17/04/2021
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Sant'Ercolano patrono della Repubblica Perugina
Ma dopo la caduta della Repubblica, “sotto la tirannide patrizia non fu più una festa religiosa e civile ad un tempo qual era dapprima, ma una festa di pura devozione e d’indulgenze” (Bonazzi). Antiche cerimonie e feste per il primo marzo, festa di S. Ercolano a Perugia  


Oggi, 7 novembre, si celebra il dies natalis di Sant’Ercolano con alcune celebrazioni liturgiche. Una "luminaria", la processione con le torce risalente al XIV secolo, dalla cattedrale alla chiesa di Sant'Ercolano, si è svolta sabato pomeriggio. Si tratta di ciò che resta delle antiche celebrazioni del Santo, che il Comune di Perugia, nel tempo in cui era una libera e potente Repubblica, aveva scelto come proprio patrono. Fu il Comune di Perugia, e non la Chiesa, a edificare la chiesa di S. Ercolano, aperta e dominante sulla via di Roma, alta come una torre civica.
Ma la fine della Repubblica e la dominazione pontificia hanno cancellato quasi del tutto la memoria di questo patrono, che addirittura nel XVII secolo fu sostituito con uno scolorito San Costanzo dall’occhio adorno: addirittura, la data della celebrazione del santo, che era il primo giorno di marzo, è stata cancellata dal calendario ecclesiastico.
Eppure, sia la “luminaria” che le grandi ricorrenze civili della Repubblica perugina erano legate alla festa del primo marzo.
Vediamo alcune ricostruzioni della figura del Santo, e poi il suo ruolo nella storia cittadina.
La medioevalista Giovanna Casagrande ha pubblicato l’articolo "Sant'Ercolano, fulcro dell'identità perugina" sul settimanale cattolico “La Voce” del 5 novembre, in cui rievoca la figura e la vicenda del Santo martirizzato dai Goti di Totila intorno al 547-548 per aver difeso la libertà perugina. La professoressa Casagrande scrive di sant'Ercolano facendo riferimento ai Dialoghi di Gregorio Magno. Sulla base del racconto gregoriano,  aggiunge la prof.ssa Casagrande, è credibile che un vescovo Ercolano, di possibile estrazione monastica, a Perugia vi sia veramente stato; che abbia condiviso le sorti della città al tempo dell'assedio di Totila (545-548/549), identificandosi con gli assediati. Era quasi naturale, diciamo così, che questo vescovo che aveva condiviso le sorti della città (defensor civitatis) divenisse al tempo della città-stato, il Comune, il patrono incontestato di essa: fulcro dell'aggregazione dell'identità cittadina. Molto più di san Costanzo, santo itinerante, che si muove sul territorio, più diocesano… Le tre statue poste sopra il portale d'ingresso del palazzo dei Priori, nella prima metà del ‘300, danno il tono di una trilogia  patronale definita ed assestata. Ma in realtà, se Lorenzo, titolare della cattedrale, permane come una sorta di punto fermo, tra i presuli Costanzo ed Ercolano sembrerebbe esserci stata una specie di "concorrenza" che ebbe "termine", in un certo senso, nel 1644, quando all'ordine pontificio di festeggiare ufficialmente un solo protettore, il Consiglio comunale dell'epoca rispose scegliendo Costanzo; ciò è stato interpretato come segno conclusivo di un percorso che vide Perugia perdere la sua identità politica di vera e propria città-stato”.

Mons. Elio Bromuri, direttore de "La Voce " e rettore della chiesa dedicata al Patrono, ricorda che “Storia e tradizione legate alla figura di sant'Ercolano sono simbolo del legame tra la Perugia civile e laica e quella religiosa. Non è un caso che l'effige di Ercolano è ritratta fin dal XIV secolo nel gonfalone del Comune e nello stemma dell'Università degli Studi".

Ecco inoltre cosa scrivo io in Giochi, feste e divertimenti dei Perugini (Ed. Era Nuova, Perugia 2010): “Sant’Ercolano, la cui ricorrenza era il 1 marzo, è il defensor civitatis, il protettore scelto dal libero Comune a suo simbolo religioso. Secondo il racconto di San Gregorio Magno nei Dialoghi, Ercolano morì martire tentando di impedire a Totila, re degli Ostrogoti, l'invasione della città dopo tre anni di assedio, circa l’anno 547. Prima che la città fosse presa, Ercolano tentò di salvarla con un vecchio stratagemma: riservò l'ultimo sacco di grano all'ultimo agnello. Intendeva così dare agli Ostrogoti l'impressione che i perugini avessero cibo in abbondanza per sostenere ancora un lungo assedio. Ad ogni modo Totila non si fece ingannare dal trucco e s'impossessò della città lo stesso. Ercolano fu catturato, scorticato vivo, e poi decapitato davanti a Porta Marzia; il suo corpo fu gettato senza alcuna pietà fuori delle mura cittadine.


