14/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Oltre il pubblico e il privato
Intervista al dott. Carlo Romagnoli

 Associazione Lettere Riformiste Altiero Spinelli
       Perugia

LetteraRiformista. Oltre il pubblico e il privato. Intervista al dott. Carlo Romagnoli


Presentazione
Nelle vicende che vedono impegnati Parlamento, governo, organi di informazione italiani ed esteri, e relativa opinione pubblica, su una questione sbrigativamente repertoriata come "morale", occupa un posto notevole la distinzione tra comportamenti privati e comportamenti pubblici. Con la duplice conclusione che le due cose vanno nettamente separate, per alcuni, e altrettanto nettamente intrecciate per altri. Gli uni fissano una sorta di apartheid per gli affari definiti come privati, gli altri non sono convinti che - solo come esempio di scuola - uccidere una persona nella propria abitazione sia una questione puramente o prevalentemente privata.

Pur appartenendo noi di Lettereriformiste al secondo gruppo ci sorge però un dubbio: la distinzione tra pubblico e privato è ancora dicotomica come siamo stati abituati a considerarla, o il dibattito, quanto meno quello culturale, ha spostato i paletti? Noi pensiamo che questa seconda ipotesi vada presa seriamente in considerazione perché non poche questioni con le quali abbiamo che fare giorno per giorno non trovano più soluzione all'interno de dipolo pubblico/privato: vedi acqua, aria, ambiente in generale, salute, informazione e cultura. E constatiamo con interesse l'attenzione crescente verso le problematiche del "comune", scritto con l'iniziale minuscola per non fare confusione con il Comune-istituzione, una confusione solo della nostra lingua dato che nel dibattito internazionale si ricorre al termine "commons" che è al riparo da qualsiasi equivoco.

E allora l'immagine che un uomo pubblico dà di se stesso al paese e nelle relazioni internazionali è un fatto privato o è un bene comune?

Lettereriformiste si dedicherà in modo specifico alla questione dei commons. Come anticipo, abbiamo chiesto alcune riflessioni al dottor Carlo Romagnoli, che, quale medico di sanità pubblica con forti interessi per le attività sociali, segue attentamente il dibattito ed ha promosso alcune prime iniziative di approfondimento pubblico.


Delle sue risposte ci sembra particolarmente interessante quella parte in cui si prospetta l'inclusione della conoscenza bio medica quale common, anche per aprire nuovi orizzonti per verifiche in regime di terzietà sulla qualità e sugli esiti sociali che producono le nostre facoltà biomediche?.

Lettereriformiste

LettereRiformiste domanda. Premesso che adoperiamo la parola "comune" con l'iniziale minuscola per non fare confusione con il "Comune" istituzione, e quindi non per distrazione, questa area di non-pubblico/non-privato di cui si parla sempre più di frequente è un'utopia o appartiene già alla nostra vita quotidiana?


Carlo Romagnoli risponde. Se su Google digitiamo un tema di cui vogliamo sapere il significato o avere più informazioni, il sistema Wikipedia ci da gratuitamente e immediatamente la soluzione: grazie al web 2.0, la cooperazione tra tutti coloro che hanno accesso alla rete garantisce, ormai in più di 200 lingue e in tutto il mondo, significati e approfondimenti che reggono al confronto con ponderose enciclopedie. Nessuno stato e nessun privato hanno organizzato questo efficiente sistema di gestione che, facendo cooperare tutti all'interno di regole condivise,  produce comune Questo è un esempio efficace di uno spazio già proiettato "oltre il pubblico e il privato".

Domanda. Ma, in coda alla prima domanda, qual è la linea di frattura con la storica utopia comunitaria che rende attuale il discorso?


 Risposta. Il fatto che il "privato" sia degenerato nelle esasperazioni individualistiche e il "pubblico" abbia cercato di tamponare il fenomeno con il potere delle burocrazie.

