28/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Fine d’agosto
E già fluttuano le Foglie (e i fogli) di settembre... Con Cesare Pavese, Garcia Lorca, Vincenzo Cardarelli

 FOLIA FLUCTUANTIA SETTEMBRE 2010.pdf

Carissimi,
 
da domani mi assenterò, ragion per cui è mia premura inviarvi anzitempo le mie foglie ed i miei fogli settembrini...

In attesa di giungere al momento opportuno di e per aprire il contenuto vi propongo la lettura di questo racconto di Cesare Pavese.
 

Fine d’agosto

   Una notte di agosto, di quelle agitate da un vento tiepido e tempestoso, camminavamo sul marciapiede indugiando e scambiando rade parole. Il vento che ci faceva carezze improvvise, m'impresse su guance e labbra un’ondata odorosa, poi continuò i suoi mulinelli tra le foglie già secche del viale. Ora, non so se quel tepore sapesse di donna o di foglie estive, ma il cuore mi traboccò improvvidamente, tanto che mi fermai.

   Clara attese, semivoltata, che riprendessi a camminare. Quando alla svolta c’investì un’altra folata, Clara fece per soffermarsi, senza levare gli occhi, un’altra volta in attesa. Davanti al portone, mi chiese se volevo far luce o passeggiare ancora. Restai un poco fermo sul marciapiede – ascoltai il fruscío d’una foglia secca trascinata sull’asfalto – e dissi a Clara che salisse, l’avrei subito seguita.

   Quando, dopo un quarto d’ora, giunsi di sopra. Mi sedetti a fumare alla finestra fiutando il vento, e Clara mi chiese attraverso la porta della stanza se mi ero calmato. Le dissi che l’aspettavo e, un istante dopo, mi fu accanto nella stanza buia, si appoggiò contro la mia sedia e godeva il tepore del vento senza parlare. In quell’estate eravamo quasi felici, non ricordo che avessimo mai litigato e passavamo lunghe ore accanto prima di addormentarci. Clara capisce tutto, e a quei tempi mi voleva bene; io ne volevo a lei e non c’era bisogno di dircelo. Eppure so adesso che le nostre disgrazie cominciarono quella notte.

   Se Clara si fosse almeno irritata per la mia agitazione, e non mi avesse atteso con tanta docilità. Poteva chiedermi  che cosa mi fosse preso, poteva tentare lei stessa d’indovinarlo, tanto più che l’aveva intuito – ma non tacere, come fece, piena di comprensione. Io detesto la gente sicura di sé, e per la prima volta detestai Clara.

   Quel turbine di vento notturno mi aveva, come succede, inaspettatamente riportato sotto la pelle e le narici una gioia remota, uno di quei nudi ricordi segreti come il nostro corpo, che gli sono si direbbe connaturati fin dall’infanzia. La spiaggia dove sono nato si popolava nell’estate di bagnanti e cuoceva sotto il sole. Erano tre, quattro mesi di una vita sempre inaspettata e diversa, agitata, scabrosa, come un viaggio o un trasloco. Le casette e le viuzze formicolavano di ragazzi, di famiglie, di donne seminude al punto che non mi parevano donne e si chiamavano le bagnanti. I ragazzi invece avevano dei nomi come il mio. Facevo amicizia e li portavo in barca, o scappavo con loro nelle vigne. I ragazzi delle bagnanti volevano stare alla marina dal mattino alla sera: faticavo per condurli a giocare dietro i muriccioli, sui poggi, su per la montagna. Tra la montagna e il paese c’erano molte ville e giardini , e nei temporali di fine stagione le burrasche s’impregnavano di sentori vegetali e torridi che sapevano di fiori spiaccicati sui sassi.

   Ora, Clara lo sa che le folate notturne mi ricordano quei giorni. E mi ammira – o mi ammirava – tanto, che sorride e tace quando vede questo ricordo sorprendermi. Se gliene parlo e faccio parte, quasi mi salta al  collo. E’ per questo che non sa che quella notte mi accorsi di detestarla.

   C’è qualcosa nei miei ricordi d’infanzia che non tollera la tenerezza carnale di una donna – sia pure Clara. In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito.  Un ragazzo – ero io? – si fermava di notte sulla riva del mare – sotto la musica e le luci irreali dei caffè – e fiutava il vento – non quello marino consueto, ma un’improvvisa buffata di fiori arsi dal sole, esotici e palpabili. Quel ragazzo potrebbe esistere senza di me; di fatto, esistette senza di me, e non sapeva  che la sua gioia sarebbe dopo tanti anni riaffiorata, incredibile, in un altro, in un uomo. Ma un uomo suppone una donna, la donna; un uomo conosce il corpo di una donna, un uomo deve stringere, carezzare, schiacciare una donna, una di quelle donne che hanno ballato, nere di sole, sotto i lampioni dei caffè davanti al mare. L’uomo e il ragazzo s’ignorano e si cercano, vivono insieme e non lo sanno, e ritrovandosi han bisogno di star soli.

