22/04/2021
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Inceneritori. I motivi del No
Una articolata disamina del tema

 

 

 di Alessandro Chiari

 Per leggere direttamente l'impaginato:  INCENERITORI - I MOTIVI DEL NO.doc

  

INTRODUZIONE

 

 

 

Volendo esprimere in modo sintetico l’argomento della trattazione, si può affermare che esso è lo smaltimento dei rifiuti; mi sembra quindi logico partire dall’approfondimento del significato di questo termine: i rifiuti sono, nel loro insieme, tutto quanto risulta di scarto o avanzo alle più svariate attività umane.

Stando a quanto si legge su Wikipedia, la Comunità europea, con la Direttiva n.2008/98/Ce del 19 novembre 2008 (Gazzetta Ufficiale Europea L312 del 22 novembre 2008) li definisce sottoprodotti, e, in particolare, qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi.[1]

La definizione normativa in Italia è data dal primo comma dell'art. 183 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 (cosiddetto Testo Unico Ambientale): “Qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell'allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi; indipendentemente dal fatto che il bene possa potenzialmente essere oggetto di riutilizzo (diretto o previo intervento manipolativo)”. Le categorie indicate dall'Allegato A (Residui di produzione o di processi industriali o di procedimenti antinquinamento; Prodotti fuori norma ovvero scaduti ovvero di cui il detentore non si serve più; Sostanze accidentalmente cadute o riversate ovvero contaminate o insudiciate; Qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate), peraltro, sono di un'ampiezza (in considerazione soprattutto dell'ultima categoria, residuale e sostanzialmente onnicomprensiva) tale che la nozione deve ricavarsi, in definitiva, dal fatto che il detentore se ne disfi (ovvero intenda o debba farlo). Dove l'atto di "disfarsi" di un oggetto, è da intendersi (secondo la Circolare del Ministero dell'Ambiente 28.06.1999) come l'avvio dell'oggetto medesimo a recupero o smaltimento. I rifiuti vengono classificati, in base all'origine, in rifiuti urbani e rifiuti speciali ovvero, in base alle loro caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi.

Per la definizione di rifiuti, rifiuti urbani e rifiuti speciali vedi all. n.1:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Rifiuti

 

Per l’appartenenza ai rifiuti pericolosi o non pericolosi, vedi all. n.2 e 2 bis:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Codici_C.E.R.

 

http://ambient.bit-rate.it/img/CERCatalogoeuropeorifiuti.pdf

 

Uno dei principali motivi i quali fanno sostenere la costruzione di nuovi inceneritori consiste nel fatto che dovrebbero servire ad eliminare fisicamente (se non vogliamo correre il rischio di esserne letteralmente sommersi) una grossa percentuale di rifiuti che nessuno sa più dove mettere anche perchè le discariche esistenti stanno progressivamente esaurendo la loro capacità di accoglimento e l’apertura di nuove discariche (da attivare quanto più vicino possibile ad infrastrutture stradali ed agli insediamenti urbani da cui dovrebbero provenire i rifiuti al fine di minimizzare i rilevanti costi di trasporto)  è ovviamente osteggiata per vari motivi (inquinamento da percolato, miasmi etc.) dalle  popolazioni limitrofe.  

 

Montanari (Nanodiagnostics, Modena) e Gatti (Università di Modena e Reggio Emilia, laboratorio di biomateriali) affermano però: “Ciò che esce dal processo di incenerimento è una massa di materiale almeno doppia rispetto a quella che ci si era proposti di smaltire” (vedi all. n.3, pag.3).

http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/nanopatologie.pdf 

 

Lavoisier (chimico del 1700) sintetizzò un concetto analogo a quello sopra espresso in una legge che porta il suo nome: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (vedi all. n.3 bis, pag. 1).

 

Al termine di questa breve introduzione ad un lavoro che non ha e non vuole nemmeno avere la minima pretesa di essere esaustivo, ritengo utili alcune annotazioni: contrariamente al modo di fare riscontrato in molti contesti simili, le indicazioni bibliografiche non si limitano alla citazione della fonte ma ne permettono (quando cercate tramite internet) l’immediata visualizzazione in modo tale da non avere nessuna perdita di tempo nella loro eventuale ricerca e lettura; chi invece preferisse il tradizionale supporto cartaceo, potrà avere il contenuto delle opere citate in bibliografia dietro espressa richiesta. Credo infine, soprattutto per chi è un novizio della materia, che sia gradito l‘aver inserito un glossario contenente il significato dei termini e dei simboli usati nella trattazione o comunque facilmente rintracciabili in contesti simili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO LEGISLATIVO – AMBITO GENERICO

 

 

 

Questo ambito è quello entro cui si muove genericamente la normativa italiana ed europea in merito alla tutela della nostra salute.

 

Innanzitutto la sintesi della Direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008 emessa dal Parlamento europeo e dal Consiglio prevede che gli Stati “devono garantire che la gestione dei rifiuti non metta a rischio la salute umana e non comprometta l'ambiente” (vedi all. n.4, pag.1)

http://europa.eu/legislation_summaries/environment/waste_management/ev0010_it.htm

 

La sintesi della Comunicazione COM (2005) 666 del 21 dicembre 2005 emessa dalla Commissione stabilisce che “restano validi gli obiettivi della normativa comunitaria già fissati prima dell'adozione della presente strategia: limitazione dei rifiuti, promozione del loro riutilizzo, del loro riciclaggio e del loro recupero” (vedi all. n.5, pag.1).

http://europa.eu/legislation_summaries/environment/waste_management/l28168_it.htm

Tale strategia (comunemente chiamata delle 3 R - riduzione, riutilizzo e riciclaggio -) è confermata anche nella sintesi della Direttiva 2006/12/CE del 5 aprile 2006 emessa dal Parlamento europeo e dal Consiglio, secondo cui “Gli Stati membri devono promuovere la prevenzione (ovverosia la riduzione della quantità prodotta, n.d.r.), il riciclaggio e la trasformazione a fini di riutilizzo dei rifiuti” (vedi all. n.6, pag.1)

http://europa.eu/legislation_summaries/environment/waste_management/l21197_it.htm

 

Alla luce dei criteri ora illustrati, dovrebbe essere abbastanza facilmente comprensibile il significato e la portata della sentenza del 26 aprile 2007, con cui la Corte dell’Unione europea condanna l’Italia al pagamento di determinate spese perché non ha ”adottato tutti i provvedimenti necessari  per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e per vietare l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti (art. 4 direttiva 75/442) …… e affinché tutti gli stabilimenti o le imprese che effettuano operazioni di smaltimento siano soggetti ad autorizzazione dell’autorità competente (art 9 direttiva 75/442)…..” (vedi all. n. 7, pag.1, 2 e 8)

http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/gettext.pl?where=&lang=it&num=79929573C19050135&doc=T&ouvert=T&seance=ARRET

 

Tradotto in altre parole ciò significa non solo che ci sono stati dei danni per la salute e per l’ambiente ma anche che alcuni stabilimenti o imprese di smaltimento rifiuti hanno potuto operare senza autorizzazioni; in più le inadempienze dello Stato italiano hanno fatto pagare a noi cittadini le spese relative alla causa persa!

 

Terminiamo l’esame dell’aspetto legislativo europeo esaminando un principio di importanza fondamentale, il cosiddetto “principio di precauzione” con il quale, secondo Wikipedia, si intende ” una politica di condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente controverse” (vedi all. n.8, pag. 1) e definito come “una strategia di gestione del rischio nei casi in cui si evidenzino indicazioni di effetti negativi sull'ambiente o sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante, ma i dati disponibili non consentano una valutazione completa del rischio” (vedi all. n. 8, pag. 2); ammesso e non concesso che i dati disponibili in merito alle conseguenze degli inceneritori non consentissero una valutazione completa del rischio (esistono infatti anche degli studi in base ai quali tali impianti risulterebbero non essere causa di conseguenze nocive) rimane pur tuttavia l’esistenza di molti studi dai quali risultano effetti negativi sulla salute umana e che, come tali, giustificano l’adozione del principio di precauzione. Tale principio è stato ratificato anche dalla U.E. nella     Comunicazione della Commissione COM(2000) 1 Final (2 febbraio 2000), in cui si legge: “Il fatto di invocare o no il principio di precauzione è una decisione esercitata in condizioni in cui le informazioni scientifiche sono insufficienti, non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante possono essere potenzialmente pericolosi” (vedi all. n.9, pag.3)

http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_precauzione

http://eur-lex.europa.eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!DocNumber&lg=it&type_doc=COMfinal&an_doc=2000&nu_doc=1

 

La stessa comunicazione COM(2000) 1 (vedi punto 6.3.5 settimo e primo capoverso) recita: “Le misure devono essere riesaminate periodicamente per tenere conto dei nuovi dati scientifici disponibili e debbono essere mantenute finché i dati scientifici rimangono insufficienti, imprecisi o non concludenti”. Ciò significa che le misure precauzionali dovrebbero essere mantenute sino a quando le informazioni scientifiche non considerino totalmente escluso qualsiasi pericolo per la salute e questa, come vedremo nella esposizione successiva, è esattamente la situazione in cui ci troviamo perché almeno una parte della scienza considera pericolosi gli inceneritori.

 

Auguriamoci comunque che chi difende la presunta innocuità degli inceneritori lo faccia con un po’ più di consapevolezza e responsabilità del prof. Veronesi; le sue affermazioni, provenendo da quella che potrebbe essere definita una fonte particolarmente attendibile da parte dell’opinione pubblica, sono infatti degne di essere approfondite: nel corso della trasmissione televisiva di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, il conduttore chiede a Veronesi “Quanto c’è rischio di tumore portato dai termovalorizzatori?” e il professore risponde “Zero”. Fazio rimane probabilmente interdetto dalla risposta e domanda “Zero?” ottenendo come risposta “Zero. Tutte le inchieste che abbiamo fatto, libri, libri, non hanno portato a nessuna evidenza di aumento di tumori nelle popolazioni circostanti”. L’intervista continua così: “Lei sarebbe quindi favorevole (agli inceneritori)?” “Ma non c’è scelta! I rifiuti o li buttiamo sotto terra o li bruciamo”. Tali parole potrebbero essere come minimo definite azzardate ma l’aspetto peggiore viene dopo, ovverosia nel corso di una successiva intervista (2 febbraio 2009) in cui viene chiesto a Veronesi: “E’ vero che gli inceneritori non fanno male alla salute?”; risposta: “Che non faccia male alla salute non c’è niente; vivere, respirare, mangiare; qualsiasi cosa mangia fa male”. Domanda: “Ma è un caso che vicino agli inceneritori  sono aumentati i casi di cancro?”; risposta: “Non sono aumentati!”. Domanda: “Come mai lei dice che non sono aumentati mentre illustri scienziati dicono esattamente il contrario?”; risposta: “I nostri studi dimostrano l’opposto”. Domanda: “Lei accetterebbe un confronto, da Fazio, magari con qualche scienziato?”; risposta: “Ma io non sono un esperto di inceneritori! Io mi occupo di scienza, mi occupo di salute”. Domanda: “E allora come mai ha dichiarato in televisione …. È un po’ superficiale”; risposta: “I miei esperti mi hanno giurato che non c’è un effetto importante sulla salute (ma allora perché da Fazio ha parlato di rischio “zero”? n.d.r.)”. Domanda: “Lei dovrebbe cercare di riuscire a farmi capire una cosa: lei dice questo, invece scienziati, luminari, americani, non americani, come mai ci sono queste contraddizioni? Scusi, io dove è che devo andare a cercare la verità?”; risposta: “Non lo chieda a me. Io non mi occupo di questa materia”. Domanda: “Sì, però nella sua fondazione ci sono dei finanziatori che fanno capo ad un mondo diverso da quello della sanità. O sbaglio?”; risposta: “Non riesco a seguirla, scusi”. Domanda: “C’è un contatto tra la sua fondazione e gli inceneritori?”; risposta: “ Questa è una palla che non c’entra niente! Questa è un’invenzione!”. Domanda: “Lei ha detto che non se ne intende, ma perché è andato da Fazio a parlarne se non se ne intende?”; risposta: “Mi intendo non di inceneritori ma dell’effetto sulla salute”. Domanda: “Ma perché da Fazio ne ha parlato?”; risposta: “Ha chiesto se fanno male; ho detto “no, non ha effetto importante!”. Intervistatore: “Lei è una figura così autorevole che poi la gente ci crede”; Veronesi: “Certo, ci deve credere, ne sono convinto”. Domanda: “Quindi lei se ne intende? Lo farebbe un confronto con un altro scienziato?”; risposta: “Ma no, non vado a fare confronti”.        

