14/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Davanti AL BIVIO - TRA BARBARIE E DEMOCRAZIA
dal manifesto del 29 ottobre 2008 Il periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni '70 del secolo scorso viene contrassegnato dagli economisti con l'espressione «i trenta gloriosi» (sottinteso: anni). Sviluppo economico (crescita del Pil), piena occupazione (o quasi), aumento di redditi e consumi, regolamentazione dell'economia in Occidente, equilibrio bipolare, aspettative di «decollo» dello sviluppo grazie all'indipendenza nelle ex colonie, culto del progresso, sono i tratti dominanti dell'epoca. Analogamente, il periodo tra la metà degli anni '70 e l'oggi merita l'epiteto «i trenta vergognosi». Crisi finanziarie, delocalizzazione, precarizzazione del lavoro e riduzione dei relativi redditi, divaricazione tra ricchi e poveri sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti e in quelli emarginati, immiserimento della maggioranza della popolazione mondiale, deregolamentazione e privatizzazioni, atrofia culturale e programmatica delle sinistre, crisi ambientale, sconvolgimenti climatici e guerre; per finire con il collasso finanziario in corso. Due epoche contrapposte e due emblemi: John M. Keynes e Milton Friedman.
A segnare uno spartiacque, il '68: il primo movimento globale della storia. Inizio della rivoluzione culturale cinese, free speech movement di Barkley, provos olandesi, maggio francese, primavera di Praga, lotte (e strage) di studenti a Città del Messico, rivolte dei ghetti neri americani, autunno caldo italiano, rivolte nei cantieri di Danzica e Stettino, eccetera: sono tutte manifestazioni di una critica pratica ai modelli di vita promossi dallo «sviluppo» degli anni precedenti: sia quello del dirigismo occidentale che quello della pianificazione sovietica; una critica ancora sotto attacco quarant'anni dopo come causa di tutto ciò che «non funziona» nel mondo. Logico, quindi, leggere «i trenta vergognosi» come reazione globale ad aspirazioni e aspettative del '68: reazione a volte violenta; più spesso sottotraccia, ma quasi sempre capace di piegare suo vantaggio conoscenze e competenze sociali e culturali prodotte dal '68.
Lo strumento di questa reazione - l'ideologia della fine di tutte le ideologie; il liberismo come «pensiero unico» - si è alimentato e ha attinto la sua forza dalle debolezze culturali del '68. Al di là degli stereotipi - il cosiddetto maotsetungpensiero, il mondo hippy fatto di sesso, droga e rock and roll, la «contestazione globale», eccetera - in tutto il mondo il tratto costitutivo del '68 era uno spirito di rivolta contro i poteri costituiti, in ogni campo, e da una temperie antiautoritaria: nella scuola, nelle università, nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nei tribunali, nelle libere professioni, fin dentro carceri, eserciti e polizie; dal tentativo di disarticolare le linee del comando gerarchico con la messa in questione del proprio ruolo e dei propri compiti. La reazione liberista del pensiero unico ha affidato un obiettivo analogo non al lavorio consapevole dei collettivi che si formavano nelle squadre, nelle aule, nei reparti, nelle assemblee di fabbrica, di quartiere, di categoria, ma al funzionamento anonimo e automatico - o presunto tale - di mercati e competizione: la realizzazione di ciascuno sarebbe stata prodotta non da legami di solidarietà liberamente costruiti, ma dai meccanismi «meritocratici» e selettivi della competizione a tutti i livelli: per questo le sirene reaganiane, thatcheriane e blairiane hanno avuto tanta presa su molti dell'ex movimento. Quell'operazione non si era presentata fin dall'inizio nella sua crudezza; per farsi strada la restaurazione avrebbe dovuto bardarsi per anni della «dialettica» - cioè della capacità di analisi e di discorso sul «sociale» - sviluppata e diffusa dal '68: per approdare solo a metà del suo percorso, alla tesi di Margaret Thatcher secondo cui «la società non esiste» perché esistono solo gli individui.
