23/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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La Piazza vuota
Da qualunque lato si voglia leggere, questa storia ci porta sempre davanti ad un muro di auto


                                           LA PIAZZA VUOTA

Sotto Natale, quando arriva il freddo polare e il termometro scende, c'è sempre qualche barbone che ci resta secco. E' come una tradizione, un appuntamento fisso che, infatti, anche quest'anno  arriva a ricordarci che ci sono persone che non hanno una casa, anzi, non hanno proprio nulla, neanche una coperta per coprirsi. Li chiamano barboni come se fosse questo il loro segno identitario. Dicono sia una scelta, che abbiano rotto con la società degli altri per qualche ragione misteriosa, comunque, affari loro.
Il barbone morto nel parcheggio di un supermercato a due passi dalla stazione di Perugia di sicuro non stava lì per scelta. Come tutti gli immigrati che non hanno nulla, non poteva contare sull'aiuto di qualche parente o, comunque, sulla rete di protezione sociale costituita da amici, conoscenti, associazioni, che in questa regione non mancano mai, o quasi. Quando un immigrato del nord Africa perde i pochi contatti con la terra che lo accoglie, non ha niente altro a cui aggrapparsi. Morire di freddo o, come dicono i medici, per ipotermia, è come addormentarsi e poi non sentire più nulla, neanche lo stesso freddo che ti sta portando via. Hassan dormiva in un parcheggio ne' sporco ne' degradato, un parcheggio qualsiasi, dove si lascia l'auto per andare a comprare esattamente tutte quelle cose che lui non poteva comprare. Anche nella letteratura più di maniera i poveri muoiono sempre sotto una bella vetrina e vicino a qualche passante frettoloso che non vede e non capisce.
Hassan si rifugiava nel sottosuolo della piazza vuota di Fontivegge, dove in questi giorni tutto è gelato, anche la fontana che ha perso da qualche tempo la voglia di buttare la sua acqua dall'alto, come una cascata. Anche la piccola ciminiera della Perugina si è stancata di stare in piedi, così nascosta e umiliata dai palazzi del Broletto, ma resiste, a dispetto della chiacchiere che si fanno sulla sua solidità. Ai suoi piedi, il nastro di plastica che di solito serve a transennare qualcosa, ha già allentato la stretta e resta poggiato in terra senza delimitare alcunché. Non è un posto molto accogliente oggi il Broletto di Fontivegge, nonostante gli uffici, i pochi commercianti che resistono e il recapito dei vigili urbani, un posticino aperto un'ora al giorno, una specie di servizio informazioni dal quale tutti girano al largo. Fuori dalla sua porta e lungo un ballatoio dove si affacciano negozi chiusi c'è un cartello che avverte i passanti di non sostare, per ragioni di sicurezza. Per fortuna che la Regione c'è, se no sarebbe un bel disastro. Di fianco, e verso la stazione, le scale non sono più mobili perché Upim ha chiuso da tempo e chi vuol salire verso la piazza deve scegliere quelle tradizionali, di travertino. Piazza del Bacio, ormai, di bello ha solo il nome e se qualcuno l'attraversa non vede l'ora di uscirne. Perché così tanti appartamenti che non hanno mai visto una famiglia e uffici vuoti e abbandonati nei condomini senza vita come bambini mai nati? Cortili dove circola solo la polvere, vasi di cemento per bordure inesistenti, metri cubi di cemento gettati al vento? Perché non servono, si direbbe, in questa città che ha costruito troppo. Del resto, chi andrebbe ad abitare al centro di una rotonda dove scorre il traffico più micidiale della città? Si dovrebbe pensare a un piano di recupero per costruzioni  che pur sono nate non in tempi lontani, ma chi potrebbe investire in condomini come questi? Completare il vecchio steccone sarebbe già un lusso e convincere le persone a vivere e lavorare in quel tunnel di ossido di carbonio che è via Mario Angeloni, un eroe della guerra di Spagna, non sarà facile. Eppure qualche cosa si dovrà pur fare, perché la spettrale desolazione non solo di una piazza ma di palazzi e condomini non è accettabile in una città come Perugia.
Non tutto però è in via di abbandono. La zona degli uffici finanziari e di via Canali non è il massimo, però, almeno, vive e sopravvive, anche se non è semplice, neanche qui, la vita dei residenti. E' la modernità che ci possiamo permettere e che ci è stata concessa in questi anni di beato e frettoloso sviluppo edilizio. E poi c'è via Campo di Marte ancora incompiuta tra vecchie case e palazzi più recenti. Da qualunque lato si voglia leggere, questa storia ci porta sempre davanti ad un muro di auto, alla necessità di disegnare una nuova viabilità. Un rebus che nessuno ha più voglia, ormai, di provare a risolvere.
Fontivegge, con il suo centro direzionale, ha rappresentato il sogno perugino, l'ambizione di crescere senza negare e umiliare la città storica, la speranza di non avere semplicemente costruito un altro pezzo di periferia. Il sogno oggi è finito, e forse già da un bel po' di tempo, nonostante l'arte di Aldo Rossi e le buone intenzioni di tutti. Un centro direzionale è un centro direzionale, cioè un posto dove si vive di giorno e poi si torna a casa. Un centro direzionale attira qualche ristorante, persino una gioielleria, un bar. In un posto come questo la gente non campa ma tira a campare secondo gli orari delle macchinette marcatempo degli uffici. Poi gli spazi sono tutti loro, di quelli della notte e dei tanti traffici sospetti. O di qualche barbone al quale non basta, quando è molto freddo, l'angolo di un parcheggio e un cartone. Questa volta il Comune ha capito e cerca finalmente di mettere in campo quel che si può per non far ritrovare nella coscienza della città il corpo senza vita di un altro Hassan. E questa può essere la speranza di Natale, la promessa che non si può tradire.
                                 
                                                                                                                            renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 18 dicembre 2010)



Renzo Massarelli

Inserito venerdì 24 dicembre 2010


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