07/04/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Acque minerali: alle aziende grandi profitti, alla collettività pochi spiccioli
“Acqua bene da sottrarre alla speculazione. Necessario aumentare i canoni di concessione, allineandoci almeno alle regioni più virtuose”

 
I dati del 2009 relativi al settore dell’imbottigliamento delle acque minerali in Umbria confermano che occorre assolutamente correggere una situazione che appare ormai insostenibile, allineando l’Umbria alle regioni più virtuose. Non è più tollerabile vedere aziende che lucrano enormi profitti, utilizzando un bene comune fondamentale e versando solo pochi ‘spiccioli’ nelle casse pubbliche, per un’attività che comporta anche un notevole impatto ambientale. E’ necessario aumentare i canoni di concessione per le aziende che imbottigliano, adeguandoli almeno a quelli delle regioni con legislazioni più avanzate della nostra. Oltre a questo è necessario che i proventi dei canoni per l'imbottigliamento vengano investiti in opere di manutenzione della rete idrica, in informazione sulle qualità dell'acqua pubblica, nel miglioramento delle risorse idriche, anche con ricadute nei territori interessati da insediamenti industriali di imbottigliamento.

La nostra proposta di aumentare i canoni di concessione intende correggere una situazione incredibile che fa sì che, a fronte di un miliardo e 250 milioni di litri imbottigliati in Umbria, nelle casse della regione arrivino poco più di 1,5 milioni di euro, praticamente una cifra simbolica. L’Umbria cioè sta di fatto regalando un bene comune preziosissimo alle aziende dell’imbottigliamento senza ricevere in cambio che problemi, legati sia allo smaltimento dei rifiuti che all’ambiente. I benefici per la collettività infatti sono praticamente inesistenti. L’impatto occupazionale è minimo. In cambio l’Umbria deve farsi carico dei costi derivanti dall’inquinamento per il trasporto delle merci fino a quelli per lo smaltimento della plastica. Le aziende che imbottigliano pagano circa due lire al litro per un bene che, una volta imbottigliato e portato negli scaffali del supermercato, rivendono a 400-500 lire. La normativa umbra prevede canoni bassissimi pari a 50 euro per ettaro e, grazie alla nostra azione nella passata legislatura, pari a 1 euro ogni mille litri prelevati (precedentemente era di 0,50 euro). La regione Lazio fissa invece i canoni a 60 euro per ettaro e a 2 euro ogni mille litri, mentre il Veneto fa pagare alle aziende 580 euro ad ettaro e 3 euro ogni mille litri. Per questo riteniamo che sia giunto il momento di allinearsi quanto meno alle regioni più virtuose.

In questo affare senza limiti, a rimetterci sono i cittadini che si vedono sottrarre un bene pubblico a prezzi irrisori e che riacquistano quello stesso bene a costi esorbitanti. L’ubriacatura pubblicitaria spinge infatti i consumatori italiani ad essere tra i primi consumatori al mondo di acqua in bottiglia, rinunciando a consumare quella del rubinetto, che dà molte più garanzie di qualità.  Sarà importante che i maggiori introiti che deriveranno alla Regione dell’aumento dei canoni servano a finanziare una informazione corretta per invitare a bere l'acqua dei nostri rubinetti e per garantire a tutti i cittadini la conoscenza delle qualità organolettiche dell'acqua che sgorga dai rubinetti. Attualmente invece risulta per i cittadini difficile e macchinoso, se non impossibile, conoscere la qualità dell'acqua della rete pubblica. Per questo chiediamo che la Regione, insieme ad Arpa, Asl, Ati e aziende di gestione, metta in rete le analisi periodiche dell'acqua potabile suddivise quartiere per quartiere e accessibili a tutti, così come accessibili a tutti deve essere un rapporto dedicato allo stato di salute della risorsa idrica umbra e la possibilità per il singolo cittadino di richiedere analisi complete dell'acqua del proprio rubinetto, senza aggravi di costi, così come avviene nei maggiori paesi europei. La mancanza di trasparenza, infatti, unita alla scarsa pubblicità che viene fatta dell'acqua e a un'accondiscendenza eccessiva nei confronti delle attività estrattive della regione, induce solo a sospetti e non incentiva certo l'uso dell'acqua pubblica. Una situazione intollerabile a cui andrebbe posto rimedio, valorizzando meglio una risorsa importante del nostro territorio e, allo stesso tempo, perseguendo una politica di riduzione dei rifiuti. In tempi di emergenza rifiuti non è un elemento da trascurare.


Perugia, 18 febbraio 2011



Oliviero Dottorini

Inserito sabato 19 febbraio 2011


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