 

http://www.youtube.com/watch?v=BAEtdVn0KYY

 

http://current.com/news/89783622_umberto-veronesi-e-gli-inceneritori.htm

 

Io credo che tutto questo non abbia bisogno di commenti ma, se qualcuno ne rilevasse la necessità, non sono come il prof. Veronesi: sono disponibile per qualsiasi confronto.

 

Faccio solo notare che ENEL figura tra i partner di Future of science (vedi all. n.11) la quale, a sua volta, è partner della fondazione Veronesi e che, tra le attività di ENEL, figura la combustione di biomasse (vedi all. n.12); tale combustione ha però gravi effetti inquinanti (vedi all. n. 13, pag. 2 e 3).

 

http://www.fondazioneveronesi.it/pagina.php?id=93&nome=Partner The Future of Science

http://www.enel.com/it-IT/group/production/biomasses/

http://www.ftcoop.it/portal/Portals/1/speciali/convegno_biomasse/2.GiancarloAnderle.pdf

Sempre a proposito della consapevolezza e della responsabilità di chi difende gli inceneritori, si presta a delle interessanti considerazioni quanto scritto nel sito Moniter (sito sul monitoraggio degli inceneritori nel territorio dell’Emilia Romagna a cura dell’ARPA dell’Emilia Romagna): “In uno studio geografico condotto in provincia di Venezia (Tessari) non è stato rilevato un trend dell´incidenza di sarcoma dei tessuti molli in relazione alla esposizione a diossine stimata tramite modello, anche se nelle femmine è stato rilevato un eccesso di rischio significativo nel gruppo maggiormente esposto.” Tale affermazione, infatti, è un controsenso in termini perché è assurdo scrivere che “non è stato rilevato un trend dell´incidenza di sarcoma dei tessuti molli in relazione alla esposizione a diossine” per poi aggiungere immediatamente dopo che “nelle femmine è stato rilevato un eccesso di rischio significativo”. (vedi all. n. 16, pag.1)

http://www.arpa.emr.it/pubblicazioni/moniter/generale_642.asp

 

Chiudiamo l’esame di questo aspetto con 2 annotazioni concernenti l’Italia: in data 8 aprile 2008 il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato al punto 17 (vedi all. n. 10, pag.1 e 5) che “gli impianti civili per produzione di energia” (ovverosia la stragrande maggioranza degli inceneritori, n.d.r.) sono “suscettibili di essere oggetto di segreto di stato”. Visto e considerato che il segreto di stato è servito per coprire le peggiori nefandezze degli ultimi decenni, auguriamoci (ma forse con poca speranza) che non abbia gli stessi scopi anche in questa sede.

 

http://gazzette.comune.jesi.an.it/2008/90/2.htm

 

La seconda annotazione riguarda il fatto che gli inceneritori, nel Decreto ministeriale 5 settembre 1994 parte prima punto c n. 14, vengono inseriti tra le industrie insalubri (vedi all. n.14, pag.7) ovverosia nocive alla salute (vedi all. n. 15)

http://www.regione.emilia-romagna.it/amianto/leggi/dm5994.htm

http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/I/IN/insalubre.html?q_search=insalubre

Terminato così l’esame del primo dei due ambiti in cui abbiamo suddiviso l’aspetto legislativo, passiamo alla disamina del secondo, ovverosia quello relativo agli aspetti specifici dei limiti quantitativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO LEGISLATIVO – AMBITO SPECIFICO

 

 

 

Questo ambito riguarda aspetti specifici concernenti i limiti quantitativi sia all’emissione che alla assunzione di determinate sostanze prodotte dagli inceneritori poiché alcune diossine (come la PCDD) sono state inserite dalla IARC (International agency for researc on cancer) tra le sostanze cancerogene certe per l’uomo e le altre, pur non essendo forse cancerogene, sono sicuramente tossiche (vedi all. n. 15 bis, pagg. 4 e 10).

 

http://www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0017/123065/AQG2ndEd_5_11PCDDPCDF.pdf

 

Per quello che riguarda i valori limite di emissione medi (standard UE x m3) ottenuti con periodo di campionamento di 8 ore, la legge italiana stabilisce i seguenti valori massimi:

 

diossine e furani (PCDD + PCDF): 0,1 ng/metro cubo (ng = nano grammo = 1 miliardesimo di grammo)

 

idrocarburi policiclici aromatici (IPA): = 0,01 mg/metro cubo = ng 10.000 (vedi all. n. 15/A, pag, 20) 

 

http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/05133dl.pdf

 

Per quello che concerne invece i valori limite di assunzione, WHO (World health organization) – OMS (Organizzazione mondiale della sanità), ha stabilito nel 1999 una dose massima tollerabile giornaliera (TDI) di diossine (tra PCDD, PCDF e PCB) compresa tra un minimo di 1 ed un massimo di  4 pg/Kg di peso (vedi all. 15/B, pag. 4)

 

https://apps.who.int/inf-fs/en/fact225.html

 

E’ opportuno notare che molti studiosi ritengono la TDI non come una dose sicura (a rischio zero), tanto è vero che l’art. 5 del sommario della comunicazione della Commissione europea sul principio di precauzione parla di rischio “accettabile” e l’art. 2 dell’indice di tale comunicazione afferma che    “È necessario inoltre dissipare una confusione esistente tra l'utilizzazione del principio di precauzione e la ricerca di un livello zero di rischio che, nella realtà, esiste solo raramente.” (vedi all. n. 9, pagg. 1 e 3)

 

I limiti determinati dalle autorità competenti alla presenza di determinate sostanze “sono stati sottoposti a osservazioni critiche, le principali evidenziano che la definizione stessa di un limite non equivale a un "rischio zero" riferito in particolare agli effetti cancerogeni di tali sostanze, ovvero, in altri termini, che non ci sono delle dosi senza effetto per sostanze che hanno la caratteristica di essere dei "distruttori endocrini" e/o di possedere un potere cancerogeno, mutageno e/o teratogeno”.

Caldiroli (Medicina democratica e Centro per la salute “Giulio A. Maccaro) in “Impatto ambientale dei processi di incenerimento dei rifiuti (vedi all. 15/C, pag. 4).

http://www.minerva.unito.it/Chimica&Industria/MonitoraggioAmbientale/caldiroli4.htm

 

 

Notiamo ora che i veleni emessi nei fumi degli inceneritori ci colpiscono sia direttamente (per inalazione e per deposito sugli alimenti di cui ci cibiamo, come frutta e verdura) sia indirettamente (nel senso che si depositano sugli alimenti di cui si cibano gli animali, i quali vengono così contaminati e ci contaminano nel momento in cui ci cibiamo di tali animali inquinati); è pure importante sottolineare che la diossine sono dei composti notevolmente stabili: secondo Federico V. (responsabile IST – Istituto nazionale per la ricerca sul cancro – Genova) “nei tessuti umani le diossine hanno un’ emivita di ben sette anni. Questo significa che anche interrompendo del tutto l’assunzione di cibi contaminati, occorrono sette anni perché la concentrazione di diossine accumulata nei grassi si riduca della metà”.  (vedi all. n. 15/C/1, pag. 1; nb il documento intero non si riesce a stampare).   

 

http://www.scribd.com/doc/12050214/Diossine2009

 

Proviamo adesso a dare un’idea concreta ai numeri teorici sopra riportati prendendo in esame la situazione dell’inceneritore di Brescia che produce quotidianamente circa 5.000.000 m3 di fumi (vedi all. n. 15/D, pag, 22); 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Inceneritore

 

questo significa che, pur restando entro il limite previsto dalla legge di 0,1 ng/m3, questo solo impianto potrebbe produrre in un giorno ng 500.000 di diossine. Ricordando che la dose massima giornaliera tollerabile è di 4 pc/kg e supponendo un peso medio di 60 kg a persona, ciò significa che la TDI è di 240 pg, che equivale a 0,240 ng; se andiamo quindi a dividere la quantità giornaliera di diossine prodotte dall’inceneritore di Brescia (ng 500.000) per la dose massima giornaliera tollerabile (0,240 ng), otteniamo il numero di persone che potrebbe essere quotidianamente sottoposto all’assunzione della dose massima di diossine: 2.083.000 persone!

 

E’ importante notare pure il fatto che una tale situazione potrebbe sfuggire a qualsiasi controllo: per quanto riguarda l’inceneritore di Brescia la soglia di misurabilità è di 0,04 ng/m3 di fumi; se la concentrazione fosse di poco inferiore a tale soglia e dunque non rilevata dagli strumenti, la produzione di diossina sarebbe di 200.000 ng/giorno, ovverosia la TDI per 833.333 persone, ma non verrebbe minimamente rilevata!  

 

Facciamo ora un piccolo cambiamento di prospettiva: supponiamo che in Italia ci siano 60.000.000 milioni di abitanti i quali pesino mediamente Kg 60  l’uno; ne deriva che il peso complessivo degli italiani è di Kg 3.600.000.000. Dato che la dose massima tollerabile giornaliera è 4 pc/Kg, ciò significa che la dose massima giornaliera per tutti gli italiani ammonta a pc 14.400.000.000. Se moltiplichiamo questo valore per 365 (che sono i giorni dell’anno) otteniamo la dose massima annuale per tutti gli italiani: 5.256.000.000.000 pc.  Nel 2005 gli inceneritori hanno emesso complessivamente circa gr 40 di diossine, corrispondenti a pc 40.000.000.000.000. Ne risulta quindi che ognuno di noi ha avuto in regalo una dose di diossine superiore di circa 8 volte a quella massima tollerabile (per la quantità vedi all. n. 15/E – non stampato – a pag. 391 e per l’unità di misura vedi all 15/F – non stampato – a pag. 459).    

