17/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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LA FESTA PIU' BELLA
A Borgo XX Giugno le due date più alte della storia perugina si incontrano ancora


                            

  Centocinquanta anni senza più lo Stato del Vaticano dopo tre secoli di decadenza e di silenzio. Un bel compleanno. Siamo stati italiani con un anno di anticipo, ma questo è solo un dettaglio. Perugia non è più, da allora, la capitale di un piccolo contado. I suoi cittadini si portano dentro la cultura di un passato molto più lontano, più antico della Rocca Paolina, più alto delle sue cento torri distrutte. Ci sono molte date da ricordare, quella del 1540 che segnò, con la guerra del sale e la costruzione della rocca, la fine della autonomia possibile, dopo la civiltà comunale, il governo repubblicano del 1798 e l'inizio della distruzione dell'opera del Sangallo, infine la scintilla del 1859, che si accese il 14 giugno con le grandi manifestazioni popolari, la costituzione del Governo provvisorio e la pacifica uscita di scena del delegato pontificio. Perugia vivrà la sua libertà per pochi giorni, sino al 20. E' la storia che tutti i perugini conoscono e che segnerà per sempre la sua identità. La disperata decisione di conquistare la perduta indipendenza fu presa dalla migliore gioventù perugina, anche da quelli con la barba bianca, gioventù dello spirito, comunque, dei Guardabassi, dei Faina, dei Berardi, dei Danzetta e divenne "un punto fermo -come scriverà Walter Binni- nella storia moderna di Perugia e ne consolidò il fondo democratico, laico, popolare che rimarrà fondamentale nella fisionomia della città".
  Il 20 Giugno, anzi, il XX Giugno è la festa laica, e quel ricordo lontano, ancora vivo nei cento vicoli di Porta San Pietro, consegna alla storia nazionale il nome di Perugia che su quella data potrebbe vivere di rendita e farsi perdonare, quando capita, i mille peccati di una città di provincia niente affatto provinciale, chiusa e sorniona, cinica, altruista solo quando è necessario, misurata nei suoi passi verso il futuro perché è un luogo tutto in salita e i passi si devono fare uno alla volta, con moderazione, risparmiando le forze.
  Il XX Giugno non è stato il frutto di smisurato di orgoglio e nemmeno un errore di valutazione davanti ad un nemico, il potere temporale e il suo esercito mercenario, troppo forte e così poco disposto al compromesso, ma la misura della forza della città, forza morale e forza storica, una rottura, anche, con il passato e con la tradizione fatta di realismo e di lunga convivenza con la sovranità limitata, forzosamente subita, nei confronti di Roma.
  Talvolta, c'è nella storia della città un assedio e poi la lunga attesa della liberazione, un santo che combatte e un chierichetto che tradisce, un grifo e un leone, il sacro e il profano, l'odio per il potere oppressivo dei papi ma anche una scelta guelfa. E' nel rapporto con Roma che, inevitabilmente, Perugia misura se stessa, il presente e il futuro. Sempre, sin dai tempi dei Cesari. Con il XX Giugno Perugia conosce una delle ultime e  più significative giornate del Risorgimento. Certo, questo è anche il giorno di un'altra liberazione, quello del '44 e della fuga, giù dal Bulagaio, dei nazisti. Due date si sovrappongono ed è inutile cercare quella più importante. La storia è la storia ma, certo, il XX giugno è il XX giugno, e tutti capiscono che si pensa quasi d'istinto a quello del 1859.
  E' da via Romana, la via dei Papi, che passa la storia, è qui che la città ha le sue antenne nervose, i sensori più sensibili del tempo che passa. Il Comune e la Chiesa, la città e il Papa, Perugia e Roma, la provincia riottosa, una delle tante, e la capitale del mondo. C'è sempre un potere inflessibile, dall'impero romano sino allo Stato dei Papi, che arriva in città, la doma e, talvolta, la mette a ferro e fuoco. Tutte le tragedie di Perugia si iniziano da qui, da questo bastione naturale che scorre quasi in piano e in equilibrio tra i dirupi di Santa Margherita e Sant'Anna, la propaggine più lunga della città, sin nel cuore della campagna, il borgo trafitto dalle albe bianche che la illuminano dal monte Subasio prima che arrivi il sole, alto, sulla valle umbra.
  La via dei Papi e delle chiese più belle della città, dei santi protettori che con le loro piccole cattedrali che nascevano sempre più vicino e poi arrivavano a conquistare la piazza Grande, è così diventata la via del XX Giugno, di Cavour, con la piazza di Giordano Bruno e le lapidi violentemente anticlericali che, nel corso di tutto il periodo unitario, nessun governo e nessuna autorità si sognerà mai più di togliere. Ancora oggi, i frati di San Pietro e di San Domenico guardano rassegnati, dall'uscio, le schegge di travertino che trafiggono la loro bonaria innocenza con frasi di fuoco.
  A Borgo XX Giugno le due date più alte della storia perugina si incontrano ancora. Davanti al Frontone il monumento ai caduti del 1859 e poco prima, al poligono di tiro, la lapide che ricorda il sacrificio di Mario Grecchi e dei suoi compagni fucilati, a pochi mesi dalla Liberazione, nel 1944.
  Per tutte queste ragioni il 20 arriva la festa più bella che, come tutte le feste, ci rimanda i simboli dei lutti e quelli della rinascita. Sono cose di ieri, ma senza quei simboli la città sarebbe un'altra città e la vita di tutti noi, chissà, più povera o, se si preferisce, meno ricca.
                                                       
                                                    renzo.massarelli@alice.it
(pubblicato sabato 12 giugno sul Corriere dell'Umbria)  



Renzo Massarelli

Inserito domenica 13 giugno 2010


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