17/04/2021
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L´Umbria che non t’aspetti
Forum / Appaltopoli, politica e affari

da L’altrapagina
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a cura di Enzo Rossi
Appaltopoli in Umbria ci restituisce l’immagine di una regione che si fa fatica a riconoscere. Alcune persone agli arresti, altre sotto inchiesta e una fitta rete di traffici illeciti in cui sono coinvolti in molti. È questo il quadro allarmante con il quale siamo tutti costretti a fare i conti. Per capire cosa sta succedendo in una realtà che più volte in passato ha vantato la propria “diversità” fatta di buone pratiche e politiche trasparenti, abbiamo discusso con Urbano Barelli, vice presidente regionale di Italia Nostra, Andrea Chioini, giornalista Rai e Ulderico Sbarra, segretario provinciale della Cisl.

l’altrapagina.
Un assessore provinciale, 10 dipendenti pubblici, il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, l’ex presidente regionale di confindustria: tutti indagati (alcuni perfino arrestati) per gli appalti truccati. Cosa succede in Umbria?

Sbarra.
Per ora non resta che prendere atto del lavoro della magistratura. E la realtà che emerge è indubbiamente inquietante e preoccupante. Ma l’edilizia in Umbria, sia pubblica che privata, presenta da anni dei lati oscuri. È necessario quindi accertare tutte le responsabilità, perché solo sulla base della legalità e della trasparenza si può pensare di costruirne una diversa. Ma, ripeto: il treno dell’edilizia di qualità in questa regione è stato perso una decina di anni fa, quando sono state varate alcune leggi regionali sbagliate e contraddittorie.

Barelli.
Oltre al fatto che un pezzo importante della classe dirigente di questa regione è sotto indagine o addirittura agli arresti, affiora una ulteriore questione morale di enorme rilievo che è stata sottovalutata o volutamente sottaciuta. Dalle intercettazione telefoniche emerge infatti uno spaccato di degrado della economia e della politica nei confronti del quale non c’è stata una reazione adeguata. È vero, alcune persone coinvolte si sono dimesse, ma all’interno di confindustria non c’è stato quel rinnovamento che sarebbe stato necessario.
Gran parte degli arrestati sono dirigenti dell’associazione costruttori di confindustria e Carini è presidente regionale dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) oltre che vice presidente dell’associazione industriali. Oggi queste categorie devono domandarsi se il malaffare era limitato a questi soggetti. Le dimissioni dei personaggi implicati da sole non bastano, occorre rinnovare le cariche e fare chiarezza all’interno delle categorie. Ma questo non sta avvenendo. Manca anche una riflessione complessiva sul sistema di potere che è emerso con le intercettazioni e le vicende giudiziarie. Pochi in realtà vogliono capire cos’è accaduto. Eppure, quando le responsabilità penali sono così vaste da diventare fenomeno sociale, quando su tre inchieste (appaltopoli in provincia, minimetro e la questione Giombini-Raggi) sono coinvolte 80 persone, emerge un problema sociale che non è più di competenza della magistratura che farà il suo corso, ma diventa una questione di ordine morale e sociale che va affrontata dalla società civile e dai partiti politici.

Chioini.
Sono stati citati questi tre casi eclatanti che hanno avuto rilievo giudiziario in meno di un anno e mezzo. E ogni volta che scoppiava un caso, sembrava che la corda fosse arrivata al punto di rottura. Eppure negli assetti di potere non è mai cambiato nulla. Questa sensazione del momento di rottura che non arriva mai è dovuta alla capacità di recupero del muro di gomma che si è andato costituendo attorno a quelle che sono le trattative nella distribuzione della ricchezza. Quella umbra è una realtà in cui le dinamiche sociali sono a bassissima velocità, quasi immobili. E questo è un problema culturale e antropologico più che politico. Nemmeno rotture di tipo giudiziario come quelle con le quali ci troviamo a fare i conti riescono a scatenare le rese dei conti che altrove siamo abituati a vedere, perché tutto si immerge in attesa della decantazione del tempo.

