24/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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La Camminata di Pilonico Paterno: l’incognita delle telefonate perse
Cronaca della camminata

Attravers… Arna & Sentieri Aperti 2010


Domenica 9 maggio: la quarta dell’edizione 2010 e la prima delle due di maggio. Monte Capanno: dagli Alfani agli Ansidei, questo il sottotitolo della odierna camminata. Ma noi partiamo da Pilonico Paterno, nella piazza antistante la chiesa.

Ipotesi storiche e stato attuale della antica frazione

PILONICO PATERNO

(in: ‘Castelli, fortezze e rocche dell’Umbria’, di Daniele Amoni, Quattroemme Srl, Perugia, 1999)

Secondo la tradizione si fa derivare il nome di questo castello dal dio etrusco Pilumno, divinità  celebre tra queste popolazioni, ma venerato particolarmente dai perugini: questo fa supporre che in quel luogo esistesse un tempio a lui  dedicato.
Forse [però] più accreditata è l’ipotesi che l’etimo derivi da tale Pilonicus, antico feudatario e che Paterno sia stato un termine ereditario [lascito per via paterna; di questo mi accennò Renzo Zuccherini. Ma debbo riportare quanto agli inizi degli anni ’90 la signora Assunta Freddio, residente a Pilonico Paterno, e scomparsa nei primissimi anni del nuovo secolo, mi disse, ovvero che l’ultimo discendente della famiglia ‘Pilonico’ o ‘Pilonicus’ abitasse in Austria e che svariati anni addietro passò a vedere quei luoghi].
Nel 1059 fu donato da papa  Niccolò II a Bonizone, abate del monastero di San Pietro.
Nei repertori dei secoli XIII (con 23 fuochi [vedi ‘Medioevo rurale perugino. Una ricerca sul territorio dell’attuale XII Circoscrizione del Comune di Perugia’, di Giovanni Riganelli, Comune di Perugia, 1989]) e XIV appare come villa del contado di Porta Sole; in quelli del secolo XV come castrum (nel 1469 contava 18 fuochi, nel 1499 28 fuochi).
Il 26 giugno 1348 Andrutius quondam Filipputii domini Andree fondò un ospedale a Pilonico che sarà gestito dalle monache di santa Chiara di Assisi. Le motivazioni devozionali che portarono alla costruzione dell’ospedale, derivavano dalla grande epidemia di peste che da quell’anno stava affliggendo Perugia e tutto il territorio, dove aveva fatto circa centomila morti. La peste non risparmiò nemmeno i medici: il 18 giugno 1348 trovò la morte il celebre Gentile da Foligno attivo a Perugia dal 1325.
Nel 1371, dopo i sanguinosi eventi della rivolta dei popolari, si trovano nominati a Perugia come nobili  alcuni abitanti di Pilonico: Nicola e Matteo Villani, Pietro e Simone Ceccoli, Tancio Rufini.
La chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria, accatastata già nel 1350, finì nel 1467 sotto la giurisdizione dell’abbazia di san Giustino. La chiesa sorgeva su un’edicola raffigurante la Madonna delle Croci che nel 1602 cominciò a compiere miracoli, tanto che il 13 maggio 1607  fu benedetta  dal vescovo di Perugia Napoleone Comitoli (1591 – 1624) che vi cresimò 549 persone; da allora fu dedicata alla Madonna di Loreto [ ? ].
Fu la residenza della nobile famiglia Villano di Perugia. Nel 1603 qui visse Carlo Giacinto Villano, figlio di Adorno, molto stimato e conosciuto per aver ricoperto importanti cariche militari.
Nel censimento dello Stato pontificio del 1853 contava 390 abitanti. In seguito il nucleo abitato si spostò più in alto, a 200 metri [ ? ], e il toponimo assunse il nome di castellaccio.
Il complesso è attualmente diviso in due parti: la torre antica con annesso un fabbricato, appartenuta alla Curia vescovile di Perugia, è di proprietà della famiglia Bazzucchi di Ponte Felcino, mentre il nucleo abitativo che affianca il complesso fortificato, di epoca ottocentesca, era di Freddio Pio nel 1902 che lo trasmise poi ai suoi eredi.
Imponenti ruderi testimoniano la grandiosità del complesso che meriterebbe un approfondito restauro [ ? ].

