16/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Nucleare: le 5 menzogne da smontare



Due notiziole hanno riproposto negli ultimi giorni la questione del
nucleare. La prima viene dagli Stati Uniti, dove il Senato del Vermont
ha votato, per ragioni di sicurezza, la chiusura del suo reattore
atomico nel marzo del 2012. La seconda viene dall’Italia, dove il
ministro dell’istruzione Gelmini ha annunciato un programma per
spiegare agli studenti la bontà dell’energia atomica.
Da una parte la realtà del nucleare che, nonostante i giganteschi
sforzi della lobby che lo sostiene, proprio non ce la fa a rendersi
credibile specie per quanto riguarda la sicurezza; dall’altra una
propaganda odiosa quanto priva di veri argomenti. Ma siccome la
propaganda c’è e non bada a spese, può essere utile concentrarsi sulle
principali menzogne utilizzate dai sostenitori del nucleare.


Menzogna n° 1: il nucleare è pulito e sicuro

Da decenni ascoltiamo la favola del «nucleare pulito e sicuro», un
obiettivo sempre rimandato ai «reattori di nuova generazione»,
ammettendo così implicitamente l’insicurezza di quelli già esistenti,
sulla cui sicurezza si era in precedenza giurato. Basterebbe
riflettere su questo giochino, fondato sul credo delle infinite
possibilità della tecnologia, per comprendere portata e natura
dell’imbroglio atomico.
«Pulito e sicuro» è stata anche la formula magica utilizzata 10 giorni
fa da Obama (il «verde» Obama...) per annunciare la ripartenza del
programma nucleare negli Usa con un apposito prestito federale –
chissà perché le centrali nucleari debbano essere sempre finanziate
con denaro pubblico! – per due nuovi reattori nella centrale di
Augusta in Georgia. In realtà, due nuovi reattori in un paese che ne
possiede 104, e che non ne commissiona di nuovi dal 1978, è
praticamente niente, ma tanto è bastato per far esultare gli ultras
del partito dell’atomo.

Ma come si presenta oggi la questione della sicurezza?
Per rispondere conviene partire proprio dal Vermont. La decisione di
chiudere il reattore Yankee (così si chiama) nasce dalle periodiche
perdite di materiale radioattivo. La società proprietaria della
centrale, la Entergy di New Orleans, aveva negato davanti al
parlamento del Vermont l’esistenza delle fughe conseguenti ad un
guasto avvenuto nel 2007, ma per sua sfortuna fu abbondantemente
smentita dai test successivamente effettuati. Oggi, di fronte
all’evidenza, la Entergy ammette quel che prima aveva spudoratamente
negato. Scarica la colpa su alcuni funzionari negligenti, prontamente
licenziati, ed assicura che oggi il reattore funziona perfettamente e
che non può che far del bene ai boschi del Vermont.
Ci siamo soffermati su questo caso non solo perché l’ultimo della
serie, ma soprattutto perché emblematico del meccanismo della menzogna che caratterizza la gestione del nucleare in tutto il mondo. Un
meccanismo basato sul circolo: negazione degli incidenti, parziale
ammissione quando si è scoperti, rassicurazione per il futuro.
Questo meccanismo è stato usato sistematicamente in occasione di
decine di incidenti in Francia, in Gran Bretagna ed in altri paesi.
Possiamo citare gli innumerevoli incidenti che costellarono l’estate
2008 in Francia, nel più grave dei quali – avvenuto nell’impianto di
Tricastin – si raggiunsero valori di radioattività nell’ambiente
superiori di 130 volte alla soglia di sicurezza. Oppure quello della
centrale slovena di Krsko. O quelli nelle centrali inglesi, nelle cui
zone circostanti è da tempo accertato un significativo aumento delle
leucemie.