l’altrapagina.
Quello di cui stiamo discutendo sembra essere un problema che riguarda soltanto i costruttori. Ma è veramente così, o quella che è emersa è solo la punta dell’iceberg? Ci sono altre questioni in cui in questi anni la logica del profitto l’ha fatta da padrone. Ne elenchiamo alcune: la trasformazione della E45 in autostrada, il minimetro, la vicenda del Rio Fergia, la Foligno-Civitanova Marche, il nodo di Perugia… E poi c’è la complessa vicenda della sanità, che ormai più che alle esigenze dei cittadini deve rispondere a logiche di mercato.

Sbarra.
La Cisl da anni denuncia la costruzione diffusa di case di tutti i tipi e di ogni sorta di capannoni come l’elemento più grave di degrado di questa regione. Grave almeno quanto la costruzione delle strade di cui qualche anno fa non si parlava e molto più devastante delle cave. Anche la ricostruzione post-terremoto, pur essendo fatta abbastanza bene, ha lasciato ferite enormi; basta guardare le case popolari di tutti i colori realizzate dallo Ierp a ridosso dei centri storici per rendersene conto. Noi crediamo che un pezzo di industria debba essere sostituita dal rilancio di un turismo rispettoso dell’ambiente e della cultura. Non è possibile che la provincia di Perugia, e in particolare il capoluogo, continuino a essere le realtà dove si concentra la massima espansione edilizia, sia pubblica che privata. Non va dimenticato che quest’ultima rappresenta l’80% dell’edilizia umbra e si trova per la maggior parte nel territorio di Perugia. E se le risorse nazionali verranno ridotte o si farà il federalismo, si abbasseranno i controlli e la leva edilizia sarà utilizzata in maniera ancora più spregiudicata.
Non so se il fenomeno di corruzione si estenda anche ad altri settori, ma è evidente che l’edilizia è quello che si presta meglio a infiltrazioni e penetrazioni.
Barelli.
In Umbria sono entrati in crisi il modello di sviluppo incentrato sulla filiera cave, cemento, costruzioni (il settore è attualmente di due punti superiore alla media nazionale) e il sistema di potere a esso collegato. E tutto è accaduto a causa delle difficoltà internazionali del comparto immobiliare, delle indagini nei confronti dei costruttori e di quelle che hanno dimostrato l’esistenza nelle nostra regione di un intreccio malavitoso legato al riciclaggio di denaro della ‘ndrangheta.
I sostenitori del modello, che ha prosperato anche grazie anche al connubio con la grande distribuzione (basta ricordare l’inchiesta che ha coinvolto il presidente delle Coop centro Italia Giorgio Raggi e il comitato d’affari composto da politici e costruttori), inneggiano ora all’arrivo di Ikea, senza rendersi conto che esso non arrecherà alcun vantaggio all’Umbria.
Lo ha dichiarato in una intervista di qualche giorno fa anche il presidente di Sviluppumbria Vinicio Bottacchiari: l’arrivo di Ikea, ha detto, sarà a somma zero, perché i 200 posti di lavoro dipendente saranno compensati dal fatto che la multinazionale svedese farà concorrenza ai numerosi mobilifici concentrati soprattutto nella zona di Città di Castello. Quindi non c’è da gioire, anche perché questo significherà ulteriore consumo di territorio agricolo di pregio.
l’altrapagina.
Torniamo così a uno degli elementi centrali della nostra discussione…

