18/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Giochi e passatempi dei ragazzi di ieri
Il calcetto, le biglie, la cerbottana

 
Leggendo la nuova 'poesiola' di Marfrutto "Il calcetto" mi sono tornate a mente le nostre ricerche 'storiografiche di memoria orale' relativa al 'calciobalilla'... ed ad altri 'giochi e passatempi dei ragazzi di ieri', quali eravamo.
Vi riporto il mio raccontino al riguardo tratto da 'LE TRE VALLI UMBRE', libriccino fuori-guida da me composto, come sapete, con il sostegno di tanti amici e 'in formatori' anche occasionali, illustrato da Marco Vergoni ed edito da 'ali&no editrice' nel 2009. Così come 'Le biglie'.
E ne approfitto per allegarvi forse un inedito sulla 'cerbottana', altro gioco dei tempi che furono.
Grazie e immergiamoci nel bel parco dei giochi dimenticati...
 
Daniele / Nene

Le biglie

Le biglie più belle erano quelle piccole (con varianti peraltro di varie dimensioni) di materiale, credo, vetroso, colorate, variegate, con sfumature accattivanti (poi vennero quelle grosse di plastica con l’immagine dei corridori di bicicletta, buone solo per giocarci al mare, sulla spiaggia, ma erano altra cosa da quelle “originali”).
Ecco, le biglie (v’era anche chi le chiamava palline) e i giochi che si potevano fare con loro. Ve ne erano tanti, e tanti si potevano inventare. Il più classico era “la pista”, poi c’era “la buca”, “cicca, boccia e spanna”, “il cerchio pieno zeppo” (così ho potuto leggere su un libro), e altri ancora. Io ricordo bene il primo e il terzo. Ora ve li racconto.
La pista la potevi fare scavando la terra (era cosa impegnativa) oppure sulla sabbia (nei cantieri, che mai mancavano, la potevi trovare facilmente, così come sulle spiagge durante le vacanze al mare). Se con la pista di sabbia ti potevi permettere corse forsennate grazie alle paraboliche e alla facilità del percorso, con la pista di terra la partita era più difficile. Ci si giocava raramente in due; più spesso si era in 3, 4 o 5 (o più) ragazzini. Si faceva la conta a chi toccava per primo (“pero melo dimmi il vero….”; “ponte ponente ponte pi, …”; “Sotto il ponte di Valacca…”; o altre, e valide per tuttti i giochi di gruppo in cui ci doveva essere un primo a iniziare, per esempio). E via. Un tiro ciascuno; chi usciva ritornava indietro da quel punto e perdeva così un tiro; guai a tagliare; e via via altre regole di volta in volta create o creabili ad uopo. L’abilità maggiore consisteva nel modo in cui il giocatore tirava la biglia: solitamente era l’indice (talora anche il medio) che si appoggiava sul pollice e quindi partiva per colpire la biglia nel modo più consono possibile, in base al tracciato fatto; ma i più bravi appoggiavano il pollice sull’indice e facevano scoccare poi il tiro andando a colpire con l’unghia del primo dito la propria biglia, a volte accuratamente scelta e personalizzata.
Chi prima arrivava al traguardo (sulla base dei giri prestabiliti) vinceva la partita.
Cicca, boccia e spanna. Ecco il gioco. Ogni giocatore possiede alcune biglie (in numero uguale per i due contendenti; sì, perché si gioca in due). Il primo giocatore tira la biglia sul terreno. Il secondo giocatore cerca di “bocciarla” con la propria. Se non ci riesce e la sua biglia si ferma a più di una spanna di distanza nessuno dei due giocatori vince, e si ricomincia, invertendo l’ordine del lancio. Se la biglia boccia quella dell’avversario la fa sua; se invece la biglia si ferma entro una spanna dalla prima senza bocciarla è il primo giocatore che vince la biglia dell’avversario (naturalmente va verificato con la propria spanna, estendendo al massimo pollice e mignolo della mano preferita).
Vince chi conquista tutte le biglie dell’avversario. Anche in questo gioco vi possono essere le varianti che ognuno crede di apportare.

La cerbottana

Dal VOCABOLARIO ITALIANO ‘RIGUTINI E FANFANI’, G. Barbèra Editore, Firenze, 1906 (D. C. Ex Libris, già timbrato in color copiativo Giovanni Crotti [il nonno]): “mazza lunga intorno a due metri, e vuota dentro, per la quale con forza di fiato si spinge fuora colla bocca una palla di terra: ed è strumento da tirare agli uccelli” ║ “Strumento simile, ma più piccolo, per parlare altrui all’orecchio pienamente (non lo sapevo)”…

Lo ZINGARELLI 1999, VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA (ZANICHELLI , XII edizione): “[sp. cerbotana, dall’ar. Zarbatāna, a. 1484] Arma primitiva composta di un lungo tubo di bambù, legno o metallo, mediante il quale, soffiando, si possono lanciare piccole frecce” ║ Giocattolo simile a tale arma primitiva per lanciare coni di carta” ║ “ Schippo dalla lunga canna usato nel XV sec.” ║ “cannuccia usata per parlare sottovoce con qualcuno o per comunicare a distanza”…