Fu il Comune a volere, nel Duecento, la costruzione della chiesa del Santo sulla via regale per Roma, e spesso in tale chiesa il giorno di S. Ercolano i Priori ricevevano i Palii delle Sommissioni. Anche l’Università di Perugia lo inserì nel suo stemma, insieme al Grifo.
Dopo la caduta della repubblica, la sua festa perse importanza, perché “sotto la solitaria tirannide patrizia non fu più una festa religiosa e civile ad un tempo qual era dapprima, ma una festa di pura devozione e d’indulgenze” (Bonazzi I 574).

Riprendo allora, pescando dal mio testo, alcune delle cerimonie e delle feste che si svolgevano il primo marzo per la festa di S. Ercolano:

Il Corteo delle Sommissioni
Il Comune di Perugia, per concessione imperiale, esercitava i diritti feudali sul contado perugino, entro limiti territoriali ancora ristretti, che a est non superavano il Tevere e ad ovest forse appena sfioravano le rive orientali del lago. Ma ben presto, la potenza della città finì con l’attrarre molti centri minori, castelli o città posti al di fuori di tali limiti, che, minacciati da signori e feudatari, preferirono stabilire un libero patto di alleanza e sottomissione alla città dominante o, come dice Bonazzi, “guardavano a Perugia come a faro di salvezza per sottrarsi alla tirannide di vicini feudatari o alle molestie di prepotenti comuni” (Bonazzi I 201).  Pur trattandosi di un rapporto di dipendenza, la sottomissione garantiva infatti alle città e castelli sottomessi i diritti civili, e solo richiedeva il riconoscimento della egemonia perugina, il pagamento di una tassa e la fornitura di truppe e cavalli in caso di guerra: per questo, Bonazzi nota “come tutte fossero spontanee, tranne quella di Assisi” (Bonazzi I 204).
Dal 1130 si cominciò a tenere uno speciale registro dei contratti di alleanza e sottomissione, il famoso Libro delle Sommissioni, che come primo atto riporta la Sommissione degli abitanti di Isola Polvere sul Trasimeno. Nel corso del secolo seguirono le Sommissioni di Città di Castello nel 1180, Gubbio nel 1184, Castel della Pieve (oggi Città della Pieve) nel 1188, e nel 1189 la Fratta (oggi Umbertide), e numerosi altri centri minori  (Bonazzi I 179).
Generalmente, l’atto di Sommissione assumeva forma solenne, ed era pronunciato in Piazza grande a Perugia davanti ai Consoli, al Vescovo, ai Priori delle Arti e tutte le magistrature cittadine, e poi confermato nella Piazza della città sottomessa: “Per ogni festa di S. Ercolano si pagava un tributo” (Bonazzi I 195), e spesso l’atto di Sottomissione descriveva non solo il tributo, ma anche la solenne cerimonia di consegna del tributo stesso nelle mani delle autorità perugine: ad es. Cagli (nel 1259) “ogni anno per la festa di S. Ercolano manderà un pallio, et faciet ipsum deferri in asta a porta infra civitatem Perusii usque ad Ecclesiam sancti Herculani, nella quale sarà fatta consegna del pallio ai magistrati perugini”; nel 1188, Castel della Pieve si impegna a versare ogni anno, in occasione della festa di S. Ercolano, otto libbre di buone monete lucchesi ed “ogni anno i nuovi Consoli della Pieve si recheranno in Perugia per giurare l’osservanza dei precetti dei Consoli Perugini”; nel 1216, si stabilisce che tutti gli anni nella festa di S. Ercolano, Montone doveva portare un palio oppure un cero, oppure portare direttamente in monete il valore del tributo a scelta del Potestà o dei Consoli di Perugia (BdspU, vol. I, 151; e così via per le altre città.
Si può quindi immaginare la solennità e sontuosità del corteo delle città e dei castelli sottomessi, recanti ciascuno i propri tributi e rappresentati dalla proprie istituzioni, in atto di osservanza verso i Consoli della città di Perugia: “Probabilmente preceduti dal rullio dei tamburini, dal servizio d’ordine delle autorità, con ufficiali, podestà e capitano del popolo, i rappresentanti delle diverse delegazioni sfilavano in successione per le vie cittadine, sorreggendo le aste con in cima appesi i preziosi palij di molto pregio, che così chiamano quella sorte di tributo i Perugini [Campano]. Lì giunti, salutavano i magistrati che con molta gravità, e dignità insieme gli attendevano in un seggio sopra le scale di pietra a piede il Campanile del Duomo verso la Piazza [Pellini]. I palij portati primieramente in piazza, si attaccavano alle mura del Duomo [Campano], in vista a tutti, come veri e propri trofei delle attività militari dei Perugini. Oltre ai palij le delegazioni recavano in dono anche oggetti di valore (...). Lo stesso avvenne quando Braccio da Montone prese il potere in città” (Menichelli 70).

