16/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Il popolo di Fini
Ci sono alcuni nodi comuni che si devono sciogliere sia a destra che a sinistra. Il processo di liberazione avviato da Fini, in fondo, riguarda tutti

  Questa volta l'appuntamento non è al Brufani, anche se il Brufani è una delle poche cose che ci sono ancora a Perugia, dopo quasi un secolo, a parte la grande storia del passato, si capisce, e l'arco Etrusco e tutto il resto. Il popolo di Fini poi ritornerà a casa e magari a Roma, ma in ordine sparso. Non ci sarà bisogno di nessuna marcia, anche perché, ormai, i treni non arrivano più in orario. In tempi più recenti, ma certo non l'altro ieri, era difficile per il fascinoso Giorgio Almirante parlare tranquillo nella piazza centrale della città. Perugia non era più nel dopoguerra e poi, nei decenni a venire, la capitale agraria così fascistissima degli anni venti, anzi. Qui Palmiro Togliatti nel 1963 tenne lo storico convegno sulle regioni rosse che erano tre, come oggi, magari quattro con le Marche, solo che oggi il colore è un po' sbiadito e, quel che è peggio, non se ne trova un altro. Convegno storico si fa per dire perché chi si ricorda più di queste cose? Beh, il popolo di Fini non troverà i cavalli dei cosacchi attorno alla Fontana Maggiore. Del resto, anche loro non arrivano con il fez e i gagliardetti e tanto meno con i manganelli, figuriamoci. Alla fine non verranno neanche a Perugia, ma si fermeranno prima, al centro congressi intitolato a Lodovico Maschiella, un comunista non d'altri tempi, anche se non c'è più da tempo, ma se ci fosse ancora sarebbe quel che è sempre stato, un politico dei tempi nostri, riformista, e di una carica umana strepitosa. Chissà, a Bastia ci sarebbe andato con la fascia tricolore ai fianchi, da sindaco, a salutare e accogliere questa nuova destra non più nostalgica e a stringere la mano a Gianfranco Fini.
Dopo così tanto tempo c'è un movimento politico che non ha più bisogno di conquistare con la forza il palazzo d'inverno, a Roma, e di sognare ancora la rivoluzione, in piazza Venezia. A Perugia la nuova destra arriva non solo come forza di governo già da tempo sperimentata e con la legittimità del consenso elettorale. Semmai, ci arriva per ripensare cosa ha prodotto in un tempo lungo quasi un altro ventennio la cultura di una coalizione a lungo unita dietro il suo irrefrenabile capo che non è emiliano come Fini e tanto meno romagnolo, ma è stato pur sempre vagamente socialista. Alla fine, chissà, torneranno a Roma per una marcia alla rovescia, non per prendere il potere, che hanno già, ma per strappare dalle mani del re deleghe consegnate in bianco da troppo tempo, e cioè per riprendersi, prima di tutto, il potere che conta di più. L'autonomia, la possibilità di coltivare i propri sogni senza farseli rubare da nessuno, provare strade nuove, che è il massimo del potere e il massimo della libertà.
Per dimenticare il piccolo padre di Predappio o, comunque, la sua lunga ombra ormai sbiadita, il popolo di Fini deve necessariamente uccidere, politicamente, si capisce, colui che l'ha sostituito nell'immaginario popolare e che non ha fissa dimora perché ha troppe ville e troppe patrie, soprattutto off shore, e lasciare così ad Arcore la vecchia Italia, l'idea virile del comando, le corti e il Gran Consiglio, gli adulatori di professione, i nani e le ballerine di sempre. Lasciare alla destra populista il vecchio populismo fascista, ridergli in faccia ed andarsene. Questo si dovrebbe fare e chissà se è così facile nell'Italia di oggi.
Perché Fini ha scelto l'Umbria? Ogni tanto capita. Capitò un paio d'anni fa anche a Walter Veltroni, ma non andò benissimo. Quando Walter partì, poteva sperare di fare come Forrest Gump, di cominciare a correre per il mondo e di ritrovarsi poi alla testa di una grande carovana, di trascinare consensi e di incontrare persone sconosciute, ma quello era solo un film e il modello sempre quello americano. Nelle piazze d'Italia, il popolo della sinistra ha aspettato il capo e poi è tornato a casa. Da solo. Potrebbe capitare anche a Fini.
Ora guarderemo con curiosità questo avvenimento che può cambiare il corso delle cose in questo paese. Lo faremo da casa nostra e un po' pensando anche alle cose di casa nostra.
Se è vero che l'Umbria non esiste dal punto di vista geografico se non come sommatoria di tante, piccole e diverse realtà locali, entità puramente immaginaria messa in piedi e plasmata più dalla politica che non dalla storia, allora è proprio questa regione che può proporsi come portatrice delle virtù migliori del municipalismo e dell'Italia di mezzo che non chiede la protezione di un capo, la sicurezza pagata con la sommatoria di tanti egoismi sterili o dall'assistenzialismo garantito e gestito da poteri opachi e parassitari.
Nessuna tentazione all'isolamento, al contrario. C'è la necessità di farci vedere di più per ciò che saremo capaci di fare sul piano della coesione, della qualità della vita e dei servizi sociali. Anche oggi, al tempo delle cosiddetto patto di stabilità e delle innumerevoli compatibilità finanziarie. La sfida dell'Umbria è quella di crescere, ma anche di dimostrare che non è il Pil la misura di ogni cosa.
Ci sono alcuni nodi comuni che si devono sciogliere sia a destra che a sinistra. Il processo di liberazione avviato da Fini, in fondo, riguarda tutti. Certo, ognuno a suo modo, ma questo lo sappiamo da tempo.
                                                                                                                              renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 6 novembre 2010)
 



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 8 novembre 2010


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