 

http://annuario.apat.it/capitoli/Ver_7/versione_integrale/6_Atmosfera.pdf

 

http://annuario.apat.it/capitoli/Ver_3/versione_integrale/Atmosfera.pdf

 

N.B.: i valori di cui sopra sono riferiti ai soli inceneritori; se si pensa che le emissioni totali di diossine nel 2005 sono state di gr 300, ne deriva che ognuno di noi ha avuto in regalo una dose di diossine circa 80 volte superiore alla TDI (vedi ancora all. 15/E pag. 391).

 

E’ ora indispensabile sottolineare il fatto che gli inceneritori, oltre ad emettere diossine attraverso i loro fumi, producono delle ceneri che contengono tali veleni.  Per ogni tonnellata di rifiuto incenerita vengono prodotti dai 200 ai 300 Kg. di ceneri pesanti (rifiuti speciali non pericolosi) e dai 30 ai 60 Kg. di ceneri leggere (rifiuti speciali pericolosi) (vedi all. n. 15/G, pag. 2).

 

http://rsaonline.arpa.piemonte.it/rsa2009/rapporto_2009/index898e.html?option=com_content&view=article&id=166&Itemid=249

 

Nel 2008 il termovalorizzatore di Brescia ha bruciato 800.000 tonnellate di rifiuti, producendo una media di 200.000 tonnellate di ceneri pesanti e 36.000 tonnellate di ceneri leggere (vedi all. n. 15/H, pag. 1).

 

http://www.apricaspa.it/gruppo/cms/aprica/impianti/termovalorizzazione/brescia/

 

Stando ai dati del DETR, dipartimento inglese per l’ambiente, la quantità di diossina nelle scorie è compresa tra 12 e 72 nanogrammi per Kg (vedi all. n. 15/D, pag. 22); arrotondando (per eccesso) ad una media di 50 ng, ciò significa 50.000 ng per tonnellata; dato che il termovalorizzatore di Brescia ha prodotto (per difetto) nel 2008 200.000 tonnellate di ceneri, questo significa che ha prodotto ng 10.000.000.000 di diossina, ovverosia gr 10.

Alla luce di quanto prima esposto è abbastanza agevole capire quanto sia significativa una simile quantità di diossine; sembra invece impossibile riuscire a capire quali dovrebbero essere i criteri che saranno adottati per l’eventuale smaltimento delle ceneri prodotte dall’inceneritore umbro perché sembra che il PRGR non ne faccia menzione.

 

 

Rileviamo infine il fatto che gli inceneritori, oltre ad emettere diossine attraverso i loro fumi e produrre delle ceneri che contengono tali veleni, emettono anche polveri di dimensioni più o meno microscopiche (come vedremo meglio nella parte seguente, dedicata all’aspetto medico in generale e più in particolare nella parte dedicata alle nano polveri) ed anche queste particelle sono nocive alla salute. A tal proposito sembra veramente essere di esempio l’inceneritore di Acerra (qualcuno ricorda, per caso, che è stato sbandierato come il meglio delle attuali tecnologie?). Stando a quanto si legge nei documenti dell’ARPAC, il valore giornaliero di 50 mcg/metro cubo del PM10 non può essere superato più di 35 volte nel corso dell’anno civile (vedi all. n. 15/I, pag. 1).

 

http://www.arpacampania.it/documenti/ACERRA_val23%20ins%2024%20Marzo%202010.pdf

 

Nella stessa tabella si legge che il numero di “giorni di superamento del valore di 50 mcg, ad oggi (ovverosia al 23 marzo 2010) è pari a 28”; in data 30 settembre 2010 il numero di “giorni di superamento del valore di 50 mcg è pari a 99” (vedi all. n. 15/L, pag. 1).

 

http://www.arpacampania.it/documenti/ACERRA_val%2030%20%20ins%2001%20Ottobre%202010.pdf

 

http://www.arpacampania.it/acerra/elenco.asp?id=16

 

Ciò significa che, in 6 mesi e qualche giorno, ci sono stati 71 giorni di superamento del valore limite, ovverosia più del quadruplo del massimo ammesso per legge.

 

Avendone tempo, voglia e possibilità (nel senso che ho trovato estremamente complicato riuscire ad aprire le relative videate) credo che potrebbe essere molto interessante vedere di quanto sono stati superati i limiti massimi di legge. 

 

Leggo poi su un blog

 

http://www.blogeko.it/2009/acerra-va-verso-lallerta-sanitaria-linceneritore-inizia-a-funzionare-preoccupazione-per-il-pm10/

 

che al 36° superamento del limite per le polveri sottili, il sindaco è obbligato dalla legge a prendere provvedimenti per tutelare la salute pubblica; quali provvedimenti avrà adottato il sindaco di Acerra? (vedi all. n. 15/M, pag. 1).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO MEDICO

 

 

 

Una considerazione preliminare: anche (ma forse sarebbe preferibile dire soprattutto) questa parte evidenzia esclusivamente studi ed affermazioni riscontrabili e riscontrate in quanto ho deciso che solo una strategia di tal genere possa offrire credibilità a ciò che scrivo. 

E’ doveroso poi spiegare la differenziazione che mi sono permesso di fare tra studi di prima generazione (da me intesi come quelli riferiti agli anni più vecchi e riguardanti soprattutto le patologie legate alle diossine) e studi di seconda generazione (da me intesi come quelli più recenti e riguardanti soprattutto le patologie legate alle nanoparticelle).

A proposito degli studi di prima generazione riportiamo quanto segue:

 

Bianchi F. e Minichilli F. (Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), 2006: “Mortalità per LNH nel periodo 1981 – 2001 in comuni italiani con inceneritori di RSU”.

 

L’analisi prende in considerazione 25 comuni nel territorio dei quali erano presenti inceneritori di RSU nel periodo 1981 – 2001 ed evidenzia un eccesso di mortalità nei maschi (+8%) (rispetto alla mortalità prevista, n.d.r.).

E’ importante notare che, anche in questo caso, il rischio non è limitato al territorio adiacente l’inceneritore perché, a seconda dei casi, lo studio ha preso in esame un territorio con un raggio di 30 o di 50 Km (vedi all. n. 17, pag.1).

 

 http://www.noinceneritori.org/index.php?option=com_content&task=view&id=38&Itemid=2

 

Bianchi F. (Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), Franchini M. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità della  Toscana,  Firenze),  Linzalone  N. (U.O. epidemiologia, Azienda USL di Empoli).

 

L’analisi afferma che “l’incidenza di sarcoma dei tessuti molli e la mortalità per linfomi sono state associate alla residenza vicino ad inceneritori, sulla base di eccessi di rischio osservati nello spazio e nel tempo” (vedi all. n.18, pag.4).

 

 http://files.meetup.com/871832/SNOP.pdf

 

Biggeri (U.O. Biostatistica, CSPO – Centro studio prevenzione oncologica - , Istituto scientifico regione Toscana) e Catelan (Dipartimento di statistica, Università di Firenze), 2005:  “Mortalità per linfoma non Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli nel territorio circostante un impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Campi Bisenzio, Toscana. 1981 – 2001.”

 

“Lo studio si basa sulla mortalità comunale ISTAT per linfomi non Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli nel periodo 1981 – 2001 relativamente a 277 comuni contenuti in un cerchio di 80 Km” (l’ampiezza del territorio esaminato mi sembra che permetta di ipotizzare con facilità un aspetto molto rilevante dei problemi collegati agli inceneritori, ovverosia il fatto che le loro conseguenze nocive non sono assolutamente limitate a coloro che abitano nelle immediate vicinanze, n.d.r.).

Conclusioni: “si osserva generalmente una FORTE tendenza all’aumento della mortalità per entrambe le cause di morte” (vedi all. n. 19, pagg. 2 e 3).

 

 

  http://prcgruppotoscana.it/AreaRiservata/rifiuti/art-biggeri-coloclustercampilnh.pdf

 

Comba P., Belli S. e Benedetti M.(Laboratorio di igiene ambientale, ISS), Ascoli V. (Dipartimento di medicina sperimentale e patologica, Università degli studi La Sapienza, Roma), Gatti L. e Ricci   P. (Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro, ASL provincia di Mantova, Mantova), Tieghi A. (Comune di Mantova, Mantova): “Rischio di sarcoma dei tessuti molli in residenze nei pressi di un inceneritore (2003)”.

 

Nel lavoro si legge: “Il principale risultato di questo studio è l’indicazione di un’accresciuta incidenza di sarcomi nei tessuti molli nella popolazione residente in prossimità dell’inceneritore dei rifiuti di Mantova.” (vedi all. n. 20, pag. 3)

 

http://www.gianfrancoturis.it/Sarcomi.htm

 

Comba P., Fazzo L. (Dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria, ISS, Roma) e Bianchi F.: “Effetti sulla salute associati alla residenza in prossimità di inceneritori (2007)”.

 

Nel documento affermano: “Le patologie tumorali per le quali alcuni studi hanno individuato incrementi significativi sono i sarcomi dei tessuti molli e i linfomi non Hodgkin ….. Si sono inoltre osservati, con minore riproducibilità, incrementi dei tumori dell’apparato respiratorio (polmone e laringe) e del fegato. In alcuni studi sono state segnalate patologie respiratorie non tumorali ed effetti avversi sulla riproduzione, in particolare malformazioni e basso peso alla nascita” (vedi all. n. 21, pag.1).

 

http://www.arpa.piemonte.it/upload/dl/Pubblicazioni/Gli_impianti_di_termovalorizzazione_dei_RSU/Comba.pdf.pdf

 

Negli atti del convegno organizzato dall’ARPA il 29 e 30 novembre 2007 presso il centro incontri della regione Piemonte a Torino, dedicato agli “aspetti tecnologici ed all’impatto sulla salute degli impianti di termovalorizzazione di RSU”, (convegno in cui viene ripreso il lavoro sopra descritto di Comba, Fazzo e Bianchi), appare anche lo studio di Franchini M., Rial M. (Unità di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), Buiatti E. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze) e Bianchi F. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze e Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa): “Health effects of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies (Effetti sulla salute della esposizione alle emissioni di inceneritori di rifiuti: rivista di studi epidemiologici).