Ma parlando di sicurezza bisogna sempre ricordare la catastrofe di
Chernobyl (aprile 1986) a causa della quale si calcolano oggi decine
di migliaia di morti per tumore, mentre la contaminazione del
territorio farà sentire i suoi effetti per un tempo lunghissimo. Come
bisogna ricordare l’incidente di Three Mile Island (Usa) dove nel 1979
si arrivò ad un passo da un disastro ancora più grave di quello di
Chernobyl, e dove comunque negli anni successivi si è registrato un
picco di tumori tra gli abitanti della zona.
Ma qualcuno potrebbe pensare che questi incidenti appartengano ormai
al passato, frutto delle obsolete tecnologie del secolo scorso. A
parte il fatto che la tecnologia nucleare non è poi cambiata molto, e
non a caso i problemi che si presentano sono più o meno sempre gli
stessi, bisognerebbe riflettere su quanto accaduto nella centrale
giapponese di Kashiwazaki nel luglio 2007.
Non stiamo parlando di un impianto qualsiasi, ma della centrale
atomica più grande del mondo (8.000 MW di potenza). E non stiamo
parlando di un paese qualsiasi, bensì del Giappone, sempre portato ad
esempio dal punto di vista tecnologico. E portato ad esempio in
particolare per la prevenzione sismica. Eppure fu proprio un
terremoto, peraltro di intensità assai inferiore rispetto a quello
ipotizzato nei calcoli di progetto della centrale, a provocare perdite
radioattive, incendi ed altri guasti che portarono alla chiusura
dell’impianto.
Hanno niente da dire su Kashiwazaki i nostrani fautori dell’atomo? Se
ne parlerà nella scuola gelminiana? Ovviamente no, dato che lo scopo
sarà semplicemente quello di indottrinare. Eppure basterebbe citare il
sintetico commento dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia
Atomica) secondo cui sull’evento verificatosi nella centrale
giapponese «non esiste esperienza né regole per caratterizzarne con
precisione gli effetti».

Incidenti a parte resta poi la gigantesca questione delle scorie. Una
questione irrisolta, non solo in Italia come si vorrebbe far credere,
ma nel mondo intero. Una questione che rimanda ad una responsabilità
tremenda verso le nuove generazioni, e che intanto costa alla
collettività cifre enormi inevitabilmente scaricate sulle bollette
elettriche.


Menzogna n° 2: il nucleare risolverà i problemi energetici del pianeta

Se la trattazione del tema della sicurezza è caratterizzata
dall’omertà, la menzogna sulla capacità del nucleare di risolvere i
problemi energetici del pianeta è forse la più grossa. Se noi
chiedessimo, non dico a dei passanti, ma ad una platea di insegnanti,
giornalisti, economisti e politici qual è il contributo attuale del
nucleare alla copertura del fabbisogno energetico globale, credo che
avemmo risposte abbastanza esilaranti, come se avessimo preteso da una platea di calciatori la conoscenza della teoria della relatività.
Eppure il dato è semplice: 6%. Dopo decenni di nucleare (la prima
centrale costruita a scopi energetici entrò in funzione in Inghilterra
nel 1956), un modestissimo sei percento. Una percentuale ferma da anni
e che non sembra proprio destinata a crescere. Gli impianti in
costruzione sono infatti pochissimi, in Europa ad esempio sono
soltanto 2, a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Normandia
(progetto a cui partecipa anche l’Enel). Tenendo anche conto dei tempi
reali di costruzione, che si avvicinano in genere ai 10 anni, due
reattori in costruzione a fronte dei 148 in funzione nell’Unione
Europea sono niente, ed anzi danno perfettamente l’idea di una
tecnologia oggettivamente in declino. In declino per una serie di
fattori: ambientali, economici e relativi all’effettiva disponibilità
della materia prima.
Quel che è certo è che il mondo non sta affatto andando, come invece
si vorrebbe far credere, verso il nucleare. Per comprenderlo appieno
basti pensare che la stessa IEA (International Energy Agency) prevede
che nel 2030 il nucleare arrivi a coprire il 6,9% del fabbisogno
mondiale di energia. E, cosa ancor più significativa, prevede un
aumento percentuale dell’energia prodotta dall’atomo addirittura
inferiore all’incremento atteso per una fonte ormai super-sfruttata
come l’idroelettrico.
E alla IEA il partito atomico ha sicuramente buoni amici, per cui non
è difficile prevedere che questi stessi dati, per quanto non certo
positivi per il nucleare, siano comunque sovrastimati.

