22/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Le parole della politica
L'appartenenza politica si nutre di valori comuni, di capacità di riconoscersi vicini di casa, di fiducia, soprattutto. Se questa fiducia cade, resta la sconsolata disillusione di chi guarda gli schieramenti in campo e li vede tutti uguali

                               LE PAROLE DELLA POLITICA

E' sempre imbarazzante ascoltare, o leggere sulle pagine dei giornali, i dialoghi rubati al telefono dalle intercettazioni. E' come entrare in casa d'altri, nelle tante case del potere, e vedere delle persone nude, senza più quegli abiti che salvano la decenza o, almeno, l'apparenza. Queste scorribande nella vita privata delle persone che hanno responsabilità pubbliche ci regalano un pezzo di realtà che non conosciamo e che non avremmo mai pensato fosse come ora la scopriamo. Incredulità e, appunto, imbarazzo. E' come stare a teatro, al buio, e seguire dalla platea l'andare di una storia sconosciuta, una commedia incomprensibile recitata da attori con la maschera. E' come nel teatro di Brecht, sono io ma rappresento qualcun altro, e così lo straniamento, che è una tecnica del recitare, investe anche lo spettatore creando sconcerto e rifiuto della realtà.
Chi segue la politica non da troppo lontano ne conosce i vizi ma anche le virtù. Gli altri, la grande maggioranza dei cittadini, guarda con grande disincanto, credendo che non ci sia niente di nuovo sotto il sole, che tutto sia prevedibile e scontato. Per dire, le raccomandazioni, i concorsi non trasparenti, il libero dispiegarsi degli interessi privati all'interno della pubblica amministrazione, l'assenza di passione nel fare politica ma solo il calcolo freddo nella costruzione del consenso e del potere. Tutto risaputo. Non è solo questo la politica, almeno nella maggioranza dei casi e per la maggioranza delle persone che ne sono protagoniste, ma tutte le frasi lette sui giornali e ora anche riprodotte sui manifesti non sorprendono più nessuno. Si pensa che questa sia la politica e questo sia il suo linguaggio.
Se così è, la democrazia in questo paese si trova di fronte a un precipizio perché non si può governare nel vuoto e senza lo sguardo vigile e interessato di cittadini consapevoli. Ora, tutti si chiedono se le vicende penose di Foligno siano pane quotidiano per tutti e non figlie uniche, risultato di una matassa casuale che ogni tanto si raggruma in modo spontaneo nell'intrecciarsi delle piccole trame quotidiane di un potere piccolo piccolo in una città piccola piccola. E' così dappertutto? Non è così dappertutto perché ogni storia ha le sue ragioni e i suoi protagonisti, le sue soggettività. C'è piuttosto da chiedersi se le logiche che guidano la politica siano sempre le stesse a qualsiasi livello e in qualsiasi schieramento. Domanda retorica? può darsi, ma non si deve dare tutto per scontato sotto questo mondo, a costo di affogare nel tranquillo mare dell'ingenuità.
Di sicuro, la gelida logica della gestione del potere e della conquista coatta del consenso che le intercettazioni ci hanno fatto conoscere sono un colpo al cuore per il popolo della sinistra, un'offesa non rimediabile. L'appartenenza politica si nutre di valori comuni, di capacità di riconoscersi vicini di casa, di fiducia, soprattutto. Se questa fiducia cade, resta la sconsolata disillusione di chi guarda gli schieramenti in campo e li vede tutti uguali, senza distinzioni, ed è così che arriva la cecità di massa, il disorientamento di chi non trova più la strada e i compagni di viaggio. Perché andare e con chi?
Comincerà adesso la solita partita della chiamata di correo tra i diversi partiti che consiste, sostanzialmente, nell'accusare l'avversario di essere stato il primo ad aver commesso lo stesso peccato. La chiamata di correo non ha mai consentito a nessuno di salvare la propria anima ma, al massimo, di rifugiarsi per un attimo in purgatorio, in attesa dell'oblio e delle disastrose amnesie che colpiscono inevitabilmente la nostra società senza memoria. Tutto passa.
Se si appannano sino a scomparire i punti distintivi di ogni democrazia che sono il confronto tra diversi programmi e, cosa ancora più importante, tra diverse culture e sensibilità ideali, la competizione diventa allora un'altra cosa. Diventa una guerra medievale tra bande, una guerriglia permanente combattuta con l'unica arma rimasta in campo, il potere. Chi ne ha di più, quello vince.
C'è un altro tratto che caratterizza la politica nella società contemporanea. Il linguaggio, la guerra delle parole, la competizione mortale per l'unica egemonia che conta davvero, quella dei luoghi comuni che diventano cultura di massa, capacità cognitive semplici e vincenti nel mercato della politica e nella conquista del consenso. Chi è riformista oggi, la destra o la sinistra? e chi è conservatore? Non ci sono più risposte a queste domande perché da tempo la battaglia delle parole l'ha vinta la destra. Ha un senso parlare di garantismo e di giustizialismo, parola, quest'ultima, che nemmeno la memoria di un computer conosce? Eppure si tratta di parole usuali nella dialettica politica di oggi, anche a sinistra.
Dunque, le intercettazioni di Foligno. C'è qualcosa, in quel linguaggio, che ci può narrare la storia dell'Umbria? L'egemonia della sinistra si è costruita prima e dopo il fascismo nelle aie dove si doveva dividere il raccolto ai tempi della mezzadria o nelle fabbriche o nelle piazze delle città dove si incontravano le esperienze, i sentimenti, le speranze del mondo del lavoro. Il lungo cammino del riformismo umbro si è arenato nelle casematte delle istituzioni, nell'amministrare senza poco o nulla cambiare, nei palazzi senza più parole se non quelle, terribilmente oscure, del potere che coltiva altro potere. Su questo terreno la sinistra perde sempre. Anche quando vince.
                                                                                                                          renzo.massarelli@alice.it
(pubblicato sabato 30 ottobre 2010 sul Corriere dell'Umbria) 



Renzo Massarelli

Inserito martedì 2 novembre 2010


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Commenti

Nome: Dorothee
Commento: Carissimo scrittore, forse Lei non sa che l'unico comunista, VERO, è stato San Francesco d'Assisi ! Si proprio lui il figlio del ricchissimo mercante assisano, terra umbra, il quale, preoccupato delle situazioni sociali dei suoi concittadini, si era spogliato di tutti i suoi averi per fare del bene al prossimo. A distanza di secoli i vostri amministratori pubblici, ora Ex comunisti, fanno esattamente il contrario. Mi dispiace veramente tantissimo.

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