 

In tale studio si legge che “nel complesso, vengono evidenziati con una certa riproducibilità rischi significativi per i tumori polmonari, i sarcomi dei tessuti molli, i linfomi non Hodgkin e le leucemie infantili” (vedi all. n.22, pag. 18)

        

http://www.arpa.piemonte.it/upload/dl/Pubblicazioni/Gli_impianti_di_termovalorizzazione_dei_RSU/Comba.pdf

 

Gentilini P. (oncoematologo, Presidente ISDE Forlì), in una lettera aperta alla stampa afferma: “Nelle popolazioni esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non. Fra questi ultimi si annoverano: incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche,  bronchiti, allergie, disturbi nell’infanzia. Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda  il cancro. Segnalati  aumenti di cancro a: fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’associazione per: cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia ormai considerata “sentinella” dell’inquinamento da inceneritori. Si sottolinea che anche con i “nuovi” impianti nessuna valida garanzia di innocuità può essere fornita perché, trattandosi di impianti di taglia enormemente maggiore rispetto al passato, la quantità complessiva di inquinanti immessi globalmente nell’ ambiente non è affatto trascurabile ed inoltre, avvenendo la combustione a temperature più elevate, si ha la formazione di ingenti  quantità di particolato ultrafine, che ha dimostrato di avere effetti gravissimi sulla salute umana e di possedere anche azione genotossica” (vedi all. n.23, pag. 1).

http://www.savonaeponente.com/2009/04/29/una-scomoda-verita-lincenerimento-dei-rifiuti/

 

Ranzi A. e Erspamer L. (ARPA Emilia Romagna, struttura di epidemiologia ambientale), 2006: “Esperienze e proposte per una sorveglianza ambientale e sanitaria nelle piccole aree ed in particolare in prossimità degli inceneritori”

 

“Conclusioni sulla mortalità: tra gli uomini non emergono eccessi di rilievo; tra le donne si osserva nell’area più vicina agli impianti un aumento della mortalità per tutte le cause, malattie cardiovascolari, diabete, tumore del colon retto e della mammella. Tra le donne (e quindi in generale, non come sopra nell’area più vicina agli impianti bensì in tutta l’area considerata, n.d.r.) si osserva un aumento della mortalità per diabete e tumore dello stomaco nel terzo anello.

Conclusioni sull’incidenza: tra gli uomini non emergono eccessi di rilievo; tra le donne si osserva nell’area più vicina agli impianti un aumento dell’incidenza dei tumori del colon retto; tra le donne si osserva inoltre un aumento dell’incidenza di tumore dello stomaco e del colon retto nel terzo anello”(vedi all. n. 24, pag. 12).

 

http://www.ausl.fo.it/Portals/0/Eventi/2006/Ranzi_Erspamer_19-06-06.pdf

 

Zambon P., Bovo E. e Guzzinati S.(Registro tumori del Veneto); Ricci P. (ASL Mantova); Gattolin M., Chiosi F. e Casula A. (Provincia di Venezia – settore politiche ambientali): “Rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori: studio caso controllo nella provincia di Venezia”.

 

“Posto uguale a 1.00 il rischio dei soggetti con il livello più basso di esposizione e durata inferiore a 32 anni, si osserva che il rischio aumenta in rapporto sia alla durata che all’entità di esposizione; i più esposti hanno un rischio (di sarcoma) significativamente più alto rispetto al riferimento (vedi all. n. 25, pag. 4).”

 

http://www.napoliassise.it/casula.ricci.zambon.sarcomi.venezia_nov06.pdf

 

Per quanto concerne gli studi di seconda generazione, riportiamo quanto segue:

 

Dominici (Dipartimento di biostatistica, scuola Bloomberg di salute pubblica, Università Johns Hopkins, Baltimora, USA) et al. in “Inquinamento dell’aria da particolato fine e ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari e respiratorie”; JAMA, The Journal of the american medical association: “Conclusioni: l’esposizione a breve termine al PM2,5 aumenta il rischio di ricovero ospedaliero per malattie cardiovascolari e respiratorie” (vedi all. n. 26, pag. 1)

 

http://jama.ama-assn.org/content/295/10/1127.abstract?maxtoshow=&HITS=10&hits=10&RESULTFORMAT=&fulltext=particulate&searchid=1&FIRSTINDEX=0&resourcetype=HWCIT

 

 

 

·        Lauriola (Direttore della struttura tematica di epidemiologia ambientale di ARPA Emilia Romagna): “Le piccole dimensioni delle UFP le rendono degne di particolare attenzione in quanto in grado di penetrare fino nelle vie aeree profonde e di passare direttamente nel circolo sanguigno. Il loro ruolo è stato studiato in modo approfondito in relazione agli effetti cardio-vascolari, nei confronti dei quali è emersa con sufficiente chiarezza la capacità di aumentare il rischio di crisi ischemiche e di aritmie” (vedi all. n. 27, pag. 3)

 

http://www.greenreport.it/file/docs/087-06.pdf

 

Montanari (Nanodiagnostic, Modena) e Gatti (Università di Modena e Reggio Emilia, laboratorio di biomateriali): “Disponendo di una particella idealmente sferica del diametro di 10 micron, ne potrebbero essere ricavate 1.000.000 del diametro di 0,1 micron. Poiché la legge valuta solo la massa, il risultato sarà che 1 particella da 10 micron e 1.000.000 di particelle da 0,1 micron sono perfettamente equivalenti. Dal punto di vista scientifico si avrà, invece, da una parte l’impatto con l’organismo di una innocua particella grossolana e, dall’altro, 1.000.000 di impatti incomparabilmente più penetranti”. Il motivo per cui questi impatti sono incomparabilmente più penetranti e pericolosi consiste nel fatto che più tali particelle sono piccole e più aumenta la loro capacità di infiltrarsi nei nostri tessuti (sia per inalazione, sia per ingestione di acque contaminate dagli inceneritori che attraverso la catena alimentare, in cui possono giungere direttamente – dopo essersi depositate ad esempio sulle verdure – o indirettamente – dopo essersi depositate nei cibi degli animali di cui ci cibiamo a nostra volta) e di procurarci danni alla salute in quanto, trattandosi anche di polveri non biodegradabili e tossiche, una volta assorbite permangono in modo duraturo nel nostro corpo. (vedi all. n. 3, pag.  6 e precedenti)

 

http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/nanopatologie.pdf

 

Sioutas C. (dipartimento di ingegneria civile ed ambientale, Università della California del sud, Los Angeles, USA) ed altri in : “Accertamento dell’esposizione alle UFP e conseguenze sulle ricerche epidemiologiche”. “Una ricerca epidemiologica ha mostrato incrementi sulle negative conseguenze sia cardiovascolari che respiratorie in relazione alla massa di PM” (vedi all. n. 28, pag. 1)

 

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16079062?dopt=AbstractPlus

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            ASPETTO COMPENSATIVO

 

 

 

Abbiamo visto che esiste una autorevolissima corrente di pensiero (scientifico e non) secondo cui gli inceneritori producono danni gravissimi alla salute ed all’ambiente; a chi non fosse convinto della validità di queste tesi, propongo la seguente riflessione: tra i presupposti per la costruzione di un inceneritore vi è la valutazione di impatto ambientale (VIA), ovverosia la valutazione degli effetti che l’inceneritore produrrà sull’ambiente; molte di tali valutazioni prevedono degli effetti negativi, tanto è vero che - vedasi documento dell’ATO-R (l’Associazione d’ambito torinese) all. n. 29 par. 8.3, pag. 51 – sono previste delle compensazioni, ovverosia dei pagamenti che le società gestrici degli impianti di incenerimento effettuano a favore delle comunità le quali rientrano “nell’area di infuenza” (l’area di ricaduta delle emissioni inquinanti). Tali compensazioni, nel documento citato, sono di due tipi: la prima, una tantum e la seconda commisurata al volume dell’attività (cioè alle quantità di rifiuti inceneriti). La prima è abbastanza facilmente valutabile in quanto è stabilita nel 10% dell’importo dei lavori aggiudicati (si tenga presente che il costo di un impianto è nell’ordine di alcune centinaia di milioni); la seconda è valutabile un po’ meno facilmente perché le quantità di rifiuti inceneriti possono variare nel tempo. Si parla comunque di cifre estremamente significative. Rimane quindi solo da chiedersi quale sia la logica con cui si autorizzino opere che, già in partenza, sappiamo essere foriere di effetti negativi.  

 

Nello stesso documento, al paragrafo 8.3.1, si legge pure che “Nuovi insediamenti residenziali non potranno essere previsti nelle aree di influenza degli impianti (discarica, compostaggio, trattamento termico) durante tutte le fasi di esercizio degli impianti”.

Chi vuole può provare a chiedersi quali siano i motivi che hanno portato all’inserimento di questa disposizione.    

 

http://www.provincia.torino.it/ambiente/file-storage/download/ato_r/pdf/studio_termovalorizzatore.pdf 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO EMERGENZIALE

 

 

 

Oltre alle “stranezze” emergenti dal punto precedente, se ne può rilevare anche un’altra, nel senso che gli inceneritori vengono spesso proposti come l’unica risposta possibile in tempi rapidi all’emergenza rifiuti; anche in questo caso esiste però chi pensa esattamente il contrario: secondo Enzo Favoino (Scuola agraria Parco di Monza, Presidente commissione ISWA Italia sul trattamento biologico dei rifiuti, Membro ECN –European compost network), in un articolo del 1 dicembre 2010 apparso su “Eco dalla città”, “il TMB (trattamento meccanico biologico) richiede tempi di realizzazione più brevi” rispetto a quelli necessari per la costruzione di un inceneritore (vedi all. n. 30, pag.

    

http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104456

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO ENERGETICO

 

 

 

Le “stranezze” non sono ancora finite, nel senso che Roberto Pellegrino, nel suo articolo del 14 agosto 2010 apparso sul sito “Perugia civica” scrive: “Apprendo dal Corriere dell’Umbria del 12 agosto, pag. 14, che per l’assessore Lorena Pesaresi “il trattamento termico dei rifiuti non sarà mai sostitutivo della raccolta differenziata ma complementare ed indispensabile” (vedi all. n. 31, pag. 1).

 

http://www.perugiacivica.it/il-punto-di-vista-di-un-ambientalista-sulla-questione-rifiuti-e-termovalorizzatore-in-umbria/

 

Il trattamento termico dei rifiuti altro non è se non un termovalorizzatore, ovverosia un inceneritore il cui scopo non è solo quello di bruciare i rifiuti ma di valorizzarli da un punto di vista termico e ciò, a sua volta, significa che il presupposto per la costruzione di un termovalorizzatore è la sua capacità di produrre energia; venendo meno tale presupposto viene meno il senso della sua costruzione. In altre parole: se e quando l’energia complessivamente prodotta è minore di quella occorrente per produrla, vengono a mancare i motivi che potrebbero giustificare un termovalorizzatore; e la mancanza di tali motivi (secondo Associazione dei medici per l’ambiente ISDE di Forlì ed altri) è esattamente quello che si verifica. Vedi il punto n. 2 delle “Osservazioni al piano provinciale di gestione dei rifiuti della provincia di Forlì - Cesena (vedi all. n. 32, pag. 24 – 28)

 

http://www.clan-destino.it/doc/Oss_PPGR_Tavolo-Associazioni.pdf

 

Un esempio molto semplice e concreto di questo concetto viene fornito dalle parole di Roberto Pellegrino nell’articolo sopra specificato: “E' oramai assodato che il riuso ed il riciclo dei rifiuti sono nettamente più "valorizzanti" dell'incenerimento: ad esempio, il petrolio usato per fabbricare una bottiglia di plastica per acqua minerale viene estratto trivellando la terra, trasportato nei mari con gravi rischi di inquinamento, distillato nelle raffinerie, trasformato chimicamente in polimero, additivato di coloranti, antiossidanti, scivolanti ecc, estruso da uno stampo, riempito di acqua, trasportato nei negozi. Si risparmia molta più energia riutilizzando e riciclando una bottiglia di plastica di quanta energia non si ricavi dalla sua combustione, con la quale si annulla in un istante tutto il lavoro e l'energia spesa per la sua fabbricazione”.

