22/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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I corpi del reato: violenza di genere, retorica del pericolo, politiche securitarie
Tutti i dati statistici confermano che il pericolo per le donne proviene da un familiare, conoscente, compagno


 

Davvero Perugia è una città pericolosa, per le donne prima di tutto. E' capoluogo di una regione in cui meno di una donna su due lavora, in cui si registra una percentuale più alta di uccisioni di donne all'interno dei contesti familiari, rispetto alla media nazionale, all'interno di una crescita accelerata del fenomeno del ‘femminicidio’, che rimanda ad una definizione complessiva della violenza di genere. Dati che non tengono conto dell'immenso sommerso dovuto alla difficoltà della donne di denunciare la violenza subita anche a causa della carenza di servizi in grado di accompagnarle lungo il percorso di uscita dalla condizioni che hanno determinato la violenza stessa.

Di tutto questo Maria Rosi, consigliera regionale del Pdl, non sembra essersi accorta, forse perché troppo impegnata a ingaggiare una battaglia senza precedenti contro la libertà e l'autodeterminazione delle donne.

Tra una crociata e l'altra ha però trovato il tempo di sostenere un progetto, una buona prassi importata dal comune di Roma. “Vivere sicure si può” presentato ieri a Palazzo Cesaroni, presso la sede del consiglio regionale dell' Umbria. Il progetto è stato ideato dall'Associazione Omniares Communication, che punta su formazione e informazione, tecnologia e comunicazione mirata per aumentare il senso di sicurezza dei cittadini.

La vera novità viene dalla  tecnologia, si chiama PeTra ed è un dispositivo di sicurezza personale selezionato con una ricerca di mercato da un team di esperti e messo a disposizione dalla Synaps Technology.  Una guardia del corpo disponibile 24 ore su 24 che  in caso di necessità, si collega immediatamente ad un centro assistenza che interviene con i mezzi di soccorso più adeguati.

Per la consigliera Maria Rosi si tratta “di uno strumento concreto per evitare o diminuire il rischio di aggressioni, soprattutto in una città come Perugia dove gli stupri e la delinquenza stanno aumentando”.

Un'affermazione questa che contraddice tutti i dati statistici, che di anno in anno confermano che il pericolo per le donne proviene da un familiare, conoscente, compagno o ex compagno. La sovrarappresentazione delle violenze avvenute fuori dalla mura di casa, da parte di soggetti estranei alla famiglia e alle relazioni intime ha la sola funzione di mistificare un fenomeno strutturale della società che è in costante crescita all'interno dei rapporti interpersonali. Secondo i dati Istat tra le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nell'arco della vita, che rappresentano circa un terzo della popolazione femminile, più del 70% sono state perpetrate dal partner.

Nella società della spettacolarizzazione delle paure la questione della sicurezza viene femminilizzata: da un alto perché tutti e tutte siamo ricostruiti come probabili, possibili vittime e quindi tutti e tutte ricondotti al ruolo tradizionale che si assegna al femminile. E dall'altra, come in questo caso, si utilizzano le questioni che riguardano più direttamente le donne per costruire allarmismo, per mistificare la realtà, per costruire una campagna volta alla caccia allo straniero, alla caccia la nemico che è sempre l'altro, il diverso.

Si tratta di un progetto che deliberatamente trascura il fatto che i pericoli per le donne non vengono dal pubblico, dall'attraversare la città, ma dal subire la violenza all'interno delle “sicure” mura di casa, nei luoghi di lavoro e così via. Nel corso della conferenza stampa, è stata più volte espressa l'esigenza di lavorare nella direzione volta ad accrescere il senso di sicurezza percepito dalla cittadinanza. Il progetto e le argomentazioni usate a suo favore altro non fanno che fomentare il panico sociale, accrescendo paura e insicurezza  per spostare i riflettori dal cuore del problema: la crisi e il taglio dei servizi che penalizza prima di tutto le donne perché è a loro che si richiede di svolgere il ruolo di ammortizzatrici sociali di servizi di cura di cui il welfare non si fa più carico, la mancanza di lavoro e dunque la possibilità per le donne di essere effettivamente autonome, la violenza di genere che avviene nel contesto di relazioni segnate da disparità di potere tra donna e uomo.

Si spera che il progetto, che Maria Rosi vuole presentare anche presso il Comune di Perugia, non riceverà alcun tipo di finanziamento pubblico. Le risorse sono più limitate che mai grazie ai tagli sugli enti locali perpetrati dal Governo Berlusconi. Nella nostra regione e nelle nostre città c'è un diffuso protagonismo delle tante associazioni di donne che gestiscono servizi antiviolenza, che hanno bisogno per continuare e implementare le proprie attività di risorse, di una  legge  regionale organica, in grado di coordinare e finanziare i servizi esistenti per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere e di crearne di nuovi. In questi giorni associazioni, collettivi di donne di tutta l'Umbria si sono incontrate per  individuare modalità di azioni condivise, a partire da pratiche differenti,  per rilanciare l'obiettivo della creazione di centri antiviolenza di cui il territorio umbro è sprovvisto.

 



Adelaide Coletti - Rete delle donne Antiviolenza onlus


Inserito giovedì 4 novembre 2010


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