25/01/2021
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Afganistan: il loro sacrificio non è stato vano?
...se qualcuno è stato spinto a pensare che è meglio andare a morire in Afghanistan che trovare ragioni di vita là dove è nato, è stato ingannato


Riteniamo utile inviarvi questa lettera-riflessione di don Gianfranco Formenton - Parroco di S. Angelo in S. Angelo in Mercole di Spoleto e di S. Martino in Trignano in S. Martino in Trignano di Spoleto - prete che spesso con le sue prese di posizioni lancia sassi nello stagno di una Chiesa troppo legata ai poteri, ma che proprio per questo a noi piace.

Luigino Ciotti - presidente circolo culturale "primomaggio"

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Oggi 12 ottobre sono salito a Cima Dodici, a nord dell'Altipiano di Asiago. Da qui si vede l'Ortigara e la cima del Caldiera, il monte Zebio e più lontano le Melette, il monte Grappa e più in là si possono immaginare altri monti che sono i monti di tutte le patrie, i monti della Serbia, i monti del popolo Curdo, dell'Armenia e dell'Afghanistan.

Torno ogni anno tra questi monti e tra queste trincee e spesso mi trovo a considerare le storie di Mario Rigoni Stern, il cantore dell'Altipiano, il "sergente nella neve" che ha cantato degli Alpini con parole molto lontane dalla retorica militarista e sempre attento al valore dell'uomo, all'assurdità della guerra, alla stupidità di tutte le guerre.

La mia generazione è una generazione tirata su a grappa e a canzoni degli alpini che parlano di amore e di morte e che lasciano trasparire ad ogni nota la lontananza che c'è tra le parole roboanti dei ministri, dei generali e degli scrivani del potere e i sentimenti autentici degli uomini e delle donne che la guerra l'hanno sempre subita e mai accettata come necessità o come dovere etico.

La mia generazione ha avuto la fortuna di ascoltare le testimonianze dei "veci", reduci della guerra e di constatare la discordanza tra i loro resoconti e gli insegnamenti ufficiali che ci venivano propinati ad ogni quattro novembre davanti ai monumenti e dai nostri maestri che raccontavano la storia come insegnavano i manuali di storia dove non apparivano mai i corpi squartati degli alpini o degli "alpenjager" austriaci e dove al massimo si vedevano feriti con fasciature molto discrete con qualche macchia rossa di sangue ma nulla che facesse percepire la devastazione dei corpi, le budella riversate tra le gambe e i cervelli spappolati in forme aberranti.

Ho avuto anche la fortuna, un'estate di qualche anno fa, di trovarmi con alcuni ragazzi a rifugiarmi, durante uno spaventoso temporale estivo, in una di quelle grotte, alle pendici del monte Caldiera, adibite un tempo a ricovero di truppe e di munizioni e di ascoltare un capo scout che con scienza e coscienza raccontò ai ragazzi il resoconto di un cappellano militare della battaglia dell'Ortigara.

Nel giugno del 1917 morirono nella battaglia qualcosa come trentamila uomini nell'assurdo e inutile tentativo di conquistare la cima dell'Ortigara. Un'operazione folle che la storia ha dimostrato essere dal punto di vista strategico assolutamente inutile dove migliaia di uomini sono stati mandati allo sbaraglio a farsi trucidare dalle mitragliatrici austriache. Quel capo pose ai ragazzi la domanda che ora anch'io mi pongo: perché sono morti?

Tra loro molti erano i siciliani, i sardi, i campani spediti a fare la guerra ad un Kaiser di cui non conoscevano neanche l'esistenza per una patria di cui non sapevano assolutamente nulla. Dall'una e dall'altra parte si moriva per il signor Krupp, per la Skoda, per Agnelli e per Giolitti che non erano esattamente una "patria".

Oggi tutte le alte cariche dello stato hanno assistito al funerale di altri quattro alpini e sono state ripetute ancora le parole che si usano in queste circostanze. Il vescovo militare ha parlato di "profeti del nostro tempo". L'apparato mediatico nazionale di è riempito la bocca di parole come "eroi" ecc. ecc.