I giochi ordinari
La storia dei grandi giochi a Perugia coincide con quella del libero Comune: dai primi atti della Repubblica Perugina, infatti, troviamo la volontà di organizzare e regolare delle grandi manifestazioni ludiche in cui si riconoscesse tutta la città, e che si chiamarono i giochi ordinari. Si trattava in primo luogo della Battaglia dei Sassi per S. Ercolano (1 marzo) e della Caccia del toro per i Santi (1 novembre).
Il carattere di tali manifestazioni era molto popolare e rude: erano giochi ai quali partecipava tutto il popolo, senza distinzioni, ed in particolare partecipavano i ceti artigianali e il “popolino”; non a caso sono giochi di pedoni. Li troviamo organizzati per tutto il Duecento e il Trecento, nell’epoca di massimo splendore e potenza della Repubblica perugina:  la Compagnia del Sasso “riceveva sei fiorini e ventisette libre di denari per celebrare i giuochi (pro ludis celebrandis) nel dì della festa di S. Ercolano” (Bonazzi I 448),
Con la seconda metà del Quattrocento, ai giochi popolari del libero comune si sostituirono i giochi cavallereschi e nobili della città sottomessa, con lo sfoggio del lusso e l’esibizione dell’abilità equestre.
In ogni caso, S. Ercolano e Ognissanti rimasero le date canoniche per celebrare i giochi ordinari, che furono la corsa del palio, specialmente nel Quattrocento, talvolta la corsa all’anello, e, a partire dal Cinquecento, specialmente l’inquintana. I protagonisti dei giochi sono ormai i nobili, mentre al popolo non resta che far da spettatore alla magnificenza dei signori.