Ci sembra che sia importante notare anche il seguente aspetto: produrre energia che, grazie a degli incentivi, viene venduta ad un prezzo superiore a quello dell’energia necessaria per produrla, significa che il proprietario di un impianto ha un vantaggio economico pure nel bruciare rifiuto a basso potere calorico in quanto, nonostante una maggiore spesa derivante dalla maggiore energia necessaria per bruciare rifiuti a basso potere calorico rispetto a quelli ad alto potere calorico, il costo dell’energia prodotta è maggiore di quello dell’energia impiegata per produrla. E’ però ovvio che un tale vantaggio economico per il privato si traduca in un danno per le tasche dei contribuenti (noi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ASPETTO ECONOMICO

 

 

 

Dopo aver accertato che esiste una autorevolissima corrente di pensiero secondo la quale gli inceneritori sono fortemente nocivi per la salute e dopo aver brevemente esaminato le stranezze sopra esposte, cerchiamo di capire quali possano essere i motivi per i quali tuttora vengono ugualmente proposti inceneritori e/o termovalorizzatori. Il primo di questi motivi si chiama “incentivi CIP6”. Mi rendo conto del fatto che sarò costretto a trattare argomenti abbastanza ostici ma vi invito a leggere con la massima attenzione perché sono convinto che la chiave per comprendere tutto quello che precede stia proprio in quello che seguirà adesso.

 

 

Il CIP6 è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi adottata il 29 aprile 1992 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n°109 del 12 maggio 1992) a seguito della legge n. 9 del 1991, con cui sono stabiliti prezzi incentivati per l'energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e "assimilate" (vedi all. n. 33, pag. 1).

 

http://it.wikipedia.org/wiki/CIP6

 

Va adesso aperta una parentesi perché è indispensabile sottolineare che gli italiani sono gli unici, in Europa, ad avere prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti non rinnovabili bensì “assimilate”; lo spirito della legge europea, tenendo conto del progressivo esaurimento di fonti quali il petrolio, era infatti quello di incentivare la produzione di energia solo ed esclusivamente da fonti rinnovabili ma in Italia è stata fatta una forzatura dalla legge, la quale ha aggiunto alle “fonti rinnovabili” (con ciò intendendo sole, acqua, vento nonché fonti biodegradabili ed  organiche, come gli scarti di potatura) anche quelle “assimilate” (con ciò intendendo anche i RSU); tutto questo nonostante la Commissione europea, in data in data 20 novembre 2003 in merito al recepimento della normativa comunitaria in Italia, in riferimento all'inclusione della parte non biodegradabile dei rifiuti quale fonte di energia rinnovabile, si sia, tuttavia, così espressa: “La frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile (vedi all. n. 34)”.

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2004:78E:0191:0193:IT:PDF

Dopo qualche anno, i nostri legislatori hanno cominciato ad avere il dubbio che tale situazione non potesse continuare all’infinito e (come si legge nel documento “Incentivi CIP6 – energie rinnovabili ed assimilate” emesso dalla Camera dei deputati in data 13 gennaio 2009) hanno partorito la legge 27 dicembre 2006 n. 296 che, “con la disposizione di cui all’articolo 1, comma 1117, ha fatti salvi gli incentivi agli impianti CIP6 alimentati da fonti assimilate in deroga a quanto stabilito dalla stessa legge che ha escluso le fonti “assimilate” dall’incentivazione destinata all’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili.” Tradotto in parole più comprensibili, è stato fatto rientrare dalla finestra ciò che era stato cacciato dalla porta in quanto nella stessa legge sono state previste una norma ed i criteri per la sua deroga (più le leggi sono complicate e più sono suscettibili di interpretazioni di parte) (vedi all. n. 35, pag. 10)!

   http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/AP0028.htm#_Toc219780138

L’art. 9 del DL 172/2008 lettera c) salva nuovamente gli incentivi di cui sopra “per gli impianti, senza distinzione fra parte organica ed inorganica, ammessi ad accedere agli stessi (incentivi, n.d.r.) per motivi connessi alla situazione di emergenza rifiuti dichiarata (con provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri) prima dell’entrata in vigore della medesima legge. L’approvazione della disposizione consente l’ammissione agli incentivi CIP6, ad esempio, degli impianti siciliani. Si ricorda, infine, che la norma non riguarda il termovalorizzatore di Acerra. Successivamente l’art. 8-bis del DL n. 90/2008 è intervenuto al fine di estendere i finanziamenti e gli incentivi cd. CIP6 ai termovalorizzatori di Salerno, Napoli e Santa Maria La Fossa. Tale estensione è stata limitata alla sola frazione organica. Tuttavia, tale limitazione è venuta meno nell’art. 4-novies del DL n. 97/2008 che ha demandato ad apposito decreto interministeriale la definizione delle modalità per concedere gli incentivi pubblici di competenza statale cd. CIP6 agli impianti di termovalorizzazione localizzati nel territorio delle province di Salerno, Napoli e Caserta” (vedi all. n. 35, pag. 11). Meraviglia delle leggi italiane!

Tutto ciò, in parole povere, significa comunque che l’energia comprata dal GSE e prodotta con fonti rinnovabili e assimilate viene pagata più di quella che viene prodotta con altre fonti; l’incentivo consiste in tale differenza.  La differenza tra ciò che il GSE riconosce ai produttori e i ricavi derivanti dalla vendita della medesima quantità di energia elettrica sul mercato è coperta dalla componente A3 della tariffa elettrica; tale “componente grava direttamente sui consumatori finali” (cioè su tutti gli utenti) e ce la ritroviamo indistintamente su tutte le bollette relative al pagamento dell’energia elettrica( vedi all. n. 35, pag. 17).

Con riferimento all’anno 2007, i costi totali dell’energia che il GSE ha ritirato da altri soggetti sono stimabili in 5,3 miliardi di euro, in gran parte (circa il 71%, ovverosia circa 3,5 miliardi di euro) legati alla remunerazione dell’energia CIP6 prodotta da impianti assimilati; “Il costo da recuperare in tariffa, pari alla differenza tra costi e ricavi legati ai ritiri obbligati, è risultato pari a circa 2,4 miliardi di euro, in significativa diminuzione rispetto al 2006, anno in cui si è raggiunto il valore massimo in termini assoluti (3,7 miliardi di euro)” (vedi all. n. 35, pag. 18). Sapendo che le emissioni degli inceneritori sono nocive, sbaglio nell’affermare che abbiamo autofinanziato il nostro suicidio pagandolo più che profumatamente a chi ha armato la nostra mano?

 

E’ inoltre assolutamente indispensabile ricordare che i dati appena esposti sono riferiti sia all’energia prodotta da fonti rinnovabili che da fonti assimilate e, tra le assimilate, ci sono veramente anche quelle rinnovabili come, ad esempio, gli scarti di potatura ma poiché essi sono una percentuale ridottissima ne deriva che è ridottissimo il loro impatto quantitativo e che, di conseguenza, tutta l’energia prodotta da fonti rinnovabili è connotata da quelle caratteristiche che ne giustificano un prezzo incentivato mentre tutta l’energia prodotta da fonti assimilabili è priva di tali caratteristiche. Alla luce di queste considerazioni è interessante andare ad esaminare la tabella di pag. 36 dell’all. n. 35, la quale ci mostra che circa l’80% dell’energia ritirata proviene da fonti assimilate e che quindi l’80% degli incentivi CIP6 viene dato a fonti non rinnovabili.

 

Se poi qualcuno volesse provare a sostenere che le ultime disposizioni legislative riguardanti gli inceneritori porteranno ad una sostanziale riduzione degli incentivi pagati per una falsa produzione ecologica di energia, si invita all’esame del grafico n. 5 a pag. 40 dell’all. n. 35, dal quale risulta che nell’anno 2006 abbiamo pagato 4,2 miliardi di euro per ritirare energia da fonti assimilate e che, a fronte di questo, abbiamo avuto a consuntivo un costo da recuperare in tariffa di 3,7 miliardi di euro (l’80% del quale, come abbiamo visto, è concesso per contributi suicidi); la previsione per il 2011 è di circa 3 miliardi di euro per ritirare energia da fonti assimilate e questo potrebbe fare ragionevolmente presupporre un costo da recuperare in tariffa di circa 2,5 miliardi; scusate se è poco!     

Per chi volesse eventualmente provare a trovare un metro di paragone significativo per i valori economici di cui sopra, si provi a pensare che l’ammontare complessivo dell’ultima finanziaria italiana ammontava a circa 7 miliardi di euro. 

Per comprendere sino in fondo il quadro generale entro cui ci stiamo muovendo, dobbiamo esaminare il secondo dei motivi per i quali continuano ad esserci proposti impianti di incenerimento e/o termovalorizzazione, rilevando che l’iniquità degli incentivi CIP6 non è però (evidentemente) stata ritenuta sufficiente per garantire utili tali da assicurare la costruzione di nuovi impianti ed il legislatore si è così inventato i “certificati verdi” (CV), “Il cui meccanismo si basa sull’obbligo, a carico dei produttori ed importatori di energia elettrica prodotta da fonti non rinnovabili, di immettere nel sistema elettrico nazionale, a decorrere dal 2002, una quota minima di elettricità prodotta da impianti alimentati a fonti rinnovabili entrati in esercizio dopo il primo aprile 1999. Produttori e importatori possono adempiere all’obbligo immettendo in rete elettricità prodotta da fonti rinnovabili nella propria titolarità oppure acquistando da altri produttori titoli comprovanti la produzione dell’equivalente quota” (ovverosia CV). Le loro  motivazioni erano quindi apprezzabili in quanto affermavano di voler stimolare la produzione di energia da fonti rinnovabili ma (come successo per i CIP6) andavano di fatto a favorire i proprietari degli inceneritori in  quanto (a far data dalla loro previsione legislativa nel 1999 fino a tutto il 2006) sono state ricomprese tra le fonti rinnovabili anche quelle assimilate (ovverosia gli inceneritori): “L’art. 1 della Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Finanziaria 2007), ai commi da 1117 a 1120, introduce alcune novità in merito al riconoscimento dei CV alla produzione di energia da fonte rinnovabile. In particolare la legge 296/06 ha modificato le precedenti disposizioni escludendo tutti i rifiuti non biodegradabili dal beneficio degli incentivi riservati alle fonti rinnovabili (abrogazione dell’art. 17 commi 1 e 3 del D.lgs 387/03). Il comma 1117 ha stabilito, infatti, che a partire dal 1° gennaio 2007 “i finanziamenti e gli incentivi pubblici di competenza statale finalizzati alla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica sono concedibili esclusivamente per la produzione di energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili, così come definite dall’articolo 2 della direttiva 2001/77/CE […]” (vedi all. n. 36, pag. 105 e 106).

http://www.gse.it/IL_GSE/Rapporto/20080714_GSE_Rapporto2007.pdf

 

Sembra peraltro doveroso rilevare che in due atti ufficiali (il rapporto del GSE – all. n. 36 -  e il documento della Camera dei deputati sugli incentivi CIP6 – all. n. 35) si rilevano (salvo errori od omissioni) due affermazioni assolutamente contrapposte ed inconciliabili: nel primo si legge che “Il comma 1117 della legge 296/06 ha stabilito, infatti, che a partire dal 1° gennaio 2007 “i finanziamenti e gli incentivi pubblici di competenza statale finalizzati alla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica sono concedibili esclusivamente per la produzione di energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili” mentre nel secondo si legge che la legge 27 dicembre 2006 n. 296,  “con la disposizione di cui all’articolo 1, comma 1117, ha fatti salvi gli incentivi agli impianti CIP6 alimentati da fonti assimilate”. Sarebbero gradite delle spiegazioni.