Dall'alto di queste montagne io credo, come tanti credono, che è ora di fare vedere a tutti le fotografie che nei nostri sussidiari non c'erano e di raccontare la guerra come è e non come ci viene raccontata dai nostri inviati di guerra moderni. A noi avevano raccontato che i cow boys erano buoni e gli indiani cattivi; che gli americani erano buoni e i vietcong cattivi. Poi capimmo che le cose non stavano esattamente così. La violenza e la menzogna sono il brodo primordiale di tutti gli eserciti e di tutte le ideologie e non si rende nessun servizio all'uomo e alla verità finché non si svela il significato originario delle parole.

La menzogna, la diabolica menzogna, è necessaria ad ogni regime per legittimare se stesso. Chissà se ora, dietro alla "lotta al terrorismo" non si nasconda qualche traffico per il controllo dell'oppio, o degli oleodotti o la difesa di un regime corrotto.

Ma tant'è. Si trovano comunque uomini disposti, per ideali o per soldi, a combattere per cause non chiare e temo che anche questi quattro alpini siano soprattutto vittime di questa menzogna. Anzi credo che siano doppiamente vittime di questa menzogna. Troppe volte abbiamo sentito parlare in questi giorni di "continuare il lavoro" di questi caduti. "Lavoro" (un "fott.mo lavoro che qualcuno deve pur fare" disse un'altra vittima di qualche mese fa), come ci hanno confermato i servizi di approfondimento di solerti operatori delle notizie che si sono affollati a raccogliere le lacrime e le grida di dolore nei paesi che hanno dato i natali a questi poveri caduti.

Certo i particolari non interessano ai lavoratori di una informazione che già da domani si dimenticheranno della vita e della morte di quattro uomini e certo, invece, i particolari interessano a noi che non abbiamo nessun interesse che non si parli più di questa vicenda fino ai prossimi inevitabili morti di questa guerra.

Ma i particolari sono importanti. A me, ad esempio, interessa, che non passi come eroismo questo "lavoro" né il fatto che ci siano uomini (perché quando muoiono dei nostri soldati in guerra si chiamano "i nostri ragazzi"?) in questo paese che debbano fare questo "lavoro" perché non hanno nessun'altra prospettiva di "lavoro".

Ho visto su facebook che uno di loro ha scritto nel suo profilo una di quelle frasi che poi i nostri ragazzi copiano nei loro diari: "Meglio morire in piedi che vivere una vita strisciando".

Ecco, io credo che sia necessario raccontare ai nostri ragazzi che non è vero, che questo non è eroismo, che questa è una cazzata colossale. Perché è vero il contrario: "E' meglio vivere la vita in piedi che morire strisciando" e se qualcuno è stato spinto a pensare che è meglio andare a morire in Afghanistan che trovare ragioni di vita là dove è nato, è stato ingannato e questa menzogna deve essere stigmatizza. In questo paese non ci sono risorse per la scuola, per la ricerca, per lo stato sociale, per l'occupazione, per la prevenzione dei disastri naturali. e non si lesinano milioni di euro per la guerra? Questo gli va raccontato e non indicare come eroi o profeti queste povere vittime ingannate da ideologie di violenza mascherate da eroismo.

Provo un'immensa pietà per questi poveri alpini, come per tutti gli alpini mandati a morire inutilmente sulle montagne del mio paese. Provo una pietà ancora più immensa per tutti gli operai morti "strisciando" sui loro posti di lavoro. La vita non è quella raccontata oggi nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma e i protagonisti della vita non sono quelli che occupavano i primi posti.

Il mefistofelico ministro della Difesa del Governo Italiano (al quale consiglio di leggere qualcosa di Rigoni Stern, di Lussu, di Bedeschi. così giusto per sapere cos'è la guerra!) ha bollato come "vile" e "sciacallo" chi auspica il riconoscimento del fallimento della "missione di pace". Io auspico che non ci sia più nessuno che benedica bandiere di guerra né pronunci preghiere degli alpini né "missioni di pace" se questa è la pace che intendono. Io credo che il "Signore degli Eserciti" non sia lo sponsor di nessun esercito e che anzi stia proprio e sempre "dall'altra parte"!.



don Gianfranco Formenton

Inserito venerdì 15 ottobre 2010


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