambiente Umbria

Inserito giovedì 6 agosto 2009


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