Barelli.
È ormai opinione diffusa che per quanto riguarda il consumo di territorio in Umbria si sia superato il limite. Secondo i dati dell’Agenzia del territorio, sono quindi dati ufficiali, lo scorso anno a Perugia si è costruito più che a Napoli, Firenze e Bologna e si è edificato un terzo di quanto è stato realizzato a Milano. Ma perché si costruisce tanto? Chi compra tutte queste case, visto che il livello di natalità è pari a zero? Sarebbe interessante fare una seria indagine per capire quanto del denaro sporco finisce nell’economia del mattone.
Ma in Umbria abbiamo anche altri primati. Fino a poco tempo fa eravamo esportatori di materiali da cava, secondi solo alla Sardegna. Ora c’è una legge regionale che stabilisce che il materiale debba essere estratto sulla base del fabbisogno regionale. E, guarda caso, dopo l’approvazione di questa legge si è cominciato a parlare delle trasformazione della E45 in autostrada: una proposta senza significato per tutti coloro che sono dotati di un minimo di buon senso, perché si tratta di trasformare una strada a 4 corsie in un autostrada sempre a 4 corsie e con lavori che dureranno 15-20 anni. Per chi lavora nel settore del cemento e delle cave invece il senso ce l’ha, perché il fabbisogno regionale aumenterebbe a dismisura se venisse realizzata l’autostrada, un affare che travalica i confini regionali e che vale undici miliardi di euro, cioè tre o quattro volte il ponte sullo stretto di Messina. A questo punto il problema non è più solo economico, ma morale e sociale. E se a tutto ciò si aggiunge il fatto che la nostra regione ha il primato nazionale dei morti per droga, appare evidente la criticità del sistema Umbria. Insomma, in questi anni non abbiamo solo realizzato capannoni e consumato territorio, ma abbiamo anche messo in crisi il nostro modello di coesione sociale. E le brutte periferie hanno determinato il disagio del vivere quotidiano e l’aumento di morti per droga. In conclusione: si tratta di adottare un diverso modello economico, centrato sulla economia della conoscenza che è più congeniale alla creatività umana.

Chioini.
Il consumo di territorio garantisce ai grossi gruppi profitti strepitosi. Mentre ai singoli cittadini si offrono delle briciole (trasformazione degli annessi agricoli in appartamenti, terreni resi edificabili eccetera) che servono però a garantire una sorta di pace sociale. Non trascurerei questo elemento per capire come mai nessuno si arrabbia…

l’altrapagina.
Forse c’è anche un ritardo culturale che non permette di percepire il livello di devastazione.

Chioini.
Sì, certo. La cultura della conoscenza, che dovrebbe dare vita a imprese economiche di tipo diverso, in questa regione non ha un retroterra umano sufficiente. C’è una cattiva progettazione, una cattiva costruzione e una cattiva organizzazione degli spazi. Faccio un esempio banalissimo: il territorio è mitragliato di rotonde per favorire il flusso dei veicoli, ma non ce n’è una dove sia evidente l’attenzione ai ciclisti o ai pedoni. In giro ci sono troppi incompetenti, ma appaltopoli dimostra che spesso persone con delle competenze si fanno prendere al laccio da altro. E quelli bravi che non stanno al gioco vanno via, perché in quel contesto le tentazioni sono altissime. A proposito di economia della conoscenza, voglio fare un altro esempio: il nuovo ospedale Meyer di Firenze è stato costruito secondo i criteri della bioarchitettura e dei biomateriali. È una sorta di monumento, bellissimo. Se lo raffrontiamo con il nostro polo ospedaliero c’è da mettersi le mani nei capelli: a sant’Andrea delle Fratte non è previsto neppure un centimetro quadrato di pannelli fotovoltaici. E nelle periferie di Perugia non c’è una soluzione che prefiguri una architettura al passo coi tempi. Insomma, non sanno nemmeno progettare le speculazioni secondo uno spirito evolutivo. È evidente che c’è un problema di cultura. Sono le teste che non funzionano. Non ho soluzioni, non riesco nemmeno a intravederle, ma i sintomi sono questi.

l’altrapagina.
L’Umbria, che voleva fare della trasparenza amministrativa una bandiera, ora si ritrova nelle condizioni che avete descritto. Cos’è accaduto? Come mai destra e sinistra sembrano diventate uguali?

