23/04/2021
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Lettera di una professoressa a don Milani
Scuola: qui un taglio è la decapitazione



di Mila Spicola

Caro don Lorenzo,
sono passati quanti anni dalla lettera che mi hai inviato.  Il  mondo è cambiato mille volte da allora. E’ cambiato il mondo, sono cambiata io, anche se ho esattamente gli stessi anni di quella lettera che tengo sul comodino e conosco a memoria. Eppure io mi ritrovo a insegnare incredibilmente nella scuola dei tuoi poveri Giovanni, sempre più distinti dai ricchi Pierini. Non a Barbiana, bensì in una periferia palermitana, in Sicilia, nella regione più povera d’Italia.
Quella che avrebbe bisogno di attenzioni e aiuti e invece ha avuto,
indistintamente, gli stessi identici tagli che si sono verificati
altrove. Solo che qui un taglio è la decapitazione. “Non si divide una
torta in parti uguali tra diseguali”, così mi hai spiegato e mi avevi
convinta. 40 anni fa, ci avevi convinti tutti. Noi insegnanti e quelli
che decidono. Avevamo capito la tua lezione. Ci abbiamo provato a fare
una scuola migliore. E l’avevamo fatta, lasciamelo dire, prima che
arrivasse questo disastro.

I tuoi erano altri tempi e altre anime. Da un lato c’era l’ignoranza,
quella vera, quella che vivevi come un onta e dall’altra, come un
sole, come una promessa di progresso, la cultura. I pochi che sapevano
guidavano dall’alto lo sterminato numero di quanti non sapevano. Io
ero tra quelli che sapevano, e me ne vantavo, nel bene e nel male. Ero
una professoressa e persino don Milani, tu, mi temevi, mi rispettavi,
riconoscevi un valore in quello che facevo. Oggi è il contrario.
Sembra quasi che la cultura sia un’onta e che tutto sia riducibile a
quantità. Tutto, ogni cosa. Non solo la cultura dobbiamo difendere,
ahinoi. Dobbiamo rispiegare da zero alcune cose che avevamo assunto
per fondamenta: il valore delle regole, dell’onestà, della legalità,
della dignità, della coesione sociale. Si sono sfaldate mentre stavamo
nelle classi: senza accorgercene ce le siamo fatte levare una ad una
quelle certezze. Siamo rimaste così: oltre ai gessetti ci hanno tolto
la terra da sotto i piedi. La terra delle quantità al posto dell’humus
delle qualità.

Tutto è quantificabile, solo quantificabile. E se è quantificabile,
allora ha un prezzo. Persino la scuola. Ci hanno costretto a fare
questo. Soldi che sono “sprecati”, soldi che servono ad altro (che
altro può esserci di più importante mi chiedo), soldi che non servono,
e intanto le nostre scuole crollano a pezzi. Mentre a noi tolgono
soldi, tantissimi, altrettanti direi, vengono assegnati a mille altre
cose che non sto nemmeno a dirti. Il che la dice lunga su quale sia la
scala delle priorità di chi governa oggi. “Piano casa”? Perché non un
“piano scuole”? Se volessimo davvero rilanciare il comparto edilizio e
non invece favorire l’edificazione selvaggia ne avrebbero di lavoro le
imprese edili a sistemare tetti umidi e mura ammuffite.

Sono una professoressa e molti mi disprezzano. Forse anche tu mi
disprezzavi, non certo per il mio mestiere, che hai scelto anche tu di
fare: insegnare. Mi disprezzavi perché insegnavo solo ai Pierini, i
figli dei ricchi e lasciavo indietro i tuoi Giovanni, poveri e
malandati e mi dimenticavo che la Costituzione recita che tutti hanno
diritto a un’istruzione pubblica di qualità. Io ti ho ascoltata eccome
e oggi insegno in una scuola di tanti piccoli Giovanni. Accade
esattamente la stessa cosa: i miei Giovanni sono nuovamente distinti
dai Pierini. Si è però verificato uno scambio curioso. Siamo solo noi
da dentro quelle aule sporche e fredde a difendere il diritto a un
futuro migliore per i Giovanni di oggi. Noi professoresse. E lo
facciamo adesso perché stanno mettendo in pericolo quella possibilità.

Oggi le scuole migliori si pagano, è sempre stato così mi dirai. Ma
non da far diventare sempre peggiori quelle destinate ai più. Quasi
fossero anch’esse ad esaurimento, come le graduatorie dei miei
colleghi precari, senza che nessuno dica o faccia nulla. Ad
esaurimento come la coesione sociale che noi, soli, dentro le aule,
possiamo ripristinare. Sono altri i nemici che allontanano i miei
ragazzi dal proseguire gli studi. Non certo io. Sono i ritorni ai “5
in condotta”, sono il ripristino di parole vetuste come
“apprendistato”. L’Italia è cambiata, caro don Lorenzo, ma è cambiata
perché sta tornando indietro. In ogni casa c’è una tv, ogni mio alunno
ha un cellulare ma spesso non ha i libri. E perché mai un libro
dovrebbe essere più importante di un cellulare per una mamma di
periferia? Per un ragazzo che vive a Ciaculli a Palermo, in Sicilia,
nel 2010? Perché mai?

