22/01/2021
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I centri storici vuoti e l'espansione infinita delle città senza regole
Intervento alla Fiera delle Utopie concrete, Città di Castello, 9 ottobre 2009

(dal sito www.utopieconcrete.it)


Centri storici vuoti
Sono due i fenomeni che hanno investito le città italiane nell'ultimo ventennio. Da un lato i centri antichi e la prima periferia storica hanno ridotto drasticamente il numero dei residenti: il forte aumento dei valori immobiliari ha causato un'espulsione sociale molto estesa e diffusa. Le undici più grandi città italiane  hanno perduto circa 700 mila abitanti nel decennio compreso tra i censimenti del 1991 e del 2001, una popolazione pari quasi a quella dell'Umbria. Dal 2001 in poi lo spopolamento è proseguito con gli stessi ritmi.
Nei luoghi maggiormente sottoposti a flussi turistici, in particolare, l'espulsione dei residenti è stata ancora più violenta. Ogni anno nelle strutture alberghiere arrivano a Roma 30 milioni di persone. A Firenze sono 16 milioni. Venezia ne conta oltre 10 milioni. Questa sterminata massa di persone si accalca nei centri storici, affolla strade e piazze.
Se non bastasse, alcuni dei centri d'arte ospitano anche grandi università. Ai turisti si somma così un'altra robusta categoria di consumatori, gli studenti. A Roma ce ne sono oltre 250 mila, 95 mila fuori sede. A Bologna studiano oiù di 70 mila studenti, la metà fuori sede. A Firenze sono 40 mila. Sono fenomweni prevedibili e governati in ogni altra parte del mondo attraverso la realizzazione di alloggi per studenti. Da noi ciò non avviene, tutto è lasciato alle logiche di mercato senza alcun ruolo pubblico. Un posto letto vale 400 euro al mese, i valori immobiliari sono fuori controllo e i centri storici continuano così a spopolarsi.
A Venezia restano poco più di 60 mila abitanti, con i ritmi attuali non ci sarà alcun residente nel 2030. Nel centro storico di Roma vivono meno di 100 mila abitanti, erano 370 mila nel 1951. Nella Urbino storica vivono pochissime famiglie ed anche luoghi insospettabili, situati al di fuori dei grandi flussi turistici, come ad esempio Gemona, sono pressoché vuoti.
Era l'equilibrio tra ceti sociali che garantiva ricchezza di relazioni e bellezza. Oggi le attività legate alla residenza chiudono i battenti. Al loro posto arrivano i locali destinati a soddisfare il consumo effimero, pub, birrerie, locali del circuito mordi e fuggi. Attività tutte eguali, con la stessa offerta di merci, si susseguono in ogni luogo: le città tendono così ad assomigliarsi tristemente l'una all'altra.