La Battaglia dei Sassi
Si chiamava ludus perusinus, o i giochi perugini, perché era la vera passione dei Perugini: un gioco violento e aggressivo, una vera e propria esercitazione militare nella quale erano impegnati tutti i maschi cittadini, a cominciare dai più piccoli, ai giovanotti, agli uomini maturi, fino agli anziani. La Battaglia dei Sassi, o litomachia, popolarmente la Sassaiola, si giocava per la festa di S. Ercolano, nel terreno retrostante alla piazza piccola, che proprio da tale gioco si chiamò il Campo di battaglia: attualmente non è più riconoscibile per le edificazioni e le trasformazioni subite, anche se la via sottostante mantiene il nome di Via Campo di battaglia.
La piazza del Campo di Battaglia era in realtà un luogo adibito a vari usi, tutti in qualche modo cruenti: da macello di animali a luogo di esecuzione dei condannati alla forca o al taglio della testa, oppure di altre orrende punizioni come squartamenti o roghi per presunte streghe, e persino, nel 1818, la ghigliottina; fu luogo scelto per duelli e altri regolamenti di conti. Nella parte a settentrione c’era il mercato del pesce; dall’altra parte, verso l’ospedale, lo scarico di immondizie, pelli e scarti di animali, cocci e lane… Un luogo di servizio, diremmo oggi: ma il momento di gloria del Campo veniva al momento della Battaglia dei sassi, che si celebrava nel giorno del patrono e difensore della città S. Ercolano, il primo di marzo (non invece il primo novembre, perché per i Santi non si poteva giocare alla Battaglia: Menichelli 132).
La Battaglia era organizzata dalla Compagnia del Sasso e dalle compagnie dei singoli rioni, raggruppate nella Parte de sopra (P. Sole, P.S.Angelo, P.S.Susanna) e Parte de sotto (P. Eburnea e P.S.Pietro); ogni rione della città partecipava alla Battaglia con una forte battaglione, composto da tre schiere, che entravano in campo in successione: i lanciatori, che, rimanendo ai bordi del campo e roteando la fionda sopra il capo colpivano gli avversari da lontano, e intanto si difendevano il capo con la cappa, e insieme a loro i leggeri (o armati alla leggera), cioè combattenti armati solo di celata, scudo e stivali di cuoio, che cercavano di avanzare verso il centro del campo sotto il tiro dei lanciatori avversari; gli armati, protetti da “corazze” di stoppa e bambagio e da elmi chiusi e decorati da vistosi pennacchi, i quali davano inizio alla seconda fase della battaglia: il combattimento corpo a corpo con bastoni e scudi, o mazzascudo. A questo punto, la battaglia infuriava su tutto il campo, mentre i lanciatori continuavano a tirare i sassi; e le sorti di essa dipendevano dal numero dei feriti, e spesso dei morti, che rimanevano sul campo. Quando una compagnia cominciava a dare segni di difficoltà, ecco arrivare la terza schiera dei combattenti, i vecchi: cioè veterani della battaglia che accorrevano in soccorso del loro rione, sia per aiutare i feriti, sia per ficcarsi con decisione nella mischia e respingere gli avversari. Era sconfitta la compagnia che veniva cacciata dal centro del campo, oppure che, vista l’impossibilità di resistere, chiedeva la pace. La Battaglia poteva durare anche tutta la giornata. La partecipazione della città alla Battaglia era totale: in campo scendevano fino a duemila combattenti. Altre battaglie, di minore entità o solo tra due rioni, si svolgevano nelle domeniche successive alla festa di S. Ercolano.
Del resto, molti perugini di oggi ricordano di aver partecipato (prima degli anni Sessanta del Novecento) a furiose sassaiole tra ragazzi di vari quartieri: giochi da “delinquenti”, come si diceva, che solo la trasformazione degli ultimi decenni ha saputo cancellare dalla pratica dei giovani perugini. Naturalmente, nessuno vorrebbe che i propri figli partecipassero a una sassaiola, e tuttavia in quei racconti si avverte una nota non solo di nostalgia, ma anche di malcelato orgoglio.

La Corsa del Palio
In Piazza Grande, per Carnevale (anticipando la festa di S. Ercolano) e per Ognissanti, si correva la Corsa del Palio già dal XIII secolo, e sicuramente fino al 1500: si trattava di una corsa di cavalli senza cavaliere, detti bàrberi.
Le corse del palio ebbero sempre grande popolarità, e, specie dopo la condanna della Sassaiola ad opera di S. Bernardino da Siena, “andava assumendo una importanza sempre più rilevante, fino a raggiungere l’aspetto di un vero e proprio torneo, con premi sempre più ricchi ed eleganti”.
Conosciamo infatti i premi che il Comune assegnava ai vincitori (cioè ai padroni dei cavalli che giungevano in testa): al terzo classificato andavano un canestro di pani e una porchetta, al secondo un falcone, al primo il palio, o bravium, cioè un drappo di velluto, di raso o di seta. Il palio, che poteva essere di colore azzurro, giallo, o anche nero, portava il simbolo della città, cioè il grifo, essendo un riconoscimento dato dal Comune. “Con il passar degli anni, però, questi premi quasi frugali vennero sostituiti da altri ben più consistenti, e lo stesso drappo di velluto si arricchì di ori e pitture”.
L’ultima corsa del palio è attestata al 1538, ma la passione per le corse dei cavalli non cessò affatto; mentre andavano affermandosi altri giochi equestri, come l’anello o l’inquintana, molte corse di barberi venivano organizzate da privati, sia pure senza la regolarità del medioevo. Esse sembrano aver ripreso vigore soprattutto nell’Ottocento, almeno per la frequenza della documentazione, specialmente con l’apertura dell’arena del Gioco del Pallone, ove si svolgevano anche spettacoli equestri, caroselli e giostre; nel 1816 una “corsa di barberi col fantino” si faceva al Piazzone, cioè a Piazza d’Armi (oggi largo Cacciatori delle Alpi e Piazza Partigiani), “entro un vasto anfiteatro a cinque ordini di palchi”  (Bonazzi II 418); nel 1825 una corsa di cavalli ebbe il suo traguardo addirittura nella Piazza del Mercato, ove fu eretto “un amplissimo anfiteatro a cinque ordini di palchi”; due corse di barberi furono organizzate da Trasone Piceller il 15 e 17 settembre 1863 a Porta San Pietro, con un premio complessivo di 800 lire; e infine, una grande corsa fu organizzata nel settembre 1888 a Ponte della Pietra.

