16/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Gli ultimi Svizzeri
Gli Schucani erano fatti però e per davvero di un'altra pasta, dolce e seducente


                             

La vetrina di Sandri guarda le luci fredde dei negozi vicini e non capisce più dove si trova. Piccola come una bomboniera e così diversa dai compagni di banco, la pasticceria che festeggia i suoi primi 150 anni di storia si sente ormai un po' a disagio, superata dal tempo che passa e sotto il peso di una lunga storia, la propria. Falci, con le sue paste grandi come bignè e poi Ferrari, madre paziente dei suoi tanti vitelloni in attesa, non ci sono più da qualche decennio. Vale ancora quel gioco strano di inseguire la qualità e la bellezza della pasticceria fatta tutta in casa? Val la pena di chiederselo se è vero che chi se lo è chiesto si è dato una risposta senza appello. No.
Sandri resta e ora festeggia il suo grande compleanno, importante come quello dell'Unità d'Italia. Importante per la città, si capisce, ma anche per l'Italia tutta intera. Non sono poi tante le pasticcerie storiche che sono figlie, tra l'altro, della rivoluzione francese e poi di Napoleone e della sua campagna in Italia. Cose di ieri, in fondo. Le bellissime vetrine di Pfatisch a Torino che è rimasta capitale, almeno dei dolci oltre che, ovvio, delle auto o Rosati a Roma che è solo un bar, ma si trova in piazza del Popolo e ha vissuto gli anni magici dei pittori, degli scrittori e del cinema di Fellini. Va bene la pasticceria Marchesi a Milano che è del 1824, ma i negozi più belli non stanno nelle grandi città, ma in provincia. Il Caffè dei Costanti ad Arezzo del 1819, il Caffè Meletti, quello dell'anisetta, ad Ascoli Piceno, 1907, la Confetteria Mucci, quella dei "tenerelli", ad Andria, 1894, e il caffè Centrale di Asolo, 1796, e forse il più bello di tutti, il Caffè Nazionale di Aosta con la sua sala gotica, circolare come un battistero. Sin qui, è curioso, si parla di tutte città che cominciano con la A.
Molti di questi locali, compresa la pasticceria Vital Gaspero di Genova, sono figli della cultura svizzera e degli oltre cento artigiani che dal  Cantone dei Grigioni, sono arrivati in Italia nell'Ottocento, ma solo Sandri o, meglio, la famiglia Schucan e poi Schucani ha resistito da sola per cinque generazioni così come Stoppani a Bari, il locale di Benedetto Croce, nessun altro. Certo che se gli Schucan fossero arrivati a Perugia dopo il 1859 sarebbe stata tutta un'altra storia, invece arrivarono qualche anno prima, prima che gli svizzeri del generale Schmidt lasciassero a Perugia ricordi tragici e indelebili. Già, gli svizzeri, quelli del XX Giugno e del Frontone. Gli Schucani erano fatti però e per davvero di un'altra pasta, dolce e seducente, e sono rimasti i cittadini più amati a Perugia di quel curioso paese così piccolo e così ricco di tante identità diverse. Adesso si devono celebrare le famose vetrine della signora Carla che abbiamo sempre ammirato in seconda fila, dietro gli allibiti turisti della domenica, e orgogliosi di essere lì e far vedere agli altri chi siamo.
Le vetrine di Carla Schucani, che ha la mano leggera di un'artista, ci hanno raccontato in anteprima gli eventi della città, le eccellenze, le feste che passano. Quello di Sandri non è un bancone di vendita ma una teca di un gioielliere, una mostra d'arte, così come i negozi sotto i portici del corso di Berna. E poi, naturalmente, si vende perché non se ne può fare a meno, ma non è questa la virtù nascosta di luoghi come questo. Sandri sfida con le sue dimensioni impossibili le leggi dello spazio. In un posto così piccolo, che non sia di Sandri, si dovrebbe scappare subito, invece si entra e si resta irresistibilmente attratti. La capacità di mettere tutto il mondo in una piccola scatola è la virtù degli svizzeri e non si parla solo degli orologi. Il loro ordine non è mania fredda di perfezione banale ma fantasia che nasce dentro equilibri impossibili, come in una miniatura.
E' così che la vetrina di Sandri guarda i negozi vicini, così grandi e così irrimediabilmente vuoti, vuoti di idee e di calore, con tutto il rispetto, si capisce, per la modernità che ha invaso Corso Vannucci che, però, non sempre è modernità ma qualche volta roba nuova, cioè senza valore. Ritrovare l'eccellenza che si misura con il grande artigianato, è questa la sfida della nostra modernità desiderata e quasi mai raggiunta.
 Oggi chiude la mostra che ci racconta della famiglia Schucani e del suo laboratorio di un tempo che non è del tutto passato. E' il tempo della giovinezza di chi oggi non è ancora vecchio, quindi di cose contemporanee, del nostro tempo. C'è l'impastatrice, la tostatrice, gli stampini, gli strumenti essenziali dell'arte di fare dolci che sono una cosa che non si deve mangiare, ma gustare, che non servono per vivere ma per vivere meglio, la inutilità di una cosa della quale non si può fare a meno, per questo arte, o artigianato, che poi è la stessa cosa. La strumentazione è un po' primitiva e per questo ci rimanda alle capacità creative di chi lavora in un laboratorio e al rapporto diretto, senza la mediazione di macchine complicate che ripetono sempre gli stessi movimenti, con ciò che si deve creare. Creare pezzi unici e per un giorno solo e mai innamorarsene. E' così che in questa storia di Sandri c'è anche molta fantasia italiana, tanta bellezza di casa nostra, come gli occhi della signora Annamaria Crispolti, perugina, moglie di Guglielmo Schucani, che sono poi quelli di sua madre Maria Barigiani, che diresse l'azienda nei tempi difficili del fascismo. Occhi alla Marlene Dietrich, uno dei tanti simboli della cultura europea, che è in ognuno di noi.
                                                                                                                              renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 11 dicembre, Corriere dell'Umbria)

(nella foto: Carla Schucani nel suo laboratorio di via del Dado)



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 13 dicembre 2010


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