In Tex, o in altri fumetti ambientati nei periodi e luoghi adeguati, ancora oggi lo si può vedere: un ‘selvaggio’ (un nativo, più propriamente) che con cerbottane naturali lancia frecce avvelenate al nemico. Li abbiamo letti tutti, non è vero?
Anche noi, da ragazzi, si giocava a cerbottana. Se talora la si costruiva rapidamente con canne svuotate (ma molto raramente), più sovente si trovava un pezzo di tubo di plastica (di lunghezza e dimensioni ‘quelle giuste’) che si arrangiava alla bell’e meglio o con certosina precisione all’uso desiderato. In quegli anni adolescenziali le vendevano, anche. Soprattutto nel periodo di carnevale, mi par di rammentare (ed erano, più che di plastica, di cartone duro). Servivano allora per sparare palline non pericolose (anche variamente colorate) all’amico meno simpatico o alla ragazza che avevi puntato (ti piaceva, oppure non la sopportavi, o era troppo smorfiosa, insomma cose così), nel periodo, appunto, di carnevale (‘ogni scherzo vale’, nevvero?).
Le mie cerbottane sono quelle degli anni della scuola media, essenzialmente (forse anche dopo?). Non ero abilissimo, invero, a fare le frecce di carta, ritagliando opportunamente in strisce larghe alcuni centimetri e lunghe 10 – 20 centimetri i fogli dei quaderni o dei giornali / giornaletti (quindi arrotolandole dall’esterno all’interno tra indice e medio e con il pollice da guida, per finire con la leccatina adesiva), ma comunque funzionavano. Poteva succedere in classe (ma allora si preferivano le penne biro, da pochissimo uscite in commercio [pensate: proprio a Saronno, dove ho frequentato le medie, v’era una delle prime fabbriche italiane al riguardo]: le svuotavi di testa e coda, cioè pennino e tappetto posteriore, e le utilizzavi, queste minicerbottane, con palline piccolissime di carta), poteva capitare casualmente (magari con palline fatte con la mollica del pane o la stessa carta), poteva succedere sulla corriera tornando da scuola, poteva capitare… in altri momenti.
Il ricordo più ‘cattivo’ della cerbottana è quello quando con il cugino Carlo (però confesso che era stato lui l’istigatore) in cima alla freccetta di carta si inseriva uno spillo e si sparava… no, non al sedere di un ragazzo o una ragazza, ma ai… gatti, già ai gatti. Chissà poi perché (vero è che se ai più i gatti piacciono, v’è pure chi non li può sopportare, sin’anche avendone paura), invece che utilizzare tale sistema per un tiro al bersaglio magari su un centro fatto di compensato o roba del genere.
Forse con la cerbottana si facevano anche gare di ‘chi tira più lontano’, chi colpisce quell’oggetto, quella cosa (con freccette pure e semplici), e chi ‘più ne più ne metta’.
Il ricordo più vero è quando uno contro uno o due contro due o tre contro tre si giocava a ‘trepassi (treppassi)’ con, appunto le cerbottane. Era il gioco forse da me preferito. Si formavano due squadre. Una si nascondeva e l’altra la cercava (una specie di ‘guardie  e ladri’ reversibile: entrambe le squadre potevano essere ladri o guardie al contempo). Al momento di stanare, scovare, individuare uno della squadra avversaria (a sua insaputa) a distanza compatibile con la falcata in corsa delle proprie gambe, si gridava “trepassi”. Lui si doveva fermare e se in tre dei tuoi passi (ossia una specie di salto triplo in lungo) lo raggiungevi diventava tuo prigioniero, di fatto della tua squadra. Il gioco finiva (ma non finiva mai, di fatto) quando tutti quelli della squadra avversaria erano stati catturati da quelli della tua squadra (ripeto la squadra era composta di una, due o tre persone, di solito; dimenticavo: un gioco da ‘maschi’, ovviamente). Ecco, la variante con la cerbottana era che, tre passi o non tre passi, come vedevi l’avversario sparavi la tua freccetta e se lo colpivi diventava tuo prigioniero, insomma passava dalla tua parte. In genere si giocava in due, uno contro uno, e il gioco si poteva fare a punti e così… all’infinito, senza regole precise prestabilite o meno.
Altre cerbottanate? Forse mi torneranno in mente.


Che gioco si faceva in “parrocchia” da fréghi oltre al ping-pong?