Ci sono voluti molti secoli per far uscire dalla lista delle utopie (Omnia sunt communia!) il "comune" e si potrebbe discutere se veramente tutto debba o possa essere comune.  Però adesso, se pensiamo alla catastrofe in cui il modo di gestione privato ha portato sia l'ecosistema che, ogni giorno di più, le vite di molte/i a causa di una crisi di cui non si vede la fine, la necessità di sperimentare un nuovo modo di gestione s'impone.  E s'impone anche quando constatiamo - venti anni dopo la fine del cosiddetto "secolo breve" secondo Hobsbawn - che l'intervento statale o più in generale, la  gestione pubblica, mostrano un volto poco desiderato dai più nella misura in cui si sostituiscono al privato imponendo fini e politiche di servizi che prescindono per lo più dalla condivisione. Questo mentre i programmi e i mandati elettorali non caratterizzano più il rapporto con i cittadini perché vengono accantonati in un batter d'occhio dopo l'espressione del voto: si veda l'ingigantirsi del potere dei mercati finanziari che si appropriano dell'indebitamento pubblico (i famosi "debiti sovrani") e selezionano i loro investimenti grazie alle scale di rischio stabilite dalle agenzie di rating per scopi non certo sociali. E' il famoso "impero" che attraverso una ragnatela di poteri palesi ed occulti mette le mani sulle nostre vite al di sopra di ogni istanza elettiva.

Domanda. Quali riflessioni per uscire dalla morsa?


Risposta. Siamo ad un bivio:

-    da un lato possiamo rispondere alla crisi con lo stesso approccio che l'ha creata (più privato, più mercato) o proponendo nuove deleghe al modo di gestione pubblico;

-    dall'altro possiamo optare per quel modo di gestione comune, di cui ci parlano, da diversi punti di vista,  Hardt e Negri nel libro Comune (Rizzoli, 2010) e il premio Nobel per l'economia Elinor Ostrom (La conoscenza come bene comune, Mondadori 2009), un modo di gestione aperto, radicalmente democratico e inclusivo, non finalizzato a teleologie della storia, né traducibile in piani pluriennali partoriti centralisticamente da improbabili comitati di programmazione.

 Domanda. Siamo in grado di andare oltre le evidenze e le affermazioni di principio, e sperimentare qui in Umbria  qualche forma di "comune"?

Risposta. Pensando all?estensione di forme di cooperazione, che già pratichiamo in rete, ai beni comuni, possiamo fornire sintetiche esemplificazioni per tre di essi che sono oggi al centro del dibattito politico: l'acqua, il lavoro e la conoscenza.

a)       L'acqua: perché non sperimentare in Umbria una gestione comune dell'acqua tramite nuove forme organizzative (cooperative? Comunanze?) che istituendo una proprietà collettiva tra tutti i residenti in un bacino idrico, acquisiscano il 40% di quella quota di proprietà che il decreto Ronchi impone di assegnare ai privati?

b)       Il lavoro: la resistenza operaia che si è espressa  a Pomigliano ed a Mirafiori ci parla non solo di diritti dei lavoratori che producono democrazia, ma anche di una produzione che va orientata verso finalità comuni. Siamo sicuri che il bene più sensato che possono oggi produrre gli impianti Fiat siano l'energivoro Suv di Marchionne o la assolutamente non innovativa Panda o non piuttosto quella nuova mobilità che la crisi ambientale ci imporrebbe di avviare?

c)       La conoscenza: la riforma Gelmini ha messo la conoscenza al servizio dell'industria ed applicato alla sua produzione sistemi aziendali che ne garantiscono un uso proprietario, nonostante la forte evidenza del fatto che, essendo quasi tutti i tipi di conoscenza beni non sottraibili, si crea tanto più valore quante più sono le persone che usano questa risorsa e si uniscono alla comunità di utilizzatori (cornucopia dei beni comuni).

Domanda. Ci sono altri orizzonti anche se meno ravvicinati?

Risposta. La questione potrebbe essere presa in considerazione a partire dalla ipotesi di regolare meglio il rapporto tra sanità ed università dato che si è parlato molto di creare a Perugia  una "università di ricerca" (Research University, secondo la classificazione "Carnegie" delle Istituzioni di formazione superiore). Potrebbe essere l'occasione per attivare  dispositivi che   valorizzino la conoscenza bio medica quale common e - anche se nel rispetto del quadro istituzionale previsto dal Decreto legislativo n. 517 - permettano di partecipare alle scelte e introducano la verifica in regime di terzietà sulla qualità  e sugli esiti sociali che producono le nostre facoltà biomediche.

 Il modo di gestione comune consente infatti, rispetto a quello pubblico e quello privato anche di garantire terzietà, un requisito che manca sia nell'Italia berlusconiana che nelle aziende pubbliche; pensiamo alle Ausl, dove assegnazione di obiettivi e valutazione del loro raggiungimento si giocano tutti all'interno del sistema. Si è dimesso un assessore alla sanità anche per questo?

                                                                                                   




Inserito sabato 5 marzo 2011


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