Un'immensa periferia
Questo processo di espulsione è stato la causa di una forte espansione urbana e della creazione di tessuti periferici sempre più grandi. Le famiglie che prima occupavano abitazioni nei luoghi centrali abitano sempre più lontano da essi e impiegano un tempo sempre più grande per raggiungere il lavoro.
Pochi mesi fa l'Istituito centrale di statistica ha reso pubblici i dati sull'edificazione, quella legale, naturalmente, cui va aggiunta la quota di abusivismo, nel periodo che va dal 1995 (anno di uscita da tangentopoli) al 2006. In undici anni sono stati costruiti 3 miliardi e 200 mila metri cubi di cemento. Il 40% è rappresentato da residenze: più o meno 4 milioni di alloggi a fronte di un incremento del numero dei nuclei familiari di poche migliaia.
Il Wwf, insieme all'Università dell'Aquila, ha calcolato che dal 2004 a oggi sono stati consumati 3,5 milioni di ettari di territorio. Una quantità gigantesca: l'Umbria si estende su un milione di ettari circa. Il consumo ha riguardato dunque un territorio vasto tre volte e mezzo questa regione.
Ma insieme al fenomeno quantitativo si è prodotta anche una involuzione qualitativa delle periferie. L'abbandono dell'urbanistica, e cioè di qualsiasi regola nello sviluppo urbano, ha fatto trionfare il "mercato", ma l'economia neoliberista si è dimostrata, a differenza di altre epoche storiche, incapace di fornire una prospettiva alle periferie. Il sistema dei trasporti pubblici che rappresentava spesso l'unico strumento per progettare la qualità delle periferie è ormai abbandonato. Laddove i servizi erano stati realizzati, e cioè nelle periferie storiche, o sono stati lasciati in abbandono o privatizzati.
Si pensi alla norma che sta per essere introdotta nel sistema scolastico, che prevede la chiusura delle scuole con un numero di bambini inferiore a 50. Sarebbe la condanna di tutti i centri collinari appenninici e dell'area prealpina. La norma viene giustificata dalla mancanza di risorse economiche proprio mentre la Corte dei Conti ha certificato che per realizzare l'alta velocità ferroviaria tra Napoli e Torino sono stati spesi in 16 anni 51 miliardi di euro. Il vero problema è dunque, come afferma da anni Sbilanciamoci, la destinazione delle risorse, non la loro mancanza.
Ed anche il tessuto commerciale, e cioè il motore della nascita storica della città, è stato sottoposto ad una trasformazione senza precedenti. In questi ultimi venti anni, le realizzazioni più diffuse sono state quelle dei giganteschi ipermercati che punteggiano ogni luogo delle periferie e delle campagne. La loro apertura ha provocato il fallimento di un numero altissimo di esercizi commerciali di vicinato: anche la concentrazione dei luoghi commerciali sta dunque allentando la trama della rete urbana periferica.

Il neoliberismo divora le città
Ma quali sono i motivi di questa imponente edificazione che non ha alcuna relazione con i reali fabbisogni della popolazione? Il motivo vero è che siamo l'unico Paese dell'Europa occidentale in cui anche il destino delle città è stato affidato al mercato. Città e paesaggio sono stati ridotti a esclusivo fattore economico. Ogni altra valutazione, ambientale, sociale, culturale, o di benessere, non ha più diritto ad essere presa in considerazione. E' l'aver ridotto un prodotto complesso dell'attività umana come le città, ad una visione economicistica che sta producendo effetti devastanti.
Le caratteristiche dell'attuale sistema capitalistico sono sempre più condizionate da un sistema finanziario speculativo. Scrive Guido Rossi ne Il mercato d'azzardo: "Di fatto, allo stato attuale, il mercato finanziario del nuovo capitalismo è interamente nelle mani degli speculatori, mentre chi produce è costretto a recitare il ruolo di comparsa. La straordinaria liquidità degli hedge funds, dei fondi di private equity, le obbligazioni strutturate delle grandi banche, insomma l'intera panoplia di prodotti sempre più sofisticati e sempre meno comprensibili nei quali tutti i giorni ci viene chiesto di investire il nostro denaro è la stessa che tiene in scacco, da sola, anche le imprese più robuste e consolidate, esponendole ad acquisizioni e scissioni, o quantomeno a pesanti consizionamenti di ogni genere".
Dopo aver conquistato il sistema d'impresa, il mercato finanziario si è impadronito delle città. Anche dal punto di vista urbano le differenze tra i due periodi del capitalismo sono impressionanti. Quando sorse la prima industria manifatturiera, le famiglie del capitalismo erano indissolubilmente legate al luogo di produzione e contribuivano alla sua evoluzione. Torino e gli Agnelli. Milano e i Pirelli. Crespi d'Adda. Connubi indissolubili, e gli esempi potrebbero esserer molti. Le imprese leader dell'economia investivano nelle città, nel decoro e nella bellezza. Agli inizi del '900 un esponente della famiglia Pirelli ricopre l'incarico di assessore comunale all'urbanistica. I magazzini Rinascente sbarcano a Roma all'inizio del Novecento realizzando un bell'edificio in pieno centro storico. Qualche decennio dopo affidano ad un grande architetto, Franco Albini, il compito di inserirsi a piazza Fiume di fronte alle mura aureliane. Adriano Olivetti diventa sindaco di Ivrea e chiama nella città grandi architetti per la realizzazione dei luoghi di lavoro e le abitazioni per i lavoratori. E' sempre Olivetti, profondo studioso di urbanistica, a fondare nel 1948 il Movimento di Comunità. Le città, insomma, erano i luoghi della vita e della socializzazione e ad esse i detentori del potere economico dedicano significative energie.
Questo modello di città non esiste più. Le società leader dell'economia mondiale non ricercano più la qualità perché hanno reciso tutti i legami con i luoghi reali. Società che producono profitti immensi non investono più nella qualità della città. I guadagni vanno nei paradisi fiscali, pronti per essere impiegati in attività finanziarie tanto remunerative quanto slegate da qualsiasi contesto.