La strada comunale per Pilonico Paterno, la piazza (comunale), il parcheggio soprastante la chiesa (terreno di proprietà della Curia), la scalinata, la strada di accesso al cimitero, il belvedere con giardino, i greppi, sono tutti ripuliti, armoniosamente ospitali per gli attesi camminatori. Un grazie alla Comunità Montana che ha offerto questo prezioso contributo sì da garantire una sicurezza organizzativa.
Dopo una settimana piuttosto fredda e piovosa, con il sabato incerto e non convincente, eccoti una mattinata domenicale luminosa e gioiosa. E tale resterà. Solo fortuna?
I primi ospiti sopraggiungono un paio di minuti dopo le otto. Via via gli altri, tanti altri, molti altri, e, come sempre qualche ritardatario; lo perdoneremo. Gianni, oggi di corvè per una comunione (non poteva sottrarsi alla responsabilità: è il santolo del comunicando!), non può non venirci a dare il suo amichevole saluto, e si presenta in completo primaverile bruno chiaro, con camicia bianca e cravatta adeguata alla cerimonia. Ci fa piacere (ci telefonerà a fine mattinata per domandarci come è andata: ma benone!, sarà la nostra risposta).
Al tavolo della registrazione sono stati staccati centottantatre tagliandi. Ma siamo di più, è probabile oltre i duecento. E ora?
Pronti, attenti, … via! Sono le 9.10.
L’itinerario del percorso parte dalla piazza della Chiesa a Pilonico Paterno, scende lungo la S. C. per Pilonico Paterno per superare il Pod.e Bischera, attraversare la S. P. del Piccione, il Rio Piccolo, fiancheggiare C. Sabbione e aggirare il Pod.e Bonacheto, per poi superare il Rio del Fossetto. Da qui si sale e si passa a fianco del Pod.e S. Silvestro, si supera in successione Palazzone, Belvedere e Casella, per scendere e attraversare la S. C. per Pieve Pagliaccia e salire alla Castellina di Monte Capanno.

CASTELLINA  DI  MONTECAPANNO

(in: ‘Castelli, fortezze e rocche dell’Umbria’, di Daniele Amoni, Quattroemme Srl, Perugia, 1999)


Il piccolo e delizioso castello sorge sulla cima di una collina [bassa, invero] nelle vicinanze di Bosco sulla provinciale Perugia – Gubbio.
Edificato in epoca medievale dai conti Barzi (Benedetto Barzi fu un fido capitano di Braccio Fortebracci) in una zona strategica di confine tra i comuni di Assisi, Perugia e Gubbio, passò intorno al 1450 alla famiglia Alfani per il matrimonio tra Severo I di Francesco I e donna Ludovica Barzi. Severo I, mercante, era il nipote del celebre giurista Bartolo da Sassoferrato e fratello di Alfano e Cinello. Ludovica proveniva invece da una ricca dinastia di proprietari terrieri (Castel d’Arno) ed era la figlia di Ludovico di Giovanni di Paoluccio de Barsis, civis civilis, priore dell’Arte della Mercanzia gennaio – febbraio 1440 e settembre – ottobre 1445 e console  per il primo semestre 1446.
Dopo la morte di Severo I (1470 circa) i beni furono divisi tra i suoi figli Ascanio e Giulia, andata in sposa a Franciscus domini Cecchi. Il 10 febbraio  1475 Giulia rimase vedova e senza eredi per cui alla sua morte (26 ottobre 1495) il castello passò al fratello Ascanio. Nel 1524 tutto il patrimonio era già stato ereditato dal figlio Severo II, iscritto anch’egli all’Arte della Mercanzia con la carica di console.
Gli Alfani erano all’epoca tra i più ricchi proprietari terrieri di Perugia con tenute a Castel d’Arno, Civitella d’Arno, Ripa, Castel Pretino, Monte Melino, Pieve Caina, Chieli, San Nicolò di Celle.
Nel XVI secolo la nobile famiglia perugina Ansidei acquistò diversi possedimenti nella zona e il matrimonio tra Giovanni Vincenzo I Ansidei Signorelli (1660-65) e Proserpina Alfani nel 1635 contribuì al miglioramento dei rapporti di buon vicinato tra le due famiglie.
Dopo la morte di Giovanni Vincenzo I il castello passò al figlio Giuseppe (1642 – 1707), cavaliere, letterato ed autore di un trattato cavalleresco dedicato a Cosimo III de’ Medici, granduca di Toscana (1642 – 1723). Dei figli avuti da Deianira Eugeni, Marcantonio (1671 – 1730) divenne cardinale e resse la diocesi di Perugia dal 1726 al 1730, mentre Filippo (1676 – 1735) continuò la genealogia familiare sposando Caterina Della Penna; la sorella Porzia Ansidei si trasferì invece a Trevi per il matrimonio contratto con Giacomo I Valenti. Nel 1735 il castello passò agli Ansidei Signorelli Montemarte per il matrimonio contratto da Giovanni Vincenzo II di Filippo con Caterina Montemarte, ultima erede della storica famiglia. Nel 1822 Vincenzo Ansidei di Reginaldo dei Montemarte, addetto alla nunziatura apostolica di Vienna al seguito del nunzio Ugo Pietro Spinola, sposò Giacinta Oddi Baglioni.
Il possedimento di Montecapanno fu ereditato nel Novecento da Alessandra Ansidei andata in sposa (maggio 1913) al conte Andrea Manzoni di Lugo di Romagna, parente del famoso giurista, patriota e bibliofilo Giacomo Manzoni (1816 – 1669). Le nozze furono celebrate da don Ettore Ricci  e, durante il banchetto, Cesare Fani tenne un lungo discorso augurale per gli sposi.
La figlia Luisa Alpina Manzoni (1915 – 1998) sposò il marchese Giulio Vicarelli di Saluzzo (1906 – 1968), discendente da un’antica e nobilissima famiglia piemontese e portò in dote il castello; dopo la morte di Luisa Alpina tutta la proprietà è passata al figlio Giuseppe Vicarelli [Saluzzo] che lo abita amministrando i beni della vasta tenuta agricola.
Il castello, in buono stato conservativo, come tutte le dimore storiche di campagna delle grandi famiglie, ha subito vari rimaneggiamenti durante i secoli: inizialmente difensivo, poi residenza estiva e centro amministrativo delle proprietà terriere che gli Alfani – Ansidei possedevano fino a Civitell d’Arno, infine abitazione stabile.
Su una volumetria realizzata in epoca medievale sulla cima di una collina si sono succeduti diversi interventi; nel secolo XIX è stata demolita l’ala meridionale e la torre angolare ad oriente; i vani finestra sono stati completamente rifatti secondo lo stile dell’epoca.
A fianco di quello che fu il portale di accesso sulla destra è la cappella, ricavata all’interno della torre rotonda: sull’altare si trova un affresco del XVI secolo (Madonna con Bambino) attribuito ad Orazio Alfani (1510 – 83), figlio del celebre pittore Domenico di Paris (1483 – 1553). Sulla sinistra della porta d’accesso vi è una stanza detta Delle Armi dove i vecchi proprietari svolgevano tutte le attività connesse con la conduzione della proprietà agricola.