Uno dei trucchi utilizzati per far credere ai miracoli del nucleare è
quello di confondere i consumi di energia con i consumi elettrici. E’
un trucco grossolano, ma che funziona. Si dice allora, giusto per fare
un esempio, che la Francia ottiene dall’atomo il 78% dell’energia di
cui ha bisogno, mentre si dovrebbe dire che produce il 78%
dell’energia elettrica, che corrisponde a circa il 26% dell’energia
complessivamente consumata. La percentuale di energia consumata sotto forma di elettricità è infatti attorno ad un terzo dei consumi
complessivi. Sta di fatto, volendo rimanere all’esempio francese, che
la quantità di combustibili fossili consumati in Francia è
sostanzialmente equivalente a quella dell’Italia che dall’atomo non
ricava un solo chilowattora.

Al di là dei problemi ambientali, sanitari e della sicurezza, una
delle ragioni per cui l’energia atomica non potrà in nessun caso
risolvere i problemi energetici del pianeta è la scarsa disponibilità
della materia prima, l’uranio. E’ questo, certo non per caso, uno
degli elementi più oscurati dalla (dis)informazione corrente. Eppure,
anche qui, dati assolutamente negativi per le prospettive atomiche ci
arrivano non da qualche ambientalista affetto dalla sindrome Nimby, ma
dalla AIEA, la già citata agenzia atomica dell’ONU. Questa agenzia,
che evidentemente tutto può essere fuorché nemica del nucleare,
stimava nel 2001 che le riserve di uranio «ragionevolmente assicurate»
(dunque neppure del tutto certe) fossero sufficienti ad alimentare le
centrali esistenti (escluse quindi quelle future) per soli 35 anni.
Si può forse ritenere che le riserve effettivamente sfruttabili in
futuro, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti, possano risultare un
po’ superiori, e le proiezioni – così come avviene del resto per i
combustibili fossili – ne tengono giustamente conto. Ma da qui ad
immaginare il nucleare come soluzione ai problemi energetici ce ne
corre abbastanza per rendersi conto dell’enorme panzana che vorrebbero venderci.


Menzogna n° 3: il nucleare abbassa il costo dell’energia

E’ questa un’altra falsità ben radicata.
Per dimostrarlo partiamo da un paradosso solo apparente. Abbiamo già
accennato che il costo dello stoccaggio delle scorie finisce nelle
bollette elettriche. Bene, se per ipotesi l’Italia non avesse mai
avuto centrali nucleari quel costo (valutato in 3-4 miliardi di euro)
non ci sarebbe. Altro esempio: oltre trent’anni fa l’Enel andò ad
impelagarsi nel progetto francese del Superphénix, il cosiddetto
reattore autofertilizzante che prometteva meraviglie straordinarie.
Risultato? Quel reattore non ha praticamente mai prodotto energia ed
oggi è fermo e abbandonato. Il prezzo di quell’avventura (10 miliardi
di euro) è stato interamente scaricato sul costo del chilovattora,
anche se ben pochi utenti italiani, magari convinti invece di pagare
troppo l’energia elettrica proprio perché non abbiamo centrali
atomiche in funzione, lo sanno.
Un altro aspetto sul quale si mente spudoratamente è quello del costo
delle centrali. Per una centrale con reattore EPR, prodotto dalla
francese Areva, come quelle che si vorrebbero costruire in Italia, il
governo e l’ad (amministratore delegato) dell’Enel, Fulvio Conti,
parlano di un costo unitario di 3-3,5 miliardi di euro. Secondo
l’omologo tedesco di Conti, l’ad di E.On Bernotat, il costo sarebbe
invece di 6 miliardi.
Quel che è certo è che nella già citata centrale di Olkiluoto
(Finlandia) i costi inizialmente previsti sono aumentati del 77%.
Questo impianto doveva entrare in esercizio nel maggio 2009, mentre
ora si prevede che ciò avverrà nell’estate del 2012. Nel frattempo il
costo è passato da 3,0 a 5,3 miliardi di euro. Ed anche i «freddi»
finlandesi hanno iniziato a surriscaldarsi, imprecando contro il
reattore EPR che tanto entusiasma Berlusconi e soci.