Per dare anche in questo caso un’idea dei numeri, ricordiamo che il valore di un CV nel 2005 era di poco superiore ai 100 euro/MWh e che sono stati emessi CV per complessivi 4.308 GWh; ciò significa che sono stati erogati circa 450 milioni di euro di incentivi (ho comunque un dubbio: osservando il grafico 1 di cui a pag. 36 dell’all. n. 35, mi sorgerebbe il dubbio che i GWh prodotti nel 2005 non siano stati 4.308 ma circa 40.000 e ciò farebbe passare la somma da 450 milioni a 4,5 miliardi) (vedi all. n. 37, pag. 1).

http://it.wikipedia.org/wiki/Certificati_verdi

Ultima considerazione a proposito dei CV: “attualmente ci si trova (o forse ci si trovava, n.d.r.) nella situazione paradossale in cui ad esempio scarti di raffineria, per il cui smaltimento in tutto il mondo i produttori erano costretti ad accollarsi dei costi, in Italia vengono bruciati ricevendo anche dei finanziamenti” (vedi all. n. 37, pag. 2).

Il terzo motivo per cui continuano a proporci nuovi impianti è, guarda caso, ancora economico e consiste nel costo del conferimento dei RSU agli inceneritori i quali svolgono per i comuni il servizio di smaltire i rifiuti; tale servizio, come asserisce Baronti E. (ex assessore all’ambiente del comune di Capannori ed oggi assessore regionale alla casa), in provincia di Lucca costa 155 euro/tonnellata (vedi all. n. 38, pag. 1).

 

     http://www.noinceneritori.org/index.php?option=com_content&task=view&id=590&Itemid=2

 

Se adesso pensiamo che l’inceneritore di Brescia brucia circa 750.000 tonnellate di rifiuti all’anno (vedi all. n. 15/D, pag. 3), ne deriva che i relativi incassi (arrotondando per difetto) ammontano a circa 11.250.000 euro all’anno.  

 

Un altro elemento che può spingerci a ritenere tutti gli incentivi non tanto a favore della popolazione quanto piuttosto a favore dei privati imprenditori, può essere l’articolo di Caporale G. (giornalista) apparso in data 26 settembre 2010 sulla “Repubblica” e contenente notizie sull’arresto dell’assessore regionale alla sanità Abruzzo, arresto legato ad illeciti sulla costruzione di un inceneritore e sulla relativa raccolta differenziata (vedi all. n. 38/A, pag. 1)

 

 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/09/26/abruzzo-le-trame-in-regione-fermiamo-la.html

 

Continuando ad esaminare i motivi che portano a ritenere le scelte a favore degli inceneritori collegate non all’interesse generale ma ad interessi particolari, si legge suWikipedia (vedi all. n. 38/B, pag. 8):

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Gestione_dei_rifiuti#cite_ref-prov_11-0

 

“È interessante confrontare i costi dello smaltimento dei rifiuti di una città come Milano che fa ampio ricorso all'incenerimento con quelli di città che puntano sulla differenziata: a Milano nel 2005 si sono spesi 135,42 €/abitante contro una media provinciale di 110,16 e contro gli 83,67 di Aicurzio, paese più virtuoso di Lombardia nel 2005 col 70,52% di raccolta differenziata.[12] Il sindaco di Novara inoltre nel 2007 ha dichiarato che portando in due anni la raccolta differenziata nella città dal 35 al 68% si sono risparmiati due milioni di euro, mentre ad esempio il sindaco di Torino per sostenere la necessità dell'inceneritore del Gerbido ha dichiarato che «in qualsiasi centro urbano superare il 50% è un miracolo, perché la gestione di questo tipo di raccolta ha dei costi non sostenibili per i cittadini»; eppure a San Francisco è oltre il 50% già dal 2001.[13]

Sottolineiamo pure che i costi del servizio decrescono con il crescere della raccolta differenziata, essendo massimi con la raccolta sotto il 35% (cioè quando, normalmente, si attua la stradale) e minimi con raccolta sopra il 60% (cioè quando normalmente si attua la domiciliare) (vedi all. n. 32, pag. 12).

 

Rileviamo inoltre che “una raccolta domiciliare, indipendentemente dal grado di assimilazione, non permettendo di disfarsi del rifiuto in qualsiasi momento, impegna tutti gli utenti ad organizzare e razionalizzare nel proprio ambito di vita la gestione dei rifiuti, per cui non diventa indifferente né la quantità, né la qualità del rifiuto prodotto. Ciò induce a razionalizzare la gestione dei rifiuti, a cominciare dagli sprechi, quindi incide in primo luogo sulla produzione, riducendola. Sta di fatto che dove è applicata una raccolta domiciliare la quantità di rifiuti urbani risulta sensibilmente minore rispetto a situazioni di raccolta stradale. Dove la raccolta domiciliare è accompagnata da una tariffa puntuale, per cui ogni utente paga sulla base della quantità e della qualità del rifiuto conferito, il fenomeno della riduzione del rifiuto è ancor più accentuato” (vedi all. n. 32, pag. 8).

 

La raccolta porta a porta, a parità di capitale impiegato, utilizza inoltre una maggiore quantità di mano d’opera e questo, soprattutto nell’attuale momento di crisi economica, non è un aspetto trascurabile o secondario (vedi all. n. 38/D)

 

http://www.comunivirtuosi.org/index.php/news/4-news-generica/478-loccupazione-sostenibile

 

Una brevissima nota su un aspetto particolare della raccolta differenziata: il compost è il fertilizzante che risulta dalla decomposizione di vari scarti e rifiuti (potatura, giardinaggio e cucina) (vedi all. n. 39, pag. 1).

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Compost

 

Compostare anziché inserire nel ciclo dei rifiuti ha vari significati: procuraci del fertilizzante in modo gratuito; diminuire la quantità di rifiuti conferiti agli inceneritori e, quindi, diminuire il costo di conferimento; aumentare il potere calorico dei rifiuti conferiti (scarti di potatura e giardinaggio come pure rifiuti di cucina contengono una notevole percentuale di liquidi) e, quindi, diminuire la quantità di energia necessaria per il loro incenerimento.    

Sempre nella stessa prospettiva logico – economica si collocano le considerazioni dell’associazione  dei “Comuni  virtuosi” (ovverosia connotati da tendenze ecologiste) che, nel suo sito, scrive (vedi all. n. 38/C, pagg. 3 e 4): “Si ritiene determinante, sotto il profilo divulgativo generale e di supporto alle determinazione degli organi istituzionali competenti, porre a confronto le due tecnologie che si stanno affermando in Italia, basando il sistema di comparazione sul profilo di bilancio economico di gestione e dei relativi margini operativi d’impresa, al di là delle considerazioni già espresse di carattere ambientale in genere.

La riflessione in atto è suscitata dalla schiacciante supremazia sul piano finanziario della tecnologia detta “a freddo” che, oltre a rispettare la corretta gerarchia europea d’intervento, rappresenta oggi una consolidata anche se ancora minoritaria scelta industriale.

Si terrà in questa sede in esame quindi solo il ciclo di smaltimento finale, senza entrare nel merito delle tecnologie a monte costituite dalla fase di raccolta e selezione dei rifiuti sia urbani- R.S.U. che assimilati-R.A.U.Si tenga pertanto conto dell’ulteriore dato che i Centri di Riciclo provvedono allo smaltimento degli imballaggi e della frazione secca totale (vetro, metalli, legno, tessili, carta e plastiche) con un grado medio di purezza, mentre gli impianti di incenerimento smaltiscono solo C.D.R..

Mettiamo quindi a confronto i dati ufficiali reperiti sulle due tipologie di impianto a raffronto: un Centro di Riciclo di Vedelago da 120.000 ton/anno per la tecnologia “a freddo” e l’impianto di pirolisi di Civitavecchia da 160.000 ton/anno per la tecnologia “a caldo”.Si tenga presente che il costo di un impianto di pirolisi è nettamente inferiore ad un impianto di termovalorizzazione (che ha un costo stimato intorno ai 200 milioni di euro), o di gassificazione (che ha un costo stimato intorno ai 300 milioni di euro).Quindi la comparazione è stata fatto con la tipologia più “economica”, dovendo moltiplicare per due o per tre i relativi costi a carico della collettività nelle altre tipologie peraltro molto più ricorrenti.

Si evidenziano pertanto alcune riflessioni di carattere generale in merito all’importo ed allo stesso meccanismo di finanziamento, in quanto a parità di capacità di smaltimento il sistema a freddo:

Impiega un quinto delle risorse per la costruzione impianti. Utilizza per questo risorse esclusivamente private, incentivando peraltro la nascita di una imprenditoria ambientale non assistita, realizzando un utile di impresa triplicato in rapporto.

Realizza un ciclo di gestione finanziato esclusivamente dai contributi di legge dei Consorzi nazionali di filiera, recuperando insieme ai materiali anche le risorse private accantonate dai produttori e pagata dai consumatori finali, e da attività industriale di recupero di scarti di lavorazione.

Realizza la condizione straordinaria di un conferimento a costo zero da parte dei Comuni dal momento che ,recuperando i materiali ed i relativi contributi di legge, rigira ai Comuni stessi il contributo di trasporto che compensa il costo di conferimento presso questi impianti (costo stimato intorni ai 60 €/ton).

Realizza indirettamente un grandissimo risparmio per i bilanci comunali, dal momento che il costo di conferimento in discarica (previsto a Roma in circa 90 €/ton) viene azzerato, liberando ingenti risorse pubbliche. Tenendo conto che Roma smaltisce in discarica oggi circa 1,2 milioni di ton/anno parliamo di un possibile risparmio di circa 110 milioni di euro l’anno.