Sbarra.
Venuto meno l’ancoraggio ideologico che aveva comunque garantito una attenzione particolare allo stato sociale e alla ridistribuzione dei redditi, la politica è scomparsa dall’orizzonte umbro e si è fatta solo amministrazione. Il problema è che mancano anche i partiti che in passato garantivano una selezione della classe dirigente. Le attuali forze politiche discutono solo di organigrammi, statuti e mandati e non del modo in cui risolvere i problemi della regione. E non è un caso che siano in molti ad accapigliarsi per fare il sindaco o il presidente di regione e che a nessuno interessi la poltrona di segretario di partito.

Barelli.
I partiti politici appaiono inadeguati ad affrontare una crisi così ampia. Il problema del consumo del territorio, per esempio, Italia Nostra lo ha posto, inascoltata, per anni, salvo ottenere un diffuso riconoscimento della crisi del sistema delle costruzioni dopo l’esplosione di appaltopoli. Nelle battaglie di questi anni (trasformazione della E45 in autostrada, nodo di Perugia, Rio Fergia, mercato coperto) è emersa evidente l’incapacità della politica di affrontare questi temi. È entrato in crisi il rapporto fiduciario tra amministratori e amministrati, questo è il vero problema. E tutti coloro che ritengono che il modello umbro sia arrivato al capolinea hanno poi difficoltà a trovare dei riferimenti all’interno di questo sistema.

Chioini.
La stragrande maggioranza di coloro che hanno a che fare con la politica, specialmente da qualche anno a questa parte, hanno individuato in essa una strada che consente loro di trarre forti vantaggi economici e patrimoniali. Questo lo sottolineo. Basterebbe divertirsi a guardare nel dettaglio le dichiarazioni dei redditi e vedere lo status economico di queste persone una volta terminato il loro mandato politico. Del resto, in un paese in cui la lotta politica si è trasformata in una lotta per le prebende di vario genere, le categorie dell’equilibrio, della coesione sociale, della equa distribuzione delle ricchezza sono diventate un tabù. E tutti inseguono le chimere. Non è un caso che nelle campagne elettorali sia stata molto utilizzata la categoria del sogno.Vogliamo aggiungere altro?

l’altrapagina.
Le questioni delle quali stiamo discutendo sono lontane anni luce non solo dalla politica ma anche dalla maggior parte della gente. Come mai? Scalfari utilizza l’immagine dello specchio rotto per sostenere che ciascuna persona, ciascun gruppo, si interessa solo alla sua piccola questione e perde di vista il problema generale, cioè la politica, il bene comune. È così?

Sbarra.
Siamo in forte ritardo rispetto a una serie di problemi cui prima abbiamo accennato. Non mi azzardo a fare previsioni perché il futuro è legato a troppe variabili (la crisi della finanza internazionale, il problema ecologico, l’esaurimento delle fonti energetiche fossili…) che possono cambiare la carte in tavola, ma alcuni aspetti sono evidenti. Il livello culturale medio, per esempio, si è abbassato, anche perché delle conquiste che avevamo dato per acquisite (scolarizzazione di massa, mobilità sociale, i figli dei lavoratori che studiano all’Università…) oggi non lo sono più. Si assiste in Italia a una fortissima pressione del capitale che vuole appropriarsi di risorse che appartengono allo Stato. La manovra e la propaganda sui fannulloni si muove in questo senso. L’obiettivo è quello di privatizzare tutto, comprese scuola e sanità. Temo che l’Italia si stia avviando verso un degrado irreversibile. Era inevitabile che questo costruire diffuso alla fine avrebbe prodotto case brutte, quartieri brutti dove sarebbe finita gente brutta. E non vedo più molti anticorpi. È vero, non c’è più un’opinione pubblica, ce ne sono molte, ma sono opinioni di casta, di affari, di parte.