Ma a mettere in dubbio l’economicità del nucleare non sono solo
ambientalisti convinti e sostenitori delle energie rinnovabili. Sono
anche alcuni «mostri sacri» della finanza. Uno per tutti Citigroup, la
più grande holding di servizi finanziari del mondo, che in un recente
documento considera inaccettabili i rischi finanziari (ovviamente a
Citigroup questo interessa, e nient’altro) del nucleare.
Incertezze nella fase di costruzione, costi di realizzazione ma anche
di gestione, instabilità del prezzo dell’energia, elevati costi di
smantellamento: sono questi i fattori che portano Citigroup a
sconsigliare vivamente gli investimenti privati nel settore.
Se nucleare sarà, conferma Citigroup, esso non potrà che essere
riccamente sovvenzionato dagli stati. E per sovvenzionarlo esistono
solo due modi: o accettare un consistente aumento delle bollette
(altro che riduzione!) o far ricadere buona parte dei costi di
costruzione, gestione e smantellamento sullo stato, cioè sulla
fiscalità generale, in base all’inossidabile principio della
privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite
tipico del capitalismo reale, un capitalismo che si vorrebbe liberista
ma che è invece iper-assistito.

Restano da sfatare i luoghi comuni sul prezzo del chilowattora
«nucleare» di produzione francese, importato nottetempo dall’Italia.
Un chilowattora conveniente infatti solo nelle ore notturne, per una
ragione tecnica che vedremo più precisamente al punto successivo.


Menzogna n° 4: l’Italia è obbligata ad importare energia elettrica di
fonte nucleare

L’Italia non è affatto obbligata ad importare alcunché, oggi meno che mai.
Su questo punto riprendiamo quanto scritto un anno fa:
«Si parla di dipendenza del sistema elettrico nazionale solo in virtù
di importazioni che nascono da una scelta economica non da una
necessità strutturale come i più sono indotti a credere.
L’Italia ha una potenza installata ormai vicina ai 100mila megawatt,
quando la rete elettrica nazionale ne richiede nelle punte massime
55.000. Ovviamente non tutta la potenza installata può essere sempre
disponibile, sia per le manutenzioni, che per la stagionalità di
alcune fonti primarie come l’idroelettrico e l’eolico, ma è sicuro che
l’attuale potenza disponibile è perfettamente in grado di soddisfare
tutte le esigenze nazionali (360 miliardi di Kwh annui).
Allora perché l’Italia continua ad importare circa 40 miliardi di Kwh
all’anno dalla Francia?
Semplice, solo ed esclusivamente perché è conveniente. Ma la
convenienza non discende da un minor costo del chilowattora nucleare,
ma da una rigidità tecnica facilmente spiegabile. Gli impianti
nucleari (come in generale quelli termici) sono poco flessibili; non
possono (a differenza di quelli idroelettrici o turbogas) variare il
carico di funzionamento in tempi rapidi. Ora si da il caso che
l’energia elettrica abbia la particolarità di dover essere prodotta in
tempo reale (consumo = produzione meno perdite di rete). A differenza
delle altre forme di energia non è possibile l’accumulo e dunque un
sistema elettrico come quello francese nuclearizzato al 78% la notte,
con un carico che è circa il 50% di quello diurno, si trova in
condizioni di enorme sovrapproduzione che determina una necessità di
vendita sottocosto all’estero. Ed infatti l’Italia importa dalla
Francia essenzialmente di notte (utilizzando fra l’altro l’energia a
basso costo per ricaricare i bacini idroelettrici che funzionano a
pompaggio), non di giorno quando la curva del carico di rete è
massima, a dimostrazione che il sistema nazionale sarebbe
perfettamente in grado di fare a meno delle importazioni».