   Clara, poveretta, mi volle bene quella notte come sempre. Forse me ne volle di più, perché anche lei ha le sue malizie. Noi giochiamo qualche volta a rialzare fra noi il mistero, a intuire che ciascuno è per l’altro un estraneo, e così sfuggire alla monotonia. Ma ormai io non potevo più perdonarle di essere una donna, una che trasforma il sapore remoto del vento in sapore di carne.

[da Feria d’agosto, di Cesare Pavese]

E' ancora presto?

Possibile. E allora rimaniamo con Pavese con questa poesia tratta da 'lavorare stanca':

 

Paesaggio II

 

La collina biancheggia alle stelle, di terra scoperta;

si vedrebbero i ladri, lassù. Tra le ripe del fondo

i filari son tutti nell'ombra. Lassù che ce n'è

e che è terra di chi non patisce, non sale nessuno:

qui nell'umidità, con la scusa di andare a tartufi,

entran dentro alla vigna e saccheggiano le uve.

 

Il mio vecchio ha trovato due graspi buttati

tra le piante e stanotte borbotta. La vigna è già scarsa:

giorno e notte nell'umidità, non ci viene che foglie.

Tra le piante si vedono al cielo le terre scoperte

che di giorno gli rubano il sole. Lassù brucia il sole

tutto il giorno e la terra è calcina: si vede anche al buio.

Là non vengono foglie, la forza va tutta nell'uva.

 

Il mio vecchio appoggiato a un bastone nell'erba bagnata,

ha la mano convulsa: se vengono i ladri stanotte,

salta in mezzo ai filari e gli fiacca la schiena.

Sono gente da farle un servizio da bestie,

ché non vanno a contarla. Ogni tanto alza il capo

annusando nell'aria: gli pare che arrivi nel buio

una punta d'odore terroso, tartufi scavati.

 

Sulle coste lassù, che si stendono al cielo,

non c'è l'uggia degli alberi: l'uva strascina per terra,

tanto pesa. Nessuno può starci nascosto:

si distinguono in cima le macchie degli alberi

neri e radi. Se avesse la vigna lassù,

il mio vecchio farebbe la guardia da casa, nel letto,

col fucile puntato. Qui, al fondo, nemmeno il fucile

non gli serve, perchè dentro il buio non c'è che fogliami.

 

 Temo che mi... 'maledirete', per questa mia atavica fetta, premura, volere anticipare sempre, eccetera eccetera. Beh, visto che ancora non siamo giunti e non siete giunti a fine agosto, ed ancora per le lande italiane dal nord al centro al sud risuonano le note dei tanti interpreti dei canti e dei balli popolari di tradizione orale (pensate alle 'Vie del saltarello' in Umbria, grazie agli amici dei Sonidumbra, il da non molto cessato 'Appennino Folk Festival' nella terra delle 4 province [li conoscete gli Enerbia?, ve ne parlerò prossimamente, in caso], il tuttora in corso 'Monsano Folk festival' dell'amico Gastone Pietrucci e la sua Macina, ...), vi suono le corde di una immaginaria chitarra offrendovi la lettura (a bassa o ad alta voce, decidete voi) di una poesia di F. G. Lorca , tratta dal 'Poema del cante jonde' (nella versione di F. Scarabicchi, dovuta alla Macina; ma io la estendo a tutti gli amici, che di ciò si beano, anche alla 'mia' e 'nostra' Nuova Brigata Pretolana' [che ai primi di ottobre vi offrirà, speriamo, una 'nuova', appunto, sorpresa]).

 

La chitarra

 

Inizia il pianto

della chitarra.

S'infrangono i calici

dell'alba.

Inizia il pianto

della chitarra.

E' inutile tacerla.

E' impossibile

farle far silenzio.

Piange monotona

come piange l'acqua,

come piange il vento

sulla neve.

E' impossibile tacerla.

Piange per cose

lontane.

Arena del caldo sud

che vuole camelie bianche.

Piange freccia che non ha bersaglio,

la sera senza il mattino,

e il primo uccello morto

sul ramo.

Oh chitarra!

Cuoe trafitto

dalle cinque spade!

 

 Ma eccoci ormai pronti, settembre è alle porte.

Ve lo presento con una poesia, ancora, come il mese passato, questo mese di agosto, di Vincenzo Cardarelli.

 

SGOMBERO

 

Far le valige, sgombrare,

inebriante e tetra occupazione.

Sono colpi di zappa

in quella terra lurida e consunta

ch'è il nostro passato.

Fra i ricordi che affiorano

quale ossame sospetto

ritrovo a volte,

delle mie fuggitive ispirazioni,

documenti illeggibili

e disperanti come palinsesti.

Io non ho più occhi

per decifrarli.

Vecchi fogli, illusioni tramontate,

reliquie di gioventù,

polline denso, infruttuoso e vano,

mi piange il cuore a guardarvi,

oggi che ho il petto gonfio

dei miei rimorsi

e delle sofferte ingiustizie.

 

 

Grazie per la pazienza e l'attenzione,

 




Daniele Crotti

Inserito domenica 22 agosto 2010


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