23/01/2021
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Il grido della terra e la lezione della crisi
XXIV Convegno nazionale di Studi l'altrapagina, Città di Castello 11 e 12 settembre 2010: gli interventi di Susan George, Gianni Mattioli, Gianni Tamino, Marcelo Barros

Avete presenti quei medici che assistono i torturatori per fermarli un attimo prima che la vittima muoia? Beh, noi oggi con la terra ci comportiamo alla stessa maniera. Cos’è lo sviluppo sostenibile, se non lo sfruttamento massiccio del pianeta, per estrarre ricchezza, energia, materie prime e guadagnare sempre di più? Con questa immagine, efficace e allarmante allo stesso tempo, il teologo della liberazione Marcelo Barros ha aperto la sua conversazione di domenica mattina al convegno organizzato da l’altrapagina di Città di Castello dal titolo Il grido della terra e la lezione della crisi. 
Con l’ambiente non è possibile scherzare. Ogni giorno, da quando ci alziamo a quando andiamo a dormire – ha  ricordato Susan George nella sua relazione di apertura dei lavori – scompaiono dalla terra 30 specie. Insomma, siamo di fronte alla sesta grande estinzione, dopo quella dei dinosauri di 65 milioni di anni fa. E prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà per tutti. Non possiamo più baloccarci con i grafici degli economisti e le chiacchiere sulla crescita. Per credere a una crescita infinita, ha ricordato la studiosa americana parafrasando il detto di un famoso ecologista, bisogna essere dei pazzi o degli economisti. Il nostro compito, ha poi aggiunto, è quello di ribaltare l’ordine gerarchico che pone la finanza al primo posto e l’ambiente all’ultimo e ricordare a tutti che è la biosfera che comanda e che la biodiversità è una ricchezza che dobbiamo conservare se vogliamo salvare il pianeta.
Noi, ha continuato Susan George, viviamo prigionieri di muri che ci impediscono di vedere la realtà. Il primo è quella della finanza. Negli anni Ottanta con l’avvento del neoliberismo sono state eliminate una dozzina di regole, alcune dei quali risalivano al New Deal. Una delle più importanti era quella che separava le banche di deposito (quelle che usiamo per versare i nostri risparmi) da quelle di investimento, che invece movimentano grandi quantità di denaro da cui traggono i loro profitti. La più importante di queste banche è la Goldman Sachs che in un solo giorno è riuscita a guadagnare più di 100 milioni di dollari. Ora la differenza tra questi due tipi di istituti di credito non c’è più e le banche sono diventate troppo grandi per fallire. Quando nel 2008 Lehman Brothers ha fatto bancarotta la gente è caduta nel panico. E i governi occidentali, dagli Stati Uniti al Giappone, dall’Europa al Canada, hanno cominciato a investire denari pubblici per salvare le banche. Sono stati spesi complessivamente 14 mila miliardi di dollari (più o meno il Pil dell’Europa o degli Stati Uniti), cioè un dollaro ogni secondo per 450 mila anni. E sono tutti soldi nostri.
L’altro grande muro è quello della povertà e dell’ineguaglianza. Si abbassano le tasse per i ricchi, si privatizzano i servizi pubblici, si deregolarizza tutto a favore della libertà della finanza. In questi anni c’è stato un trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale di circa il 10%, pari a 1300 miliardi di dollari che ogni anno emigrano dalle tasche dei lavoratori a quelle dei ricchi. Negli Stati Uniti prima dell’avvento del neoliberismo l’uno per cento della popolazione più ricca si prendeva l’otto per cento della ricchezza nazionale, oggi questa percentuale è salita al 22 per cento. L’ineguaglianza è in relazione diretta con una serie di casi apparentemente molto diversi fra loro: povertà, obesità, mortalità infantile e così via. Le società più ineguali, ha precisato la studiosa americana, sono proprio quelle anglosassoni dove si verificano in maggioranza questi fenomeni.
Il terzo muro riguarda infine la mancanza di nutrimento per le persone del sud del mondo. Nel 2008 una speculazione sul prezzo del grano ha affamato centinaia di migliaia di persone. Qualcosa di simile accade con l’acqua che fa sempre più gola alle grandi multinazionali.
E come se non bastasse, ci sono le crisi climatiche, sempre più frequenti, che faranno aumentare i rifugiati. Tutti questi sconvolgimenti, dice Susan George, hanno una origine comune: il neoliberismo, il cui obiettivo è quello di prendere ai poveri per dare ai ricchi. Questi Robin Hood all’incontrario appartengono alla “classe di Davos”, che applicano scrupolosamente la massima di un dei padri dell’economia moderna, Adam Smith, che recita più o meno così: «Tutto per noi e niente per gli altri».
Ma è possibile invertire la tendenza? E come? Secondo la studiosa americana occorre prima di tutto socializzare le banche, renderle pubbliche, se vogliamo che prestino denaro alle piccole e medie imprese e non continuino a fare operazioni speculative. Solo in questo modo si potrà garantire il credito alle imprese che hanno un progetto ecologico o che costruiscono immobili a basso impatto energetico. Occorre poi annullare il debito di tutti i paesi africani in cambio di progetti di riforestazione dei loro territori, ridurre drasticamente l’evasione fiscale ed eliminare tutti i paradisi fiscali dove si custodiscono ancora 1300 miliardi di dollari. Susan George ripropone poi uno dei cavalli di battaglia di Attac, l’organizzazione di cui è presidente onorario, cioè una tassa sulle transazioni finanziarie. Applicando questo provvedimento si potrebbero avere a disposizione ogni anno 800 miliardi di dollari che potrebbero essere destinati ad aiutare i poveri di tutto il mondo. Un altro settore su cui c’è ancora molto da lavorare, ha concluso la studiosa americana, è quello della riduzione dello spreco. La tecnologia e una maggiore attenzione e sensibilità possono produrre in questo campo risultati importantissimi per avviarci verso un percorso virtuoso che consenta a tutti gli uomini di salvarsi dal disastro. Perché questa è la posta in gioco. Il pianeta può trovare un nuovo equilibrio, ma forse senza di noi.