Menzogna n° 5: solo il nucleare, non le energie rinnovabili, può
sostituire i combustibili fossili

La questione della sostituzione dei combustibili fossili è certamente
molto seria. Sostituire petrolio, carbone e gas con altre fonti è
assolutamente necessario, indipendentemente da ogni considerazione
ambientale, per il semplice motivo che si tratta di risorse finite il
cui esaurimento potrà essere rimandato ma non evitato. Pensare di
affrontare questa questione gigantesca senza mettere in discussione il
modello energivoro attuale è pura follia. La conferenza sul clima di
Copenaghen è lì a ricordarcelo.
In ogni caso il petrolio è sempre meno utilizzato per produrre energia
elettrica. In Italia siamo passati da una quota del 64% sul totale del
settore termoelettrico nel 1994, ad una percentuale del 7,4 nel 2007,
e la tendenza è ancora verso il calo. La quota del carbone,
soprattutto in virtù della grande disponibilità di questa fonte
primaria, è invece in aumento e nel 2007 copriva il 16,5% della
produzione termoelettrica (che, a sua volta rappresenta circa il 73%
dei consumi nazionali). Ma il combustibile che sta davvero
spadroneggiando è il gas naturale, che in un quindicennio ha
praticamente sostituito il petrolio, arrivando ormai ai due terzi
dell’intera produzione termoelettrica.

Naturalmente, vale qui la banalissima considerazione già fatta al
punto 2: una cosa sono i consumi elettrici, altra cosa i consumi
energetici nel loro insieme. Ma, parlando di nucleare è doveroso
fermarsi al settore elettrico e questo è già un suo limite
evidentissimo. Infatti, mentre l’energia nucleare può essere soltanto
trasformata in energia elettrica, usiamo tutti i giorni il gas ed i
derivati del petrolio anche per viaggiare e riscaldarci. Questo limite
del nucleare – al di là del problema dell’esaurimento dell’uranio –
esclude a priori l’energia atomica come sostituto dei combustibili
fossili.

Si dirà che questo svantaggio rispetto alle fonti tradizionali
caratterizza anche le energie rinnovabili.
In larga parte è vero, ma non del tutto, dato che l’energia solare può
essere utilizzata anche per usi domestici non elettrici.
Il punto decisivo però non è questo. L’elemento che farà pendere la
bilancia a favore delle rinnovabili è proprio quello della
“rinnovabilità”, un requisito che il nucleare non ha, un requisito
destinato a diventare sempre più importante. Ma c’è un altro elemento
non trascurabile, quello della localizzazione: mentre il nucleare ha
bisogno di siti dalle caratteristiche particolari (basti pensare alle
enormi quantità d’acqua necessarie), le rinnovabili possono essere
impiantate in maniera diffusa, presentando in genere un impatto
ambientale abbastanza modesto, anche se non nullo.
Infine l’aspetto economico. Abbiamo visto come Citigroup sconsigli ai
privati di investire nel nucleare per i rischi finanziari che ciò
comporta, rischi che sono enormemente più bassi nel settore delle
rinnovabili.
Si dirà che ad oggi le rinnovabili vivono largamente grazie alle
incentivazioni (in Italia i cosiddetti “Certificati Verdi”). E’ vero,
anche se non del tutto, ma abbiamo già ricordato che lo stesso
nucleare sarebbe impensabile senza copiose sovvenzioni pubbliche.
Quel che è certo è che nel 2008 gli investimenti mondiali nel campo
delle rinnovabili (140 miliardi di dollari) hanno superato per la
prima volta quelli nelle fonti tradizionali (110 miliardi di dollari)
e che tali investimenti sono quadruplicati in 4 anni.