Il Giuoco dell’Anello
Nel 300, la Compagnia del Sasso aveva il compito di organizzare, oltre la sassaiola, gli altri giochi pubblici: “e pare altresì che questa compagnia, oltre al gioco d’infilzare coll’asta un anello sospeso galoppando a cavallo (hastiludentes anulo) ne eseguisse maestrevolmente molti altri” (Bonazzi I 448).
La corsa all’anello faceva parte infatti dei giochi ordinari del Comune almeno dal 1200, e dopo un certo abbandono nel XV secolo, ebbe nuovo splendore nel corso del Cinquecento, insieme all’Anquintana (v. sotto), cui nei bandi è sempre unito, limitandosi a dire che si sarebbe corso all’anello “secondo il solito”. La preferenza del pubblico doveva però andare all’Anquintana, per cui il gioco dell’anello venne trascurato: “La minor fortuna della vecchia corsa viene definitivamente a cadere nella seconda metà del Cinquecento e dopo il 1566 non se ne sente più parlare, almeno ufficialmente, fino al 1615 quando in un capitolato del 3 marzo di quest’anno, si danno disposizioni in merito a una “giostra ad Anello”, che sembra però essere più una capricciosa variante della quintana, che un effettivo ritorno alle origini”. 
Del resto, i giochi cinquecenteschi dell’anello e dell’Anquintana avevano in comune il terreno (la Piazza grande) e le regole, compreso l’obbligo per i cavalieri di presentarsi con “livree nuove”; la differenza con l’anquintana è dunque nel bersaglio, che è un anello d’argento sostenuto da una cordicella.
Ad ogni cavaliere si attribuisce una botta (un punto) se colpisce l’anello nella metà bassa, due botte se lo colpisce nella metà alta, tre botte se lo infila con la lancia. Chi avrà totalizzato più botte sarà premiato con un palio.

L’Anquintana
Con il Cinquecento si afferma una ulteriore stilizzazione dello scontro cavalleresco, o giostra all’incontro, nella quale uno dei contendenti è sostituito da un bersaglio fisso, o da un bersaglio mobile, dotato di un braccio armato, capace di restituire il colpo: è la giostra della quintana. Successivamente, il bersaglio viene trasformato in un fantoccio, e spesso a tale fantoccio si dava l’aspetto del nemico classico dei cavalieri, cioè il Saracino, specie dopo la battaglia di Lepanto.
A Perugia, questa giostra, con il nome di giostra del palio all’inquintana o anquintana, è giocata contro un bersaglio fisso formato da tre cerchi concentrici: chi colpisce il più esterno ottiene una botta (un punto), quello mediano dà diritto a due botte, e quello centrale, il “bugio trasparente”, dà diritto a tre botte. Il bersaglio era posto su un supporto cui gli artisti davano forme fantasiose, come quella di un falcone (sparviero) oppure di un uomo mascherato. Nel 1602 compare, al posto dei tre cerchi, la testa di un “huomo armato” dipinta di tre colori: giallo per una botta, bianco per due botte, e rosso per tre botte. Alla forma del bersaglio si deve anche il nome del gioco, ad es. sparviero, saracino, ecc.: e in pratica, dal 1609, si chiamerà giostra alla testa del saracino.
I Capitoli della giostra, emanati dall’autorità cittadina, obbligano i partecipanti a scendere in campo con armature e livree sempre nuove; e dopo la metà del Cinquecento l’inquintana “non solo nasce e si afferma, ma rimane in pratica l’unico gioco equestre della città, della sua parte più nobile, e acquista sempre più un aspetto di eleganza aristocratica, fino a decretare un premio speciale per il cavaliere più galantemente raffinato. Questo particolare riconoscimento (...) era conosciuto con il termine spagnoleggiante di premio del masgalano, ovvero di più galante, e veniva assegnato in base alla comparsa in giostra con più bella mostra e più bella livrea”.





Renzo Zuccherini

Inserito lunedì 8 novembre 2010


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