16/01/2021
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L'instabilità politica del Kenya fa dimenticare Hillary Clinton
La presenza del Segretario di Stato americano è l’ennesima occasione per riconsiderare le complessità politiche del paese

Sarebbe potuto essere un momento importante per il Kenya, la visita di Hillary Clinton, Segretario di Stato americano, lo scorso Mercoledì 5 Agosto a Nairobi.

Il suo discorso aveva l’intenzione di promuovere un nuovo modello d’approccio da parte statunitense nei confronti del paese africano, caratterizzato da un incremento dell’afflusso di dollari a sostegno di agricoltura e imprenditoria. “Vogliamo essere vostri collaboratori e non vostri padroni” ha affermato Hillary Clinton nel suo discorso.

Ad emergere dall’incontro però, con ampio eco sulla stampa americana, è stata l’ennesima riconferma della debolezza politica del paese africano. Il primo ministro Raila Odinga, al momento del suo intervento, non ha esitato a puntare il dito sulla piaga della sanguinosa crisi politica che ha impietosamente avvelenato il paese, lo scorso Gennaio 2008, subito dopo i risultati elettorali.

“Le elezioni in molti paesi africani, non sono mai vinte, ma truccate” ha affermato ridendo sarcasticamente il leader dell’Orange Democratic Movement, prima di lasciare la parola a Mwai Kibaki, attuale presidente keniano, implicitamente accusato di aver falsificato l’esito delle elezioni.

I contrasti politici non sono una novità in Kenya e possono essere considerati tra le cause principali della situazione critica del paese. Le famiglie che si sono avvicendate al potere dall’indipendenza oggi (i Kenyatta, gli Odinga e i Kibaki), hanno dimostrato un’incompetenza profonda nell’affrontare i gravi problemi del paese, preferendo concentrarsi su questioni personali, d’affari e tribali,  piuttosto che impegnarsi per migliorare la situazione della gente. Transparency International ha classificato il Kenya come uno dei paesi più corrotti al mondo. Il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) classifica il Kenya al 138 posto su 174 paesi in quanto a livello sviluppo umano (indice HDI). L’indice è calcolato sull’aspettativa di vita media, il livello di istruzione e il PIL.

Più di un terzo della popolazione vive con meno di un dollaro per giorno, condizione concretamente più preoccupante nelle aree rurali che in prossimità delle città.

Il livello d’istruzione, secondo un recente studio dell’Università Bocconi di Milano è al 69%, rispetto al 99% della Gran Bretagna e al 86% della media mondiale. Sono in pochi in realtà coloro in grado di leggere i giornali e di rendersi conto di ciò che accade all’interno del Paese. Tra questo gruppo d’eletti, sono ancora meno coloro che possono, in realtà, agire per arginare questi problemi. Questo è chiaro semplicemente vivendo all’interno del paese e parlando con gli indigeni, lontani dal comprendere il perché dello stagnamento economico e sociale del loro paese, nonostante molti di loro compendino che qualcosa non và, consci di meritare di più.

Immaginando che tutti gli alfabetizzati in Kenya si associassero per chiedere maggior informazione e riforme concrete, per le persone, essi sarebbero ad ogni modo una piccola minoranza, insufficiente per esigere un cambiamento.

Essi hanno bisogno di reagire in maniera positiva, di essere educati a collaborare anziché a combattere in strada in modo cieco, violento e irrazionale, com’è successo nel gennaio del 2008, dopo i risultati elettorali. Uno sviluppo sistematico del sistema educativo, congiunto all’insegnamento di nuovi metodi di partecipazione civile, atti a combattere la fame, la povertà e l’ipocrisia della classe politica, potrebbero essere i giusti incentivi per un cambio che Kenya e Africa attendono da tempo.
 



Nicola Zolin (L'Aja)

Inserito mercoledì 12 agosto 2009


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