Naturalmente i capitalisti che investono sulle rinnovabili guardano al
profitto esattamente come quelli che lo fanno sulle fonti tradizionali
(sul nucleare abbiamo visto che ormai non lo fa praticamente più
nessuno), e da questo punto di vista non sono né «migliori» né
«peggiori» dei loro colleghi. Tutto lascia però pensare che siano
semplicemente più «realisti». Ed il fatto che stiano ormai prevalendo
è un altro dato che ci conferma che non sarà certo il nucleare la vera
alternativa ai combustibili fossili.

Brevi conclusioni (con un occhio soprattutto all’Italia)

Ma allora, se anche i capitalisti preferiscono di gran lunga investire
sulle rinnovabili anziché nel nucleare, perché la lobby atomica ha
rialzato così potentemente la testa?
In generale, il fatto è che il capitalismo ha bisogno come l’aria di
nuovi settori (o di riattivarne di «vecchi», il che fa lo stesso) in
cui sviluppare il business. Il sistema non può accettare una
situazione di stagnazione, o peggio di recessione come l’attuale. Gli
affari verranno non dall’astratta redditività di mercato, ma dalle
speculazioni collaterali che il nucleare più di altri settori
consente. Questa logica speculativa è tanto più forte nei momenti di
crisi. Ecco allora il rilancio operato da Obama, anche se per ora
piuttosto modesto in termini concreti, attraverso il grimaldello di
una pretesa green economy che paradossalmente (ma non dal suo punto di vista) include proprio il nucleare.

Quel che è vero per la logica sistemica nel suo complesso è dieci
volte più vero per il famelico capitalismo italiano, sempre a caccia
di grandi opere, «eventi eccezionali», emergenze vere o
preferibilmente finte. Una caccia condotta in coppia con l’altrettanto
famelico ceto politico bipartisan di servizio.
Riflettiamo su un fatto: oggi c’è giustamente una certa attenzione
sull’indagine sulla Protezione civile relativa agli appalti per la
realizzazione del G8 alla Maddalena. Quello di cui ben pochi si
occupano è che – indipendentemente dalla regolarità degli appalti – si
fosse deciso di spendere (e si è effettivamente speso benché l’evento
sia stato poi spostato a L’Aquila) l’enormità di 400 milioni di euro
per un semplice incontro politico di un paio di giorni.
Bene, se il programma nucleare italiano dovesse davvero decollare, lo
scandalo della Maddalena non potrebbe che impallidire di fronte ad un
business cento volte più ricco.

E’ questa la conclusione? Sissignori, è questa la conclusione.
Lasciate perdere l’inesistente nucleare «pulito e sicuro», lasciate
perdere i problemi energetici nei loro aspetti tecnici, ambientali ed
economici. Alla cricca oligarchica che presiede a queste scelte tutto
ciò interessa quanto può interessare la morale ad un trafficante di
droga.
Ecco perché la menzogna è la regola nella propaganda nuclearista, al
punto che diventa perfino fastidioso dover sempre replicare. Tanto ad
argomentazioni razionali si risponderà sempre e solo con la propaganda
e la falsità.
Ma non ci siamo mai nascosti una ragionevole speranza: che quando dai proclami si passerà ai fatti, cioè alla localizzazione dei siti (vedi
articolo del 29 dicembre scorso), il gioco cambierà.
Non a caso la localizzazione è stata prudentemente rinviata a dopo le
elezioni regionali. A quel punto capiremo quale sarà la risposta delle
comunità locali più direttamente interessate e, ci auguriamo, non
soltanto la loro. Se arriverà un no forte e convinto la partita sarà
tutta da giocare.
Ed allora lo smascheramento delle menzogne atomiche potrà avere la sua utilità.



Leonardo Mazzei

Inserito martedì 2 marzo 2010


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