03/04/2020
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A proposito della diga di Montedoglio
Come al solito era necessario un incidente grave per mettere al centro dell’interesse la diga di Montedoglio

In breve, partendo dagli inizi, dobbiamo ricordare che la sua realizzazione suscitò molte polemiche. Intanto, per noi di Legambiente, fa ancora testo un intervento dell’ingegnere Giuliano Cannata, allora membro della segreteria e del Comitato Tecnico Scientifico Nazionale, registrato in occasione di un convegno tenutosi a Perugia nei giorni 12 e 13 ottobre 1984 sul Piano di Bacino del Fiume Tevere. In quell’occasione lo scienziato sosteneva che da molti anni si discuteva su come fosse possibile governare un sistema così complesso, come quello del fiume, senza uno strumento unitario quale il Piano di Bacino. Quando senza coinvolgere nessuno nel 1979 fu messa in opera la diga di Montedoglio “non pianificata, non progettata né dal punto di vista economico , né dal punto di vista pianificatorio, cioè fisico-tecnico, né dal punto di vista ingegneristico”. Tanto che si scatenarono subito “le faide” fra le tre regioni coinvolte: Umbria, Lazio, Toscana. Nell’anno successivo in un altro convegno scoppiò una nuova polemica fra l’allora presidente della Giunta Regionale e il cosiddetto Ente Valdichiana sullo stabilire le competenze per la gestione dell’invaso. Germano Marri ricordava come il soggetto gestore era un ente governativo “un’azienda, una stazione di appalto del Ministero dell’Agricoltura, che faceva i suoi interessi aziendali e aveva interesse a portare avanti grandi opere per l’autofinanziamento insieme alla difesa delle parcelle di tanti professionisti”. Tanto che la Regione Toscana ne aveva chiesto lo scioglimento come ente inutile. Il “casus belli” dello scontro era stata la diffusione nelle scuole di un “libercolo” propagandistico da parte dell’ente irriguo che non faceva differenza fra il potere pubblico della Regione e gli interessi privati. Inoltre il Presidente Marri aggiungeva che “se il Montedoglio sarà utilizzato determinerà la trasformazione del Tevere in una grande strada poderale almeno per il tratto da Città di Castello a Umbertide”. Ovviamente anche gli ambientalisti erano su posizioni radicali sostenendo con forza la necessità della realizzazione di un piano di bacino contro la politica dei grandi invasi a favore dei piccoli, la salvaguardia delle aree golenali contro le cementificazioni, contro gli interventi di bonifica dei corsi d’acqua che nascondevano attività di cava in alveo, qualsiasi intervento spondale fortemente impattante doveva essere impedito in favore di opere dettate dai principi dell’ingegneria naturalistica per un uso plurimo delle acque ecc… Tanto che organizzarono una grande assemblea pubblica a Ponte Felcino il 10 marzo 1989 con la partecipazione di tutta una serie di soggetti, associazioni, comitati, Assessorato all’Ambiente del Comune di Perugia, la Cisl di Città di Castello ecc… Da cui scaturì una lettera rivolta a cittadini, istituzioni, partiti politici, forze sociali. Un appello in cui si sosteneva che con l’entrata in funzione della diga di Montedoglio il rischio di un disastro ecologico nell’alta valle del Tevere diventava sempre più reale perché 102 milioni di metri cubi d’acqua, pari al 74% della portata media del Tevere venivano dirottati in Valdichiana nel bacino dell’Arno e la portata del fiume, in base al disciplinare, che stabiliva soltanto 0,3metri cubi al secondo la quantità d’acqua da rilasciare avrebbe compromesso irrimediabilmente l’ecosistema fluviale e abbassato di netto le falde acquifere. Pertanto si chiedeva un nuovo disciplinare insieme al superamento della gestione dell’invaso da parte dell’Ente Autonomo per la Bonifica e la Valorizzazione Fondiaria (ex ente Valdichiana) attraverso l’affidamento a Regione ed enti locali, invitando nello stesso tempo tutti ad una manifestazione da tenersi sul posto il primo maggio successivo. Manifestazione che si svolse con successo e alla quale partecipò la Giunta Regionale nella persona dell’Assessore all’Ambiente Paolo Menichetti. Da allora la questione fu normalizzata, ma sono passati molti anni senza che nulla fosse cambiato, anche se alcune previsioni forse erano state troppo catastrofiche. Il piano di bacino continua ad essere un’utopia perché il Tevere non ha riconosciuta una sua unica soggettività naturalistica dalla sorgente alla foce, sono continuate le cementificazioni anche nelle aree golenali e continueranno con le messe in sicurezza delle macroarginature, il grande invaso rappresenta evidentemente un rischio per le popolazioni, non c’è stata nessuna democratizzazione gestionale così come hanno giustamente denunciato in questi giorni il Presidente della Provincia di Perugia e i Sindaci… Anche gli enti inutili risultano sotto altra ottica utilissimi e, quindi, non sono stati mai superati.



Circolo di Legambiente di Perugia

Inserito giovedì 20 gennaio 2011


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