L'urgenza di utopia
In una delle ultime città descritte nelle Città invisibili, Calvino parla di Cecilia con accenti straordinariamente premonitori.
Un capraio chiede informazioni sul luogo da attraversare perché "Tocca alle volte a me e alle capre si traversare città: ma noi non sappiamo distinguerle. Chiedimi invece il nome dei pascoli: li conosco tutti. Le città per me non hanno nome, sono luoghi senza foglie che separano un opascolo dall'altro". Chi risponde è l'uomo urbano per eccellenza, che sa riconoscere invece "solo le città e non distinguo ciò che è fuori. Nei luoghi disabitati ogni pietra e ogni erba si confonde ai miei occhi con ogni pietra e ogni erba".
Dopo molti anni, anche il cittadino "cammina tra angoli di case tutte uguali" e si perde. Chiede così il nome del luogo in cui si trova. E' il capraio a rispondergli che si trova a Cecilia e che "da tanto camminiamo per le sue vie, io e le capre, e non s'arriva a uscirne".
"Anch'io non so da quando sono entrato in una città e da allora ho continuato ad addentrarmi nelle sue vie. Ma come ho fatto ad arrivare fin qui se mi trovavo in un'altra città lontanissima da Cecilia?". E il capraio: "I luoghi si sono mescolati. Cecilia è dappertutto".
Nelle città tutte uguali non vengono cancellati soltanto il paesaggio e la natura. Siamo in una situazione in cui perdono la memoria e l'identità anche i cittadini. Ambiente e umanità accomunati da un devastante destino di anonimia.
In una situazione così grave non resta che ricorrere all'utopia.
Tecnici e tecnicismi sono infatti inservibili se non sono innervati da nuovi paradigmi. In questi anni c'è stata una copiosa produzione di strumenti di intervento sulla città, ma quello che è mancato è un senso nuovo di quegli interventi, sempre più finalizzati alla sola valorizzazione immobiliare. Non servono nuovi strumenti, dunque, ma nuove idee. E queste nuove idee non si trovano neppure, a mio giudizio, nelle città cosiddette "ideali", e cioè alcuni gioielli del rinascimento. In esse, come insegnava Ernesto Balducci, si perpetua la dualità tra le pulsioni unitive dell'uomo e la violenza che le ha spesso attraversate.
Un pensiero nuovo si trova ad esempio in una "utopia concreta" godibile a qualche decina di chilometri da qui. Diomede Leoni, amministratore dei Medici, allievo di Michelangelo Buonarroti, ebbe in dono nel 1535 un terreno entro le mura di San Quirico. Non ci costruì la villa o case da reddito. Progettò e realizzò un meraviglioso giardino aperto a tutti, anche ai viandanti che percorrevano la via Cassia. Un giardino pubblico esistente ancora oggi.
Invece di metri cubi, spazio aperto e bellezza diventano un bene comune. Invece di una mentalità di rapina, l'affermazione del concetto di gratuità. E' un utile viatico in tempi in cui - appena pochi mesi fa con la legge 99/2009 e il decreto legge 135/2009 - anche la gestione dell'acqua è stata sottoposta alle ferree leggi della privatizzazione.
Il futuro è nel recupero dell'integrità dell'ambiente; ed è bello affermarlo in questo luogo, dove Alexander Langer promosse la Fiera delle Utopie concrete proprio per affermare la centralità di una nuova cultura ambientale.
 



Paolo Berdini

Inserito martedì 10 novembre 2009


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