Ad accomunare i due approcci - del '68 e della reazione a esso - era stato probabilmente il loro formalismo. Per gli uni il potere da disarticolare - partendo dai livelli più bassi e vicini - era un'entità astratta: che il sapere trasmesso nelle università fosse filosofico, medico, giuridico, ingegneristico o economico non faceva molta differenza; che l'organizzazione del lavoro fosse finalizzata a produrre auto o mozzarelle, che il medico curasse il cancro o la psiche, che polizia, tribunali e carcere fossero rivolti contro operai in lotta o contro la piccola criminalità (quella grande non è mai stata in causa, allora come oggi), nemmeno: il bersaglio era il rapporto di dominio, il binomio comandare-obbedire. Analogamente, mercato e concorrenza non discriminano sul che cosa, ma solo sul chi e sul come: premiano chi vince e condannano chi perde, che produca armi o marmellate; premiano l'efficienza - misurata con il conto economico - a prescindere da qualsiasi valutazione su giustizia, equità, benessere. Il bene comune era per gli uni un concetto astratto (il comunismo, l'autodeterminazione, la giustizia, l'uguaglianza) ed è per gli altri una conseguenza automatica di interessi individuali ricondotti a un unico denominatore comune: il denaro.
Oggi, mentre i trenta vergognosi giungono al capolinea con il collasso finanziario che già si riflette sul «retroterra economico», occupazione, redditi, divari sociali, aggressione all'ambiente - ma soprattutto sui residui meccanismi della democrazia rappresentativa - il mondo è di nuovo a un bivio. Può approdare a uno spaventoso aumento di poteri autoritari, di regimi antidemocratici, di pulsioni razziste come negli anni '30 del secolo scorso in Europa - le premesse ci sono tutte; in Italia più che altrove - oppure rimettere in questione assetti economici e sociali del pianeta. Certo, i varchi offerti alla seconda ipotesi sembrano pochi: i movimenti cresciuti alla svolta del secolo sono in ripiegamento. Ma erano pochi i segni di una insorgenza sociale imminente anche alla vigilia dei tanti '68 che 40 anni fa avevano percorso il mondo.
Negli anni, sotto la coltre della restaurazione liberista, del revival religioso vissuto come meccanismo identitario, dell'esplosione di un razzismo covato e coltivato per anni, di una politica che ha sostituito i leader ai programmi, del consolidamento di nomenclature inossidabili, si sono andati sviluppando e consolidando esperienze, saperi, aspirazioni e progetti che prefigurano un'alternativa. A modo suo, anche l'antiautoritarismo sta compiendo una «traversata del deserto». Tutela di salute, biodiversità, territorio, clima; promozione di energie rinnovabili, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione senza chimica e Ogm, efficienza energetica, bioedilizia, urbanistica a misura di vicinato, recupero di paesaggio e patrimonio artistico, gestione dei rifiuti in termini di prevenzione (Rifiuti zero), potenziamento delle produzioni locali per ridurre trasporti (Chilometri zero) e delocalizzazioni; e poi, meticciato culturale come antidoto al razzismo, volontariato come collante della solidarietà, sperimentazioni didattiche per rinnovare la scuola sono tutte pratiche, o progetti, fondati su saperi che quarant'anni fa non c'erano o erano appena abbozzati e che oggi convergono, se non verso una sintesi, verso combinazioni alternative all'attuale gestione dell'esistente.
Pratiche e progetti che hanno spesso origine in aggregazioni che si costituiscono nel corso di conflitti contro decisioni dei centri del potere costituito (basti pensare a temi come rifiuti, infrastrutture di trasporto, urbanistica partecipata, iniziative culturali multietniche, ecc.) ma che sfociano sovente in iniziative e programmi che riescono a «fare impresa», a coinvolgere il governo del territorio o una parte dell'imprenditoria e che hanno comunque bisogno di un inquadramento istituzionale o di un sostegno economico. Conflitto e partecipazione sono le due gambe su cui dovrà marciare qualsiasi alternativa all'esito autoritario dell'attuale crisi sistemica: da un lato i «comitati» che si formano e consolidano lungo i diversi fronti di lotta: il «movimento»; dall'altro la capacità di far vivere strutture di mediazione, di partecipazione alle decisioni e di confronto in grado di tradurre i rapporti di forza raggiunti in progetti, in pratiche, in realizzazioni. Tenere insieme queste due componenti senza confonderle, depotenziarle, disilluderle è una strada obbligata per non arrendersi di fronte alla crisi. A saldare queste componenti saranno i saperi e le competenze diffuse che costituiscono il volto nuovo del panorama sociale di questo periodo; e la base sostanziale di nuove forme di democrazia.



Guido Viale

Inserito venerdì 7 novembre 2008


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