Libera le risorse accantonate dal GSE per le fonti energetiche alternative rinnovabili, promuovendo un ciclo virtuoso sia dal punto di vista della diminuzione dell’importazione di petrolio che dall’azzeramento dell’impatto ambientale da smaltimento rifiuti.

Sviluppa una occupazione locale decuplicata rispetto alla tecnologia a caldo, data da un ciclo di selezione manuale che impiega oggi sull’impianto ipotizzato 100 dipendenti a fronte di circa 10 tecnici in un impianto di incenerimento.

Evita costi oggi incalcolabili a carico della collettività in merito ai costi di bonifica ambientale ed ai costi per il servizio sanitario nazionale dovuti a cure e ricoveri per allergie, malattie croniche e costosi trattamenti tumorali”.

Carla Poli, Massimo Piras

http://www.comunivirtuosi.org/index.php/strategia-rifiuti-zero/409-tecnologie-a-confronto

 

Siamo quindi quasi arrivati alle conclusioni che non consistono in un semplice “no” contro gli inceneritori ma nella proposta degli impianti di TMB che non sono un sogno od un’utopia ma una concreta realtà della nostra penisola: ne è illuminante esempio quello di Vedelago, che è capace della seguente meraviglia:  nell’anno 2008, il 93,84% dei rifiuti lavorati sono stati recuperati, lo 0,32 è stato incenerito, il 2,99 è stato mandato in discarica ed il 2,85 ha avuto il cosiddetto calo di processo (vedi all. n. 40).

 

http://www.centroriciclo.com/uploaded_files/rese_2008.pdf

 

http://www.centroriciclo.com/

 

Chi ha avuto la pazienza di seguire sin qui il mio pensiero, provi a chiedersi quali sono i motivi per i quali soggetti di varia estrazione (associazioni ambientaliste come Greenpeace o Legambiente, mediche come ISDE o politiche come M5S) privilegerebbero impianti di TMB come quello di Vedelago; preconcetti, stupidità, ignoranza, motivi economici, qualunquistici, ideologici o contestatori? Oppure basandosi su dati e fatti?

ASPETTO LOCALE

 

 

 

Prendiamo infine in esame l’atteggiamento della regione Umbria. La valutazione ambientale strategica del 13 marzo 2008 (VAS) relativa al PRGR umbro prevede (vedi all. n. 41, pag. 3 e segg.) un’attenzione prioritariamente rivolta allaprevenzione della produzione dei rifiuti e della relativa pericolosità” in quanto “i dati degli ultimi anni hanno evidenziato un continuo incremento della produzione dei rifiuti urbani; dovranno esserne individuate le cause e proposte le azioni di contenimento”. Tale documento contiene anche la previsione di “attuare nuove e più efficaci azioni che possano consentire il conseguimento degli obiettivi normativi relativi ai flussi di rifiuti da destinare a recupero materia” (pag. 4); tale concetto viene ribadito a pag. 9, dove si parla di “azioni tese a sostenere le raccolte differenziate”, nonché a pag. 7, dove si parla della “configurazione di un nuovo sistema di gestione fortemente orientato al recupero di materia” e della individuazione di “indicatori quali recupero di materia dai rifiuti, bilancio energetico ed emissivo della gestione dei rifiuti”. Dovrebbe peraltro essere abbastanza agevole da concretizzare il raggiungimento di tutte queste previsioni di aumento della raccolta differenziata e del riciclaggio perché gli Enti locali non si sono preoccupati più di tanto nel corso degli anni, tanto è vero che la pur verde Umbria è stata spesso molto lontana dagli obiettivi minimi previsti dalla legge: tali obiettivi, nel 2001, erano del 25% mentre la RD era ferma al 12,7%, nel 2003 l’obiettivo era il 35% e la RD era al 21,8%; nel 2006 l’obiettivo era sempre il 35% e la RD era al 29% (pag. 14). La VAS prevede poi (pag. 20) che, “al fine di individuare la strategia gestionale saranno sviluppate analisi comparative con riferimento alle ….. alternative evolutive del sistema impiantistico (tecnologie di recupero/smaltimento, numero e potenzialità degli impianti, bacini territoriali degli impianti, ….. valutazione tecnologie innovative). “Tali criteri di comparazione e valutazione consistono in indicatori tecnologici, quali: affidabilità, flessibilità, modularità; indicatori ambientali, quali: emissioni in aria, acqua e  suolo, fabbisogno di discarica, recupero di materia ed energia; indicatori economici, quali: costi di investimento e di gestione (pag. 21). La VAS stabilisce quindi che dovranno essere definiti “indirizzi sia per la promozione della tariffa puntuale nella gestione di servizi di raccolta dei rifiuti che per la promozione di comportamenti di consumo ecocompatibile da parte dei cittadini  nonché accordi con la GDO per la riduzione dei rifiuti da imballaggio” (pag. 22). Continuando l’esame del documento, si legge che “nello sviluppare le previsioni di evoluzione della produzione di rifiuti urbani  ….. si ritiene opportuno assumere una contrazione (es. – 50%) del tasso di crescita recentemente registrato” (pag. 23); non viene però fatto alcun cenno ai criteri con cui si arriva ad una previsione di una diminuzione del 50% e non viene nemmeno spiegato cosa si intenda con l’avverbio “recentemente”. Si legge inoltre che “il PRGR individuerà le linee di indirizzo per la riorganizzazione dei servizi e definirà i risultati da conseguire nei diversi contesti territoriali” (pag. 24). Si legge anche che “il sistema dovrà essere fortemente orientato  a forme di raccolta a carattere domiciliare (pag. 25).           

 

http://www.ambiente.regione.umbria.it/resources/NEWS/Obiettivi%20e%20scenari%20PRGR%20Umbria.pdf

 

Le linee programmatiche di mandato del sindaco Wladimiro Boccali per gli anni 2009 – 2014 si collocano nello stesso solco visto qui sopra; esse, al punto 7, (vedi all. n. 42) recitano: “

"L'obiettivo strategico legato alla presente linea programmatica diviene così la promozione del paesaggio e del turismo nelle sue diverse forme come leve fondamentali per uno sviluppo economico basato sulla valorizzazione e  sulla tutela ambientale che, pertanto, viene assunta come fattore strategico. L'utilizzo di energie rispettose dell'ambiente rappresenta, parimenti, la nuova sfida da affrontare. Una corretta ed efficace "gestione integrata dei rifiuti" costituisce, altresì, il presupposto fondamentale per trasformare i rifiuti da "problema" a "risorsa", per migliorare la qualità ambientale e per raggiungere gli obiettivi fissati dal nuovo Piano regionale in materia di rifiuti. Per tale programma saranno posti in essere le azioni ed i progetti di seguito riportati.
 
Azioni:
favorire l'utilizzo delle energie rinnovabili;
difendere il paesaggio contrastando la produzione delle fonti inquinanti;
promuovere misure per la riduzione dei gas-serra attraverso politiche di prevenzione delle emissioni inquinanti;
prevenire la produzione dei rifiuti, incrementare la raccolta differenziata in base al principio "chi inquina Paga", realizzare il ciclo completo dei rifiuti.
 
Progetti:
produzione di energie alternative (fotovoltaico);
incentivi ai comportamenti virtuosi finalizzati alla raccolta differenziata dei rifiuti;
riduzione dei rifiuti all'origine, raccolta differenziata, reinvestimento dei prodotti derivati nel ciclo economico-produttivo locale e regionale, recupero energetico e incentivi tariffari per la raccolta differenziata ai cittadini più virtuosi (ciclo integrato dei rifiuti);
comunicazione-educazione ambientale sul territorio".

http://www.comune.perugia.it/resources/docs/sindaco/LINEE%20PROGRAMMATICHE%20DI%20MANDATO%202009.pdf

Nella stessa direzione si inserisce pure il “nuovo piano regionale di gestione rifiuti”

 

http://www.ambiente.regione.umbria.it/canale.asp?id=346

(che però sembra non si riesca più ad aprire e, quindi, a stampare); aprendo il relativo sito e cliccando su “Il progetto” si legge (tra l’altro): “"il nuovo strumento di pianificazione definisce le metodologie tecniche, organizzative e procedurali volte a: 

-          Diminuire la quantità di rifiuti complessivamente prodotti; i dati degli ultimi anni evidenziano un continuo incremento di essa; appare pertanto necessario imprimere quella svolta che possa determinare finalmente la tanto auspicata “inversione di tendenza” che dovrebbe vedere non soltanto il contenimento dell’aumento, ma addirittura il fattivo decremento annuale di tale dato.
- Incrementare  il livello di raccolta differenziata; i risultati conseguiti negli ultimi anni evidenziano una tendenza di crescita costante della percentuale di rifiuti avviati al riciclaggio, ma pur  tuttavia ulteriormente migliorabile anche in relazione alle nuove metodologie di supporto a tale processo oggi disponibili e già efficacemente sperimentate in altri contesti territoriali".

Una volta viste le affermazioni di principio sopra esposte, rileviamo innanzitutto un paio di incongruenze con quanto appare nel Piano regionale per la gestione dei rifiuti che (v. all. n. 43, punto 6.3.1 pag. 364) “ha definito un obiettivo basato in particolare sull’invarianza della produzione procapite di rifiuti urbani, con conseguente crescita della produzione complessiva associata alla sola crescita demografica (ca 1%)”; come si concilia questo obiettivo con quanto affermato a proposito delle metodologie atte a diminuire la quantità di rifiuti complessivamente prodotti o a proposito della contrazione del tasso di crescita della produzione di rifiuti (- 50%)?

 

Nello stesso punto 6.3.1 (pag. 365) si legge che “l’aggiornamento della pianificazione regionale è da prevedersi al termine dell’orizzonte temporale di riferimento oggi assunto (ovverosia nel 2013)”; questo significa che, se le previsioni fossero completamente sbagliate, non si avrebbe comunque nessun controllo e nessuna variazione fino al 2013. Possibile che nessuno abbia pensato a dei controlli (e a delle eventuali correzioni) intermedi?

 

Dopo queste due osservazioni estremamente “puntuali” ce ne sono molte altre che potremmo chiamare “generali”; la prima cosa che balza all’occhio è una somma di contraddizioni: come è possibile che nelle linee programmatiche del sindaco non si trovi traccia della programmazione di un inceneritore e che, sia nella VAS sia nel PRGR,   si parli della necessità di diminuire la produzione di rifiuti e di aumentare la raccolta differenziata per poi arrivare alla conclusione esattamente opposta, ovverosia la costruzione di un inceneritore?