Ma ecco che, quasi improvvisamente, piombiamo quasi cinque secoli addietro. Dopo un melodioso canto di un giullare imprevedibile ecco che appare una narratrice:

La storia che vengo a raccontarvi è quella che accade nel 1540, dopo la “Guerra del Sale”,  quando Perugia persa ch’ ebbe la sua libertà divenne città agricola dello Stato Pontificio.
Molti giovin signori, smaniosi di libertà ed avventure, si ribellarono al governo papalino; la lor violenza divenne agire quotidiano... e nessun governatore potè fermare cotal arroganza.
Colui che tra codesti giovani raggiunse maggior fama  fu, Francesco dei conti Alfani, che, a 14 anni, cinse la spada  dando principio ad una vita strana fatta di lotte eroiche e di assassini immondi.
Il Conte Francesco Alfani era “alto di statura, di giovanile e delicata faccia, dai capelli castagni, di gentil viso e carnagione bianca…era di poche e posate parole, risoluto e sollecito nell’operare…capace di essere amato dai suoi uomini, rispettato dai nobili e temuto dai nemici.”

Siamo davanti alla Castellina, e ci appare una scena che vi voglio raccontare, quasi fossimo a teatro, noi spettatori sorpresi, e loro attori calati nella parte.

Colonnello:
così son io, risoluto e di poche ciance, ma….. furono proprio esse che mi portarono sulla mala via, fo memoria ancora di quel dì maledetto nel quale la mia vita ebbe a cambiare, era di Maggio, quando incontrai il conte Anastagi il qual mi offrì di giocar alla pallacorda, giù, al campo del sopramuro, quello che voi oggi chiamate il mercato coperto.
Io, considerando un tal gioco, roba di poco onore, rifiutai l’offerta e ciò offese l’Anastagi il qual mi diede del bardassone, tal parola suonò si male alle mie orecchie che io subito sguainai la spada chiedendo che col sangue fosse lavata un cotal onta.
Ma prosegue la nostra narratrice:

I servitori riuscirono a fermare i due nobili che, se avessero duellato in città, sarebbero stati entrambi arrestati perché, a Perugia,  i duelli erano stati banditi. Ma ciò non bastò, la triste storia non era che all’inizio; nel cuore di Francesco ribolliva l’odio e la sete di vendetta,  bardassone era un insulto troppo grande, e solo il sangue poteva lavarlo.
Il dramma si compì alcuni giorni dopo quando i due nemici si rincontrarono davanti alla Castellina di Montecapanno. Quel dì l’Alfani era accompagnato dal fedele servitore Allegretto con il quale stava discutendo d’amori e di donne, quando all’improvviso videro sbucare il conte Anastagi con il servitore Belardino.