Barelli.
La scarsa presenza dell’opinione pubblica in Umbria è soprattutto il frutto di politiche pubbliche che non ne hanno consentito la nascita e la crescita. Nella nostra regione ci sono molte associazioni, ma il rapporto troppo stretto e diretto con il potere politico non consente loro di esprimersi liberamente. Se un gruppo riceve un finanziamento da un comune o da un altro ente pubblico è poi improbabile che si ponga in modo critico nei confronti di quel soggetto che gli consente di vivere. Insomma, c’è un problema di indipendenza reale delle associazioni. Però fortunatamente in Umbria l’opinione pubblica in qualche modo si manifesta. Italia Nostra, per esempio, ha fatto tante battaglie, frutto di una autonomia e di un consenso che nel tempo sono aumentati. Ed è da queste presenze che occorre ripartire, perché ai punti di crisi che abbiamo delineato dobbiamo aggiungerne un altro: l’avvento del federalismo. Se andrà in porto, l’Umbria vedrà ridursi drasticamente le sue risorse pubbliche e sarà quindi necessario ripensare il nostro modello di welfare, compresi servizi e sanità. E non si potrà continuare a gestire un malcontento crescente con distribuzioni a pioggia.
È necessario che i poteri forti di questa regione: partiti, confindustria, sindacati, ma anche chiesa cattolica e massoneria avviino una riflessione su questi temi…

Sbarra.
Non si può mettere sullo stesso piano l’associazionismo con chi fa riunioni segrete…

Barelli.
Certo, ma non è questa la sede per fare il processo alla massoneria. Capire perché negli anni è passata dagli ideali risorgimentali al suo opposto è comunque una riflessione da affrontare. Ora però mi interessa ribadire la necessità che tutti i poteri forti dell’Umbria comincino una riflessione, che adesso non stanno facendo, sul futuro di questa regione, senza far finta di non vedere il suo degrado morale, sociale e il declino economico che la sta investendo. Noi come pezzo di società civile e opinione pubblica faremo la nostra parte, ma sarebbe importante che altri soggetti cominciassero ad alzare la testa e a fare la loro.

Chioini.
Insisto nel mio ruolo di esploratore dei dettagli per poi riagganciarmi dal particolare al generale. Coloro che dovrebbero far qualcosa per risolvere i problemi della regione, non riescono a fare le cose indispensabili. Se c’era un’autostrada da costruire, per esempio, era quella informatica. Invece Confindustria, Regione e Telecom non hanno creato le infrastrutture di base, le fibre ottiche, che sarebbero state una garanzia contro quel divario digitale che c’è tra le diverse zone della regione e addirittura dello stesso capoluogo. Il treno è stato perso clamorosamente durante la ricostruzione: villaggi e frazioni dotati di buoni collegamenti informatici sarebbero stati in linea con gli standard europei e avrebbero favorito quel turismo a basso impatto ambientale, ma anche una ripopolazione di vari soggetti dediti ad arti e mestieri che invece se ne sono andati in Provenza o alle Baleari.
L’altra questione cui tengo particolarmente è quella della trasparenza, che significa chiarezza sul modo in cui si spende il denaro pubblico e sugli obiettivi che si vuol raggiungere. Probabilmente potrebbe essere uno strumento di rivitalizzazione dell’opinione pubblica, narcotizzata da parole che dicono tutto e il suo contrario. E insieme alla trasparenza sono necessarie le verifiche. Noi non verifichiamo mai nulla: si è passati al terzo piano regionale dei rifiuti, ma non è stato fatto uno straccio di verifica per capire quello che non ha funzionato sul secondo.



Enzo Rossi

Inserito giovedì 2 ottobre 2008


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Commenti

Nome: Angela Cataliotti
Commento: Viene citato il triste primato dell'Umbria dei morti per droga, ma anche il numero altissimo di morti sul lavoro credo sia da correlare ad un modello economico viziato.

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