La scuola dove insegno ha la muffa nei tetti, i riscaldamenti spesso
non funzionano, in alcune aule ci piove dentro, ogni tanto qualche
idiota distrugge i vetri e i ragazzi si ritrovano a vagare per i
corridoi, trasportandosi dietro le sedie, quando le hanno, divisi in
altre classi, seduti ammassati, con i loro giubbottini e per loro è la
normalità. Non hanno mai visto che potrebbe essere diverso. L’80%
delle scuole palermitane è fuori norma per un motivo o per un altro.
Nella patria dell’antimafia, lo stato si fa garante dell’illegalità in
cui vivono i ragazzi.

Mi monta la rabbia perché penso a quel tuo alunno che mi scrisse:
“andare a scuola è sempre meglio che spalare la merda” e sono passati
40 anni. Mi chiedo cosa siano le magnifiche sorti e progressive se il
progresso ha condotto a questo. Il progresso o gli uomini? Abbiamo un
ministro che ci ha tagliato i fondi. Non solo quelli che hanno buttato
per strada migliaia di colleghi, ma ha tagliato i fondi per evitare
che i miei Giovanni sia curati uno ad uno, che siano rimessi nelle
stesse identiche condizioni dei Pierini più fortunati per operare una
scelta.

Ti dico di più: come faccio a convincerli che solo la conoscenza li
salverà? Solo la conoscenza li farà padroni del mondo? Solo la
conoscenza ne farà adulti consapevoli? Come faccio a convincerli che
la scuola non è un “servizio” ma un diritto alto? Se poi i loro
fratelli più grandi, che faticosamente arrivano alla laurea e sono più
bravi degli altri perché hanno studiato sodo e da soli, e poi magari
decidono di accedere alle cariche o alle carriere che meriterebbero,
cioè le migliori, beh, per quei ragazzi qua a Palermo, non c’è altra
via che andarsene?... a Palermo? Correggo: in Italia. E allora a che
serve battersi per una scuola pubblica? Per la diffusione della
conoscenza, per la promozione del merito? A che serve scendere in
piazza a scioperare il 12 marzo se non per testimoniare che quello che
si sta verificando nelle scuole di ogni ordine e grado è la vera
emergenza democratica del nostro paese? A che serve se non è un
pensiero condiviso?

A che serve se nessuno si rende conto che quella ad essere davvero
messa in discussione, con la distruzione della scuola pubblica
italiana, è la natura stessa della democrazia? Chi vuole veramente
assicurare ai nostri figli oggi quel pensiero critico e libero che
solo una scuola pubblica sana e voluta da tutti potrebbe ottenere?
Chi? Mi giro intorno e vedo solo qualcun altro come me, qualche altro
professore. E nemmeno tutti.

Non vedo classi dirigenti che gridano allo scandalo. No. Non vedo
intellettuali. Non vedo scrittori, artisti, giornalisti. Non ne vedo
nessuno che sia sceso con me a darmi forza e a sostenermi. Nemmeno
quelli che hanno denunziato altri fatti terribili, ma, lasciamelo
dire, meno gravi. Perché che senso ha denunziare la criminalità e
l’illegalità e il non rispetto delle regole se poi si tace di fronte
alle cause primarie della criminalità diffusa e dell’assenza di valori
sani e di cultura? Valori e cultura che da sempre sono stati trasmessi
tra le generazioni attraverso la scuola? Dove sono oggi Pasolini e
Sciascia? Cosa farebbero oggi di fronte a tale scempio silenzioso?

Anzi, quegli stessi intellettuali, da una lontananza ben più siderale
di quella di cui tu, caro don Lorenzo, accusavi me, professoressa,
quasi quasi, mi additano sospettosi. Non sei brava, hai due mesi di
vacanze, hai tanti privilegi, siete troppi. E non sono mai entrati in
una mia aula. Non hanno mai visto in che condizioni lavoro, in che
condizioni costringo i miei ragazzi alla disciplina, quando vorrei che
spaccassero quelle pareti sporche e facessero la rivoluzione anche
contro di me, che non ho la forza che hai avuto tu, caro don Lorenzo,
di spiegarglielo a tutti gli italiani cosa voglia dire fare scuola.

Il valore di un popolo è direttamente proporzionale al valore che
attribuisce alla scuola e alla conoscenza. E mi rattrista riconoscere
che il valore del nostro popolo si sta frantumando come la mappa di
Borges proprio mentre da più parti per molto meno le folle si
riuniscono chiamate dal piffero della telecrazia imperante. Tutte le
mattine mi siedo alla mia cattedra, faccio l’appello, inizio la mia
lezione restituendo il sorriso della vita che mi regalano i ragazzi e
mi ripeto che quella forza la devo ritrovare intera. Perché io non
rimango muta di fronte a questa ignobile distruzione: io non ne sarò
complice. Siatelo voi, complici. Io no. E da quando mi sveglierò la
mattina a quando andrò a letto la sera, in ogni angolo e con tutta la
voce che ho lo ripeterò fino a quando non mi ascolteranno: stanno
distruggendo la scuola, evitiamolo.

(11 marzo 2010)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/lettera-di-una-professoressa-a-don-milani/



Mila Spicola


Inserito sabato 27 marzo 2010


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