La storia continua.

Il Colonnello:
guarda la, mi sembra di veder due gufi che s’avanzano dal bosco.
 
L’Anastagi:
vai Belardino e mozza il capo a quei bardassoni, ch’io non voglio sporcare la mia lama con il loro misero sangue.

Ecco un duello, un duello tra i servitori.

Allegruccio è ferito e grida all’Alfani:

Colonnello, non sia mai ch’io lasci uccidere un mio uomo, tu servo d’un servo, bestia immonda, lordume del genere umano, tu che non avesti né padre né madre che ti accolsero nel mondo, figlio di prostituta figlia di prostituta, incrocia con me il ferro tuo e raccomanda l’anima al creator che stai per raggiungere.

Un breve scambio di colpi e Belardino soccombe!

L’Anastagi:
allarmi, allarmi, birri a me, hanno ucciso il mio fedele Belardino….

Il Colonnello:
Anastagi, che tu sia maledetto, or io fuggo, non per viltà, ma al fin di preparar l’ultimo incontro nel quale ‘infilzerò come un cinghial. Un consiglio a voi perugini camminatori, se per li Anastagi è il cor vostro, io lo infilzerò col mio mortal rostro. Or dunque alle vostre magioni tornate e del colonnello Francesco Alfani la memoria per sempre portate….

Poi ride e fugge…

Ed anche noi, ritornati nel secolo corrente, … ‘dopo la scena … la scenata’, dice qualcuno, ed anche noi, dicevo, ritornati nel secolo corrente ci lasciamo tentare dalla simpatica merenda di polpettine di magro da bovino di razza allevato in zona con metodi tradizionali, da crostini con lardo speziato ed aromatizzato (un grazie a Michele, a Enzo Lucaroni ed ai gastronomi della ditta Santa Croce), pomi verdi di un’agricola non lontana, un buon sangiovese umbro offerto da Benny e Glauco (non dimenticate così l’osteria ‘la fraschetta’ a Ponte Valleceppi, alle porte della Terra d’Arna!), e l’ospitalità del Bepi. Oggi, della Castellina, son visitabili la cappella, il chiostro, il pozzo con una cisterna. Ne approfittiamo.
La sosta è finita (trenta minuti trenta, come programmato) e si riparte (sono le 11.00).
Si scende verso il Laghetto del Pod.e Monte Capanno, si percorre per un breve tratto la S. C. per Pieve Pagliaccia, oltrepassando il Pod.e Passolacasa  e all’altezza di Canalicchio (oggi ‘Country House Il Poeta Contadino’) si sale leggermente verso il Pod.e Bonacheto di cui sopra; da qui si prosegue in direzione nord-est per superare la Palazzetta e arrivare a Palazzo Ayale. Si ridiscende e si riattraversa la S. P. del Piccione, si sale al Vocabolo Giuncheto (oggi ‘Agriturismo Il Giuncheto’), si passa alla sinistra del Castellaccio e si giunge a casa Freddio, oggi ‘Agriturismo la Collina di Pilonico’. Sono le 12.40.
Cosa ci aspetterà mai? ‘Io lo so ma non te lo dico’, rammentate? Scherzi dimenticati a parte, ecco il menù proposto da Italo e preparato dallo stesso con l’aiuto di validi collaboratori (una figlia, la Giuliana, Pistolino, e altri ancora): un funzionale vassoio cadauno (versione usa e getta, ma con raccolta differenziata) contenente una porzione di pasta e fagioli, un paninetto con salsiccia alla brace, un paninetto con porchettina di cinta locale, una bella fetta di torcolo (frutto di un eccellente  connubio umbro – cubano), ed un bicchiere vuoto: chi lo riempirà di acqua fresca, chi di grechetto umbro, chi di rosso sangiovese. Sapete quanti vassoi sono stati serviti? Centonovanta, ovvero, in cifre, 190. E meno male che qualcheduno non si è potuto fermare a questa ‘ricca e tipica merendona’.
Ci rivediamo e ci risentiamo a Sant’Egidio, il 23 maggio. Ci sarete anche voi?
Un saluto ed un arrivederci presto a tutti…




Daniele Crotti

Inserito lunedì 10 maggio 2010


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