23/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Uomini che uccidono le donne

Il solito bell'imbusto di regime ( chi sia specificamente non ha importanza e anche le differenze di sesso – ahimè - in questo caso “per me pari sono”), abituato a propinarci un'informazione rimasticata, sfrondata di ciò che può turbare un'opinione pubblica che si vuole avvezza alla pennichella (protratta anche fuori dall'attività digestiva che la richiede, in caso di pasti laboriosi), edulcorata per non turbare gli animi tutti volti a seguire - in questo caldo mese di luglio - la direzione della palla nel campo di calcio, al suono ronzante delle vuvuzzelle, che richiamano gli acufeni prodotti dalla sclerosi dell'apparato uditivo che, nei telespettatori e nelle telespettatrici, appaiono particolarmente sviluppati, fino all'ipoacusia – ovvero la semi sordità – che impedisce di chiedere conto di quanto viene espressamente dichiarato nei vari tiggì, o – ancora espressamente – omesso negli stessi; beh, il bell'imbusto di cui sopra “condisce”il giornale di cui è corresponsabile con l'ennesimo annuncio di una donna morta ammazzata dal marito/amante/fidanzato/spasimante - in carica o scaricato, ma comunque in crisi di abbandono - definendolo (senza arrossire, mostrare segni della mimica del volto che facciano trasparire un dubbio, un disagio, una qualche distanza da quanto sta per dire o ha appena detto, senza un tremito nella voce che denunci un sussulto di rispetto per la vittima, se stesso e l'intelligenza di chi ascolta): “delitto passionale”.

