23/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

Home >> Le mani sulla città

Le mani sulla città
Serve ripensare la città, attrezzare i quartieri, eliminare la speculazione fondiaria, promuovere servizi e qualità della vita

  LE MANI SULLA CITTA'

Il ginko biloba di viale Roma è la pianta più bella della città e anche la più preziosa. Viene dalla preistoria e non ha, dunque, parenti. Pianta unica, che in autunno si colora di un giallo ocra. Adesso, da una chioma così maestosa, le foglie cadono una dietro l'altra, velocemente, e sembra di assistere a una nevicata. Prima che si spogli, passeranno molti giorni perché ci sono migliaia di foglie nei rami del ginko biloba.
Anche la città ha le sue stagioni, che sono molto lunghe e imprevedibili, ma non può perdere le foglie. Si può rinnovare, ma ci vuole molto tempo, un tempo lunghissimo. La metafora della città che arriva alla fine di una stagione di forte crescita ora tocca Perugia. Non è un avvenimento da poco perché capita una volta o due in un secolo. Perugia ha cominciato a uscire dalle sue mura dopo l'unità d'Italia e poi ci ha messo qualche decennio per definire la sua nuova struttura dopo la cancellazione della Rocca Paolina e, infine, nel dopoguerra, si è iniziato uno sviluppo sempre in accelerazione, una crescita esponenziale che ora frena e rischia di fermarsi, o quasi.
Chiudono bottega uno dopo l'altro i costruttori più noti, coloro che hanno fatto la storia immobiliare della città negli ultimi decenni, ultimo la Marinelli spa e prima i Locchi (da non confondere con l'ex sindaco), Severini e poi via via Lana, Fioroni, Tinarelli. Certo, se rinuncia anche la Marinelli sempre così discretamente vicina ai palazzi del potere, impresa strutturata e puntualmente presente ai grandi appuntamenti come il grande cantiere itinerante del Minimetrò, allora dev'essere davvero finita un'epoca. L'epoca bella o la bella epoca. L'ultima grande opera della città non ha portato fortuna ai suoi protagonisti. Troppo veloce il cantiere, troppo stretti i tempi di consegna e poco redditizie persino le opportunità che sono venute dopo, dentro quel grande cantiere che è stato l'affare minimetrò.
 Come è stato possibile dopo un così lungo e inarrestabile ciclo immobiliare dichiararsi poveri e indifesi? davvero le casse sono vuote? e perché? Eppure si è venduto di tutto, anche molta edilizia scadente. Adesso ci ritroviamo una città costruita in fretta e senza eccellenze, in zone poco attraenti, con pochi servizi e poco verde. Città nuova e già vecchia, in larga parte. Adesso che la bolla dai mille colori si è sgonfiata, il mattone, quello rimasto nelle mani dei costruttori, vale un trenta per cento in meno. La ruota si è fermata e la giostra non gira più. Brutta storia.
Comunque, come ha già detto Rino Formica, arguto socialista d'altri tempi, il convento è povero ma i frati non lo sono affatto. Insomma, l'età dell'oro, non ha lasciato tesoretti? Beh, intanto i proprietari delle aree non se la passano male. C'è chi ha molto venduto e molto possiede ancora. Si tratta di qualche imprenditore che ha altri interessi, in altri settori, ma la rendita immobiliare è bellissima perché è facile e senza rischi.
Poi ci sono i promotori immobiliari, senza neanche un dipendente iscritto alla cassa edile. Comprano terreni, strappano la massima urbanizzazione possibile, e poi subappaltano tutto. E' così che si costruisce, con un carpentiere di Caserta e un intonacatore calabrese. In nero. Ed è così, ancora, che le imprese strutturate, con dipendenti e mezzi, perdono appalti e chiudono. Un importante patrimonio di conoscenze e mestieri perso per strada. Solo che queste imprese sono vissute nell'età dell'oro dimenticando la strada dell'innovazione e della qualità. Oggi che il mercato è cambiato, e non è più quello protetto di qualche tempo fa, non si vende di tutto e di più ma case di nicchia, quelle ad alto rendimento energetico, acustico, e cablate. A questo appuntamento gli imprenditori perugini sono arrivati poco e male e, soprattutto, tardi e divisi e con dimensioni imprenditoriali troppo piccole. La crescita non ha fatto crescere nessuno e poi, tutto sommato, lo stato esistente delle cose non disturbava il Palazzo che concordava, del resto, le previsioni urbanistiche più nell'interesse dell'impresa che della città.
Che fare adesso che c'è molto invenduto e che il già costruito è più che sufficiente per una città come Perugia e per le sue prospettive future? Ci vorrebbe la politica che, in tutta questa storia, ha diverse e non nobili responsabilità. E' il piano casa della Regione la risposta? difficile sperarlo. Non serve favorire semplicemente piccoli ampliamenti dell'esistente ma ripensare la città, attrezzare i quartieri, eliminare la speculazione fondiaria, promuovere servizi e qualità della vita. E' qui che le imprese volenterose potrebbero misurarsi, se ci sono. Nel governo del territorio, appunto, che spetta alla politica.
Finita la stagione delle grandi opere e finita quindi la stagione dei grandi affari, la politica somiglia all'albero di viale Roma, ingiallito e sempre più spoglio, e senza più un proprio linguaggio, in attesa dell'inverno. Quando arriverà la nuova stagione, benedetta primavera, si dovrà mettere le mani sulla città e, quel che è più difficile, misurarsi con un mercato del tutto cambiato. Se la ruota si è fermata davvero, non basteranno le solite spintarelle a farla ripartire di nuovo. 
                                                                                                                                      renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 20 novembre, Corriere dell'Umbria)
 



Renzo Massarelli

Inserito martedì 23 novembre 2010


Redazione "La Tramontana"- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 5464454