19/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Il popolo di Paolo
Il popolo di Paolo ha capito improvvisamente, come per un senso di colpa, di aver lasciato quel ragazzo con la barba ormai bianca a presidiare da solo i mille sentieri della speranza


                                           IL POPOLO DI PAOLO

Una chiesa, anche se secolarizzata da 150 anni, è sempre una chiesa, i segni della sua storia sono talmente forti che non si possono cancellare. Figuriamoci San Bevignate, a Perugia, il luogo di un eremita mai canonizzato e pur sempre santo, santo misterioso perché non è neanche certo che sia esistito. Qui, dove un affresco parla di cosmo e di stelle, gli amici di Paolo Vinti hanno cantato "L'Internazionale", inno nato in Francia, pur sempre, e comunque il canto dei lavoratori in tutto il mondo, per salutare per l'ultima volta, e non è detto che debba essere davvero l'ultima, il loro compagno. Tutta la cerimonia di addio, in realtà, è stata un canto perché l'acustica della chiesa è pessima e, così, dal fondo, si sentivano soltanto suoni accorati e dimessi, parole smozzicate che rimbalzavano sulle volte gotiche. Quell'inno che piaceva così tanto a Paolo non era una retorica concessione a com'era bella la meglio gioventù degli anni settanta ma un moto dell'animo che finalmente libera un bisogno represso da tempo. Ritrovare "L'Internazionale", che non è una squadra di calcio ma il simbolo dell'identità per molte generazioni, è stato come risvegliarsi da un lungo torpore e ritrovare un orgoglio di appartenenza smarrito e umiliato da tante vicende storiche. Una liberazione assoluta e senza prezzo. E questo è uno dei tanti regali che ha fatto ai suoi compagni Paolo Vinti.
L'altro, è che ha fatto incontrare, dopo chissà quanti anni, gruppettari ormai attempati e amministratori locali in servizio permanente effettivo, autorità e giovani studenti, professori e pensionati. E tanti ex, ex di tutto. Del sindacato e dei partiti soprattutto e anche di quel vasto e sempre più frammentato mondo che è oggi il popolo della sinistra. E' stato, almeno per le due ore trascorse tutti insieme nella chiesa di San Bevignate, come se il tempo non fosse passato. Sbiadita e dispersa l'appartenenza politica, è rimasta pur sempre quella culturale, un comune sentire e ritrovarsi nelle note di "Bella ciao", nei vecchi ricordi, nel bisogno di ritrovare le radici perse per chissà quali strade. Un bisogno di sinistra e di un linguaggio comune dopo i tanti disastri sui dirupi della torre di Babele.
Paolo Vinti non l'avrebbe raccontata in modo così complicato questa storia. Non s'era mai visto prima di lui un amante appassionato della falce e martello e, nello stesso tempo, così per nulla dogmatico. Un simbolo è un simbolo, nulla di più e nulla di meno, e lui così deve averla vista questa pesante eredità del comunismo. I simboli restano, ma la storia cammina, va avanti. Per questo seguiva le vicende del mondo, lui che il mondo l'aveva conosciuto e aveva ancora oggi così tanti amici di altri paesi. Seguiva le vicende elettorali in qualsiasi posto si svolgessero ed era come inseguire il sogno di una vittoria della sinistra, ovunque. Da qualche parte si dovrà pur vincere. Non le rivoluzioni, ma le elezioni, e non il comunismo, ma la sinistra e le forze progressiste e democratiche. Oggi si vince di qua e domani da qualche altra parte. Sembrava un gioco, un cercare l'isola che non c'è, ma lui guardava l'orizzonte e i processi reali che non sono così grigi come l'ideologia.
Chissà cos'era davvero il comunismo per uno come Paolo. Troppo intelligente per pensare al vecchio e impresentabile socialismo reale e troppo poco realista per restare aggrappato alle mosse furbesche della politica di casa nostra e alle infinite scommesse della tattica che non scopre mai una nuova strada. Per lui la sinistra, in fondo, era una sola e tutti erano "compagni", compagni per qualche cosa perché un'idea comune si trova sempre e ne basta una per sentirsi l'uno vicino all'altro. Per questo era così amato. Un comunista senza nemici, che cosa strana. Il fatto è che una parola, sia pure così pesante e impegnativa, non dice nulla della complessità delle persone. Per tanti aspetti, Paolo era un figlio profondo della sua terra e di quella fatale attrazione per l'eresia, che è sempre stato il dato più profondo di personalità singolari e, per questo, più alte, di questa regione.
Un amico ha detto che lui viveva come in una prigione sui tavoli di Corso Vannucci. Lo aspettavano, e speravano che tornasse di nuovo alle faccende della politica. Le tessere, le riunioni, la stampa, le sezioni. Forse non era questo che voleva. Con il pensiero lui stava già nel posto dove ora è andato davvero, in quel luogo metafisico da dove si possono vedere con più chiarezza le miserie e le virtù del mondo. 
Se vogliamo capire sul serio cos'era il comunismo di Paolo Vinti, dobbiamo fare un piccolo passo indietro nel tempo. E' vero che i padri non dovrebbero sopravvivere ai figli, ma qualche volta è altrettanto doloroso il processo inverso. Paolo ha perso il padre Italo appena un mese fa e con lui tutto l'orizzonte che questa complicata ideologia gli offriva. Era la vita e l'esempio di Italo il suo comunismo e, forse, è per questo che se n'è andato così presto.
Ora resta da chiedersi perché tanta gente era lì, nella chiesa di San Bevignate. Il popolo di Paolo ha capito improvvisamente, come per un senso di colpa, di aver lasciato quel ragazzo con la barba ormai bianca a presidiare da solo i mille sentieri della speranza mentre ognuno aveva trovato una strada, le proprie certezze, la vita più o meno bella, più o meno desiderabile. In ogni caso, la vita, quella di tutti i giorni, quella che ormai è così lontana da Paolo.
                                                                                                                                      renzo.massarelli@alice.it
(pubblicato sul Corriere dell'Umbria sabato 4 dicembre 2010)  



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 6 dicembre 2010


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