Una domenica mattina di alcuni giorni fa, rientrando anzitempo da una passeggiata sopra le colline di casa, qui a Pilonico (un secondo incidente vascolare ad un capillare della retina dell’occhio destro, avvenuto cinque giorni addietro, mi aveva condizionato e deciso di lasciare il gruppo che avevo promesso di accompagnare per tutto l’intero tragitto), mi sono soffermato da Italo e Mimmo, due fratelli gestori dell’agriturismo “La collina di Pilonico”, sito a fianco della Chiesa, proprio sopra casa. Stavano sistemando una stanza, ricavata durante la sistemazione della struttura, che hanno adibito a “sala giochi”, tra cui un tavolo di tennis da tavolo e un calciobalilla. Al che ho detto loro che io stesso, nella vecchia stalla del casolare dove abito, posseggo un analogo tavolo da ping-pong (da un pezzo però non ci si gioca, tant’è che è chiuso per fare spazio a due tavoli che mi servono da scrivania) e un consimile calciobalilla, originale degli anni sessanta o settanta (ma non saprei dire di preciso; fu da noi acquistato una ventina di anni fa da un rivenditore privato). Ho detto loro che noi, su al villaggio alle Groane lombarde, quando ci si giocava durante gli anni del ginnasio e del liceo (al bar del CRAL dello stabilimento ove i nostri genitori erano impiegati), lo si chiamava soprattutto biliardino o calcetto. Italo (che qui risiede) prontamente mi risponde: “già, il bizzozzero”; “bizzozzero?”, chiedo; “sì, a Perugia lo si chiamava così, bizzozzero”. Non lo sapevo; parola del tutto nuova. E ho pensato a voce alta che forse, essendo il nome Bizzozzero un cognome (così a me risulta), potesse altresì stare ad indicare il calciobalilla perché i Bizzozzero potevano essere i produttori di tale attrezzo, e quindi da marca essersi trasformato in sostantivo ad indicare il gioco medesimo (quale figura grammaticale?).
E ho poi detto a me e quindi ad Italo: “sai cosa faccio? Adesso lo chiedo a qualche amico, perugino da generazioni, così confermeremo la cosa”. Giunto a casa, ho acceso il computer ed ho inviato una e-mail a tre amici che so interessarsi di cultura e storia perugina. Nell’e-mail chiedevo loro come si chiamasse il calciobalilla, o comunque come lo chiamassero o con che nome lo conoscessero, spiegando io loro che da noi, su al nord, lo si chiamava, appunto anche biliardino o, più di rado invero, calcetto.
In due mi hanno risposto.
Lamberto, perugino di fuori città (abita a Civitella d’Arna, poco distante da qui, e da alcuni anni ogni estate promuove come Pro-loco (la Pro-Arna, di cui ne è attivissimo presidente) una bella festa popolare di alcuni giorni, la “Festa delle campane e del dialetto perugino”, Lamberto, dicevo, mi ha prontamente risposto, per posta elettronica, dicendomi che lui, loro, da ragazzi, al borgo dove sempre ha abitato lo chiamavano bizzozzero, anzi bizzozzz’ro, per dirla “alla perugina”. Pochi giorni dopo ricevo invece una lettera da Walter, amico dei tempi di Monteluce – Porta Pesa, perugino di città dunque (ed ora membro, anzi, come si firma lui stesso H-Demico, dell’Accademia del Donca, una associazione da poco sorta per far rivivere il dialetto e la cultura di questa città etrusco-medioevale), ed ecco cosa dice nella lettera che mi ha scritto:
“Andiamo per esclusione: il termine calcetto non è perugino, pur se talvolta l’ho sentito anch’io, e mi sento di potere affermare che appartiene ad altre aree linguistico-dialettali. Quanto agli altri due termini, sono ugualmente usati, direi in maniera indistinta. Personalmente, io giocavo a calciobalilla in parrocchia (S. Maria Nuova) a cavallo degli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo breve. Per mia madre però, quello era il biliardino, meglio ancora l bijardino. A Monteluce (bar Banetta), dopo la metà degli Anni Sessanta, veniva anche usato uno strano termine: bizzozzero! Ricordo con certezza questa parola in bocca all’amico Enzo B., libero “ante literam” della squadra di calcio del Monteluce, nonché cugino di Paolo G. Per chiarimenti, ci si può sempre rivolgere al primo, che abita in comune di Corciano, in via A. Gemelli. Credo!”.
Renzo non mi ha risposto. Succede. Allora l’ho chiesto anche a Vanni, a voce, venerdì sera, al Buonristoro. Mi ha risposto: “Io lo chiamavo calciobalilla”. “Non ricordi altro?”, gli dico. Mi risponde di no. Allora glielo suggerisco io; al che mi dice che sì, il termine bizzozzero si usava, ma raramente, quasi con disprezzo, come cosa di poco valore. Vanni è e si sente perugino, perugino di Porta Garibaldi, sebbene da tanti anni viva a Monteluce (ma dice che lui, al bar Banetta, quanto meno nei primi anni Settanta, il calciobalilla o bijardino o bizzozzero che fosse, non se lo ricorda, non c’era).




Daniele Crotti

Inserito mercoledì 5 gennaio 2011


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