Il pomeriggio di sabato è toccato a Gianni Mattioli e Gianni Tamino affrontare dal loro punto di vista la connessone tra crisi ecologica e crisi economica. Il professor Mattioli, ha aperto la sua relazione lamentando l’inadeguatezza della politica, di destra e di sinistra, e della informazione di fronte alla grave situazione in cui versa il pianeta. Non c’è consapevolezza della situazione. E anche l’informazione scientifica è molto modesta. E spesso deformata. Il governo intanto cerca di ottenere sconti sulle disposizioni dell’Unione europea in tema di cambiamenti climatici, riproponendo sempre il solito ritornello: Sì, i provvedimenti sono giusti, ma adesso non è il momento, non possiamo mettere in difficoltà l’economia. E non ci si rende conto che in gioco c’è ormai l’alterazione della stabilità del pianeta. Già nel 2002 il rapporto del National Accademy of Science lanciava l’allarme: in tema di cambiamenti climatici stiamo oltrepassando una soglia oltre la quale c’è il caos. Il pianeta troverà una nuova stabilità, ma non sappiamo se noi avremo un posto in questo nuovo equilibrio. Eppure queste argomentazioni non sfiorano nemmeno i nostri politici, i quali ripropongono con grande superficialità e approssimazione la questione nucleare. Ma non sanno, o fingono di non sapere, che l’uranio 235 (quello che serve per le centrali) si sta esaurendo, che negli Stati Uniti è dal 1978 che non si costruiscono più centrali, che nessuno ha ancora risolto il problema dello stoccaggio delle scorie. E che una recente ricerca commissionata dal governo tedesco, che si è protratta per sei anni (dal 2003 al 2008), ha rilevato che in prossimità delle centrali c’è un consistente aumento di tumori (+163%) e leucemie (+260%).
La drammaticità della questione ecologica – ha continuato Gianni Mattioli – costringe a rivedere anche l’impianto economico produttivo. Non ci sono maestri in questo campo – ha aggiunto – ma è da comunità come questa, in cui si vuol discutere e riflettere per lavorare e pensare a uno scenario di ben vivere per tutti, che possono giungere suggerimenti e proposte. Alcune cose si possono fare da subito, senza aspettare la grande politica. Penso, ha concluso il professore, alla riqualificazione urbana, alle fonti energetiche rinnovabili (il Portogallo produce in questo modo il 45% di energia elettrica), all’agricoltura di qualità… Ma dobbiamo affrettarci, perché non abbiamo molto tempo a disposizione.