Viviamo in un paese di santi e poeti – si sa – di navigatori (sia pure con bandiera offshore), ma anche di latin lovers e grandi seduttori (da Casanova a Valentino, tanto per citare due esempi noti), tutta gente che ha certamente a che fare con le emozioni e le passioni, che prova e suscita in egual misura, ma mi sapete dire che passione è quella che porta uomini ad ammazzare donne, con un crescendo da gran guignol, in ogni luogo del Bel Paese, dentro ogni tipo di ceto sociale, con modalità che variano per la scelta dei metodi, ma non per l'efferatezza? Omicidi - meglio: femminicidi - che vengono quotidianamente metabolizzati dall'opinione pubblica, subito pronta a passare ad altro - come ci hanno abituate/i i palinsesti tivvù - anche grazie a questo confezionarli dentro un contesto pulsionale al quale in qualche modo siamo abituate/i – noi, sangue latino – a dare un riconoscimento e che li rende, se non scusabili, almeno comprensibili senza troppe faticose analisi. La gelosia, l'onore, la virilità, l'orgoglio maschile, la sudditanza femminile, sono caratteri appartenuti potentemente alla nostra cultura, ma che si pensavano – io almeno pensavo – superati dentro il procedere della modernità, che ci vuole tra le nazioni col numero più alto di cellulari pro capite e la più alta suscettibilità ai marchi dei prodotti hi tech. E invece in Italia passa per “normale” che le donne siano le prime vittime della crisi economica (la disoccupazione è femmina), che debbano continuamente “ricontrattare” il diritto alla salute e alle scelte riguardanti sessualità e maternità, che il peso del lavoro di cura e assistenza ad anziani, minori e disabili, gravi quasi esclusivamente sulle loro spalle (e anzi su queste spalle si conta per tagliare ulteriormente la spesa sociale), che i corpi di tante giovani, nutrite a reality e fiction di pessima qualità, vengano usati come merce di scambio dentro il negozio della corruzione economica e politica, anche ai livelli che un tempo avremmo definito “alti”. E' dunque altrettanto “normale” che uomini che si vedono scivolare via chi continua ad essere considerata come garanzia contro ogni concreta difficoltà materiale, contro il timore della solitudine dentro una società competitiva e violenta, come riconoscimento del proprio valore di maschio, come legittimazione a sentirsi padrone e capo almeno nel proprio recinto, è “normale” che perda la brocca – come suol dirsi – e decida di sopprimere: letteralmente annientare, chi si è fatta responsabile di tale affronto ad un'identità che in questi anni non ha saputo cambiare, e continua a riprodursi in termini di “padre-padrone-padreterno”, al punto da poter continuare a decidere la vita e la morte di chi gli è o gli è stata accanto e che non vuole più. I maschi italiani, a differenza della stragrande maggioranza dei cittadini stranieri – e le statistiche parlano chiaro sul triste record dell'Italia in questo campo - non tollerano la capacità e la volontà di autodeterminazione delle donne, che considerano spesso una macchia da lavare con il sangue, ma mi spiegate che c'entra la passione con tutto questo? A meno di non considerare il bisogno di potere una passione, la stessa che spinge da secoli gli uomini a massacrarsi sui mille scenari della storia, dove chi è individuato come più debole ha due possibilità: estinguersi o venire sopraffatto. “Passione del potere” che, se frustrata, si esprime in rabbia incontrollata, e nel circolo chiuso delle relazioni private dà i frutti insanguinati di cui parliamo. Ma la rabbia non è una passione, né lo sono l'aggressività, la prepotenza, il sopruso e la violenza fino all'assassinio. Che dobbiamo intendere allora con la parola “passione”? La passione, ci dice la sua etimologia, è certamente una dimensione dell'individuo in gran parte passiva, perché insorge e si esprime come un sentimento e anche una sofferenza (patiri è il verbo latino da cui deriva), mette alla prova la nostra anima, ma come altri prodotti della psiche umana si può guidare, nutrire, orientare, accettare o combattere. Passione si può legittimamente declinare in passione per l'arte, per la natura, per la conoscenza, per l'impegno sociale, in passione civile, in passione d'esistere. Passione - qualunque sia l'esito personale che può raggiungere - è amore. Se annettiamo il delitto dentro la sfera delle passioni, continuando a connotarle confusamente, senza distinzioni o gerarchie, in che modo riusciremo a distinguere vittima e carnefice e a negare loro - anche dal punto di vista emozionale - lo stesso statuto? Ma, più concretamente, a chi potremo chiedere aiuto o giustizia se qualcuna/o di noi o dei nostri cari – maschi e femmine – subirà violenza? Neanche il ricorso alla magistratura potrà garantirci che giustizia venga fatta, se non si ripulisce il linguaggio – e dunque il pensiero, l'immaginario, il simbolico, e i comportamenti che ne conseguono – dagli stereotipi che permettono a tanti uomini di odiare impunemente le donne (ogni tre giorni una donna viene uccisa, non in Iran, o Algeria, o Pakistan, ma in Italia, “da noi”, e nell'ambito domestico). Cito per fare un esempio concreto, e non essere tacciata di ideologia, il caso recente di Sandro F. condannato in primo grado dal Tribunale di Sondrio, nel settembre 2005, e successivamente dalla Corte d’appello di Milano, nell’ottobre 2007, a otto mesi di carcere per maltrattamenti ai danni della moglie Roberta B.

Motivazioni della Corte d’appello: “La responsabilità dell’imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale” della moglie sottoposta a “continue ingiurie, minacce e percosse”. Ma Sandro non si arrende e si appella alla Suprema Corte, dove infine trova un giudice disposto a revocare la condanna, con la motivazione che Roberta è una donna emotivamente forte, capace di sopportare “limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni”, da cui – sempre a parere del giudice - non sembrava scossa e intimorita, visto che era arrivata al punto di denunciare il marito, invece che abbassare le orecchie e continuare a subire. Fino a che punto? Forse fino a dove la “passione” di Sandro l'avrebbe condotta: ad essere nominata e subito dimenticata da qualche giornalista televisivo, dentro la lista senza fine delle donne ammazzate per il raptus* passionale di chi le aveva tanto amate.





*Raptus, altra parola di gomma inflazionata, e dunque depotenziata di significato, dai mezzi di comunicazione, che serve indistintamente da spiegazione e in definitiva da giustificazione di comportamenti aberranti che, “liberati” dalla sfera dell'agire consapevole e condotti in quella della follia, sia pure momentanea, ci trasforma tutte/i in potenziali assassini, oltre che possibili vittime (in una inaccettabile equivalenza) e riduce la tragedia in statistica e la colpa in debolezza. 




Silvana Sonno

Inserito giovedì 15 luglio 2010


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