Il professor Gianni Tamino ha iniziato il suo intervento con una considerazione preliminare: per salvare il vivente occorre conservare l’ambiente in cui esso vive. Noi – ha aggiunto – diamo per scontato che l’aria che respiriamo sia acquisita una volta per tutte. Ma non è così. L’aria ha bisogno di CO2 e di sostanze per determinare l’effetto serra, perché senza di esso non c’è vita. I problemi cominciano quando ci troviamo di fronte alla sua alterazione. L’aggressione al vivente cui oggi assistiamo è rischiosa soprattutto per noi più che per l’ambiente. Il pianeta può sopravvive anche senza l’uomo. La vita, infatti, si è evoluta in miliardi di anni, e noi siamo gli ultimi arrivati.
È incredibile, ha poi aggiunto il professor Tamino, che si buttino quantità enormi di denaro per produrre energia nucleare, mentre abbiamo a disposizione il sole che è in grado di fornirci tutta l’energia che vogliamo. L’energia che si consuma in tutto il mondo è, infatti, solo un decimillesimo di quella che ci invia il sole.
Gianni Tamino ha poi affrontato la questione degli Ogm, altro problema tornato alla ribalta proprio in questi giorni in Italia. In realtà – ha affermato -  gli Ogm sono falliti, perché 4 o 5 piante con due soli geni impiantati in dieci anni dimostrano che questa innovazione non ha portato alcun vantaggio. E non ha risolto il problema della fame nel mondo, come si vuol fare credere. Anzi lo ha aggravato, perché sono aumentati i costi che gli agricoltori devono sostenere per comprare le sementi e i diserbanti forniti, peraltro, dalle stesse multinazionali che producono gli Ogm.
Nel mondo – ha concluso il professor Tamino – non c’è una mancanza di cibo, il vero problema è l’accesso agli alimenti. In Occidente, anche per effetto della globalizzazione, ne sprechiamo una quantità enorme: circa un terzo di quello che comperiamo al supermercato finisce direttamente nella pattumiera. E non solo: noi consumiamo più del necessario, mentre un miliardo di persone non ha cibo a sufficienza. Attualmente uno statunitense consuma 40 volte più di un eritreo. C’è una soluzione a questo stato di cose? Sì, risponde il professore padovano. Per vivere meglio dobbiamo consumare meno e in modo più equilibrato.

A Marcelo Barros, teologo della liberazione, è spettato il compito di chiudere il convegno. E lo ha fatto con un stile leggero e coinvolgente che ha affascinato i partecipanti. Eppure ha espresso giudizi durissimi su tutte le più importanti questioni che ci riguardano. Il primo atto di terrorismo, ha detto, lo hanno compiuto gli Stati Uniti quando hanno lanciato le due bombe atomiche in Giappone. Del capitalismo ha detto: è il nostro più acerrimo nemico, peggio del terrorismo. E a proposito di rapporti con i non credenti ha ribadito che la spiritualità si misura dalle cose che facciamo, dal modo in cui le facciamo e non da quante volte andiamo in chiesa. Poi, citando Pedro Casaldaliga, ha detto: «quando mi dicono giustizia io penso a Dio, ma non tutte le persone che dicono di credere in Dio pensano alla giustizia». Sempre in tema di spiritualità, ha raccontato la bellissima storia dell’indio che mentre stava salendo in auto per le montagne andine assieme a un amico, a un certo punto ha chiesto di fermare la macchina. E quando il suo amico gli ha domandato il perché di quell’arresto improvviso, l’indio ha risposto: stiamo andando troppo velocemente, la mia anima non è ancora arrivata. Anche noi, sempre di corsa e indaffarati, abbiamo perso l’anima. Il problema è che non ce ne siamo accorti. La nostra società – ha spiegato Barros – è afflitta da un virus che si chiama individualismo: «ognuno per sé e Dio per nessuno». Sui leader latino-americani ha espresso giudizi diversificati: è rimasto favorevolmente sorpreso dalla elezione in Bolivia dell’indio Evo Morales, mentre del suo presidente Lula ha detto: la sua elezione è stata molto importante perché ha fatto uscire dalla povertà assoluta 30 milioni persone, ma non è riuscito a cambiare il sistema. E da questo punto di vista mi ha deluso.
Ma anche sulla chiesa non ha risparmiato giudizi critici. La teologia della liberazione, ha detto, è nata dalla necessità di riaffermare che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, contrariamente a quanto avevano sostenuto Pio IX, Pio X e Pio XI. Ed è stata poi accantonata e contrastata da Giovanni Paolo II per una questione di potere.
Sulla sinistra ha detto: solo chi lavora per il sociale può essere definito di sinistra. Poi ha aggiunto: io non sono contro il mercato, ma esso si può fare solo dopo che tutte le persone hanno avuto il necessario per vivere.



Enzo Rossi

Inserito martedì 14 settembre 2010


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