Il secondo aspetto che si può notare consiste nel fatto che non vengono esplicitati molteplici criteri:  quali sono i criteri con i quali una parte dei rifiuti speciali non pericolosi viene assimilata ai rifiuti urbani? E’ infatti chiaro che più è alto il grado di assimilazione e maggiore è la quantità di rifiuti urbani prodotta, con tutte le conseguenze che ne derivano (tradotto in altre parole: se il grado di assimilazione è alto o se non esistono forme di disincentivazione alla produzione di rifiuti speciali, avremo un aumento dei rifiuti urbani). Quali i criteri di comparazione e valutazione, soprattutto quelli relativi alle emissioni, a cui si riferisce la VAS a pag. 21? Quali i criteri secondo cui il “     rendimento di recupero energetico netto è valutato indicativamente pari al 24% nel caso di sola produzione di energia elettrica” (affermazione, che si discosta moltissimo da altre specificate nell’allegato 32 (pag. 24 – 28)?

Quali sono i criteri per la promozione e l’applicazione della tariffa puntuale prevista dalla VAS a pag. 22? Quali gli importantissimi criteri con i quali si prevede di smaltire i rifiuti speciali non pericolosi (ovverosia le ceneri pesanti) ma, soprattutto, i rifiuti speciali pericolosi (ovverosia le ceneri leggere, che ammontano a circa il 5% dei rifiuti bruciati)? Vogliamo forse copiare il pessimo esempio che viene dalle centrali nucleari, le quali potrebbero essere costruite senza addirittura sapere dove andranno a finire le scorie? E cosa si intende con l’incremento di raccolta differenziata a cui si accenna nel nuovo PRGR: l’introduzione della differenziata nelle zone in cui non era stata ancora attivata, l’aumento della raccolta differenziata nelle zone in cui era già attiva o la realizzazione di entrambe le ipotesi?  

 

Notiamo anche che il punto 12.3 del PRGR prevede l’attuazione di alcune realizzazioni, come (pag. 562) “l’installazione di distributori automatici di detersivi alla spina nei più grandi centri commerciali dell’Umbria, la realizzazione da parte dei gestori della rete acquedottistica di fontanelle di “acqua frizzante”, la realizzazione a cura di allevatori locali, di distributori di latte crudo da consumare entro 24 ore”; dato che le previsioni sono al plurale, sarebbe interessante sapere dove sono ubicati i distributori di detersivi e di latte nonché le fontanelle. Cosa è stato fatto di concreto per la riduzione dell’usa e getta (tipo il divieto all’uso di tali stoviglie nelle sagre e/o nelle feste pubbliche), l’utilizzo e la promozione del compostaggio (domestico e non), il vuoto a rendere?

 

Terminiamo, infine, con alcune considerazioni su quello che, per i possibili costruttori di un impianto di incenerimento è l’aspetto più importante: quello economico. Per noi cittadini credo che l’aspetto più importante sia invece quello della salvaguardia della salute (nostra e dei nostri figli); certo è che sembra veramente incomprensibile la scelta di privilegiare un impianto di incenerimento rispetto ad uno di trattamento meccanico biologico quando l’inceneritore non solo è nocivo (mentre non lo è il TMB) ma ha anche dei costi per la collettività che sono nettamente superiori ed offre un contributo inferiore alla risoluzione del problema della disoccupazione! 

 

Nel punto 6.7.4 (pag. 364 e 365) del PRGR, troviamo che “il fabbisogno di trattamento termico di rifiuti di derivazione urbana (e quindi non comprendenti i rifiuti speciali, che potrebbero però rivestire una significativa importanza nell’ambito dell’incenerimento) per il 2013 è stimato in 173.535 tonnellate; tale dato permette alcune considerazioni: la prima riguarda il dato di pag. 388, secondo cui “l’impianto di trattamento termico in questione è dimensionato su di un flusso di rifiuti in ingresso pari a 133.897 t/a, costituite esclusivamente da rifiuti di derivazione  urbana”. Da 173.000 a 133.000 tonnellate ce ne sono 40.000 di differenza (circa il 25% in meno); quale è il motivo della differenza? Ma, a parte questo aspetto, a pag. 389 rileviamo che “L’investimento per la realizzazione dell’impianto è valutato pari a 108 milioni di euro,

comprensivi di 4 milioni di euro per interventi di mitigazione sul territorio di inserimento” mentre a pag. 382 rileviamo che l’investimento per la realizzazione di un impianto di trattamento meccanico biologico con raffinazione a CDR e potenzialità di 120.000 tonnellate è compreso tra circa 17 e 22 milioni di euro (cioè cinque volte meno). 

Nel punto 6.9.3 (pag. 390) viene specificata la tariffa di accesso (ovverosia la somma che i comuni devono pagare al proprietario dell’inceneritore affinchè venga bruciata una tonnellata di rifiuti) che ammonta a 89,6 euro/t mentre a pag. 382 è indicata la tariffa di accesso relativa ad un impianto di trattamento meccanico biologico: tra i 40 ed i 55 euro/t.

 

Per quanto riguarda poi i costi di gestione, essi oscillano tra 80 e 90 euro/t negli inceneritori (pag. 385) e tra 70 e 110 euro/t per gli impianti TMB (ovverosia sono quasi equivalenti).

 

Traducendo in altre parole i dati esposti, si rileva non solo che il costo iniziale di un impianto di TMB è inferiore di circa 80 milioni di euro rispetto a quello di un impianto di incenerimento (20 milioni il primo, 100 milioni il secondo) ma anche che il minor costo di conferimento dei rifiuti negli impianti di TMB permette alla collettività di risparmiare altri 4 milioni di euro all’anno.

 

E’ poco?

 

http://www.ambiente.regione.umbria.it/resources//GESTIONE_RIFIUTI/Nuovo%20Piano%20Rifiuti/Piano%20approvato/Piano%20regionale%20di%20gestione%20dei%20rifiuti.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

3) Montanari S. (Nanodiagnostics – Modena) e Gatti A.M. (Laboratorio di biomateriali, Università di Modena e Reggio Emilia) in: Nanopatologie: cause ambientali e possibilità di indagine (pag.3).

 

13) Anderle G. (Direttore del settore gestione ambientale della provincia autonoma di Trento) in: Produzione di energia da biomasse fra problema della qualità dell’aria ed emissioni di anidride carbonica (pagg. 2 e 3).   

 

15/C) Caldiroli (Medicina democratica e Centro per la salute Giulio A. Maccaro) in “Impatto ambientale dei processi di incenerimento dei rifiuti (pag. 4).

 

15/C/1) Federico V. (Responsabile IST – Istituto nazionale per la ricerca sul cancro – Genova) in “Diossine, ambiente e salute”, 2008.

 

17) Bianchi F. e Minichilli F. (Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), 2006: “Mortalità per LNH nel periodo 1981 – 2001 in comuni italiani con inceneritori di RSU”.

 

19) Biggeri A.(U.O. Biostatistica, CSPO – Centro studio prevenzione oncologica - , Istituto scientifico regione Toscana) e Catelan D. (Dipartimento di statistica, Università di Firenze), 2005:  “Mortalità per linfoma non Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli nel territorio circostante un impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Campi Bisenzio, Toscana. 1981 – 2001.”

 

20) Comba P., Belli S. e Benedetti M.(Laboratorio di igiene ambientale, ISS), Ascoli V. (Dipartimento di medicina sperimentale e patologica, Università degli studi La Sapienza, Roma), Gatti L. e Ricci   P. (Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro, ASL provincia di Mantova, Mantova), Tieghi A. (Comune di Mantova, Mantova): “Rischio di sarcoma dei tessuti molli in residenze nei pressi di un inceneritore (2003)”.

 

21) Comba P., Fazzo L. (Dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria, ISS, Roma) e Bianchi F.: “Effetti sulla salute associati alla residenza in prossimità di inceneritori (2007)”.

 

22) Franchini M., Rial M. (Unità di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), Buiatti E. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze) e Bianchi F. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze e Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa): “Health effects of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies (Effetti sulla salute della esposizione alle emissioni di inceneritori di rifiuti: rivista di studi epidemiologici).

 

23) Gentilini P. (oncoematologo, Presidente ISDE Forlì)

 

24) Ranzi A. e Erspamer L. (ARPA Emilia Romagna, struttura di epidemiologia ambientale), 2006: “Esperienze e proposte per una sorveglianza ambientale e sanitaria nelle piccole aree ed in particolare in prossimità degli inceneritori”

 

25) Zambon P., Bovo E. e Guzzinati S.(Registro tumori del Veneto); Ricci P. (ASL Mantova); Gattolin M., Chiosi F. e Casula A. (Provincia di Venezia – settore politiche ambientali): “Rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori: studio caso controllo nella provincia di Venezia”.

 

 

26) Dominici (Dipartimento di biostatistica, scuola Bloomberg di salute pubblica, Università Johns Hopkins, Baltimora, USA) et al. in “Inquinamento dell’aria da particolato fine e ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari e respiratorie”; JAMA, The Journal of the american medical association

 

27) Lauriola (Direttore della struttura tematica di epidemiologia ambientale di ARPA Emilia Romagna

 

28) Sioutas C. (dipartimento di ingegneria civile ed ambientale, Università della California del sud, Los Angeles, USA) ed altri in : “Accertamento dell’esposizione alle UFP e conseguenze sulle ricerche epidemiologiche”

 

29) Foietta P. (Presidente dell’ATO-R, Associazione d’ambito torinese per il governo dei rifiuti), Tedesco V. e Miceli S. (Servizio pianificazione sviluppo sostenibile e ciclo integrato dei rifiuti – provincia di Torino)

 

30) Favoino E. (Scuola agraria Parco di Monza, Presidente commissione ISWA Italia sul trattamento biologico dei rifiuti, Membro ECN –European compost network), in un articolo del 1 dicembre 2010 apparso su “Eco dalla città”.

 

31) Pellegrino R. in Perugia civica

 

32) ISDE Forlì ed altri in “Osservazioni al piano provinciale di gestione dei rifiuti della provincia di Forlì-Cesena”

 

38) Baronti E. in “No inceneritori” 14 marzo 2008 pag. 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLOSSARIO

 

 

 

AEEG: Autorità per l’energia elettrica ed il gas

ARPA:  Agenzia regionale per la protezione ambientale (ente di emanazione statale)

CDR o ecoballe: combustibile derivato dai rifiuti (generalmente rifiuti solidi urbani) dai quali sono stati eliminati i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione umida (materia organica)

CER: Catalogo europeo dei rifiuti

CNR – Consiglio nazionale delle ricerche:  è l'ente pubblico nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale dell'Italia. Il CNR è sottoposto alla vigilanza del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Diossina: veleno molto tossico

Emivita: il tempo necessario per ridurre del 50% la quantità di diossina all’interno del nostro corpo in condizioni di assenza di ulteriori assunzioni; tale tempo corrisponde a 7 anni.

Epidemiologia: branca della medicina che studia la diffusione delle malattie su un dato territorio al fine di individuare i fattori di rischio

Eziologico: che è causa della malattia

GDO: grande distribuzione organizzata (super ed ipermercati)

GSE: Gestore servizio elettrico

Inceneritore: impianto principalmente utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti mediante un processo di combustione ad alta temperatura (incenerimento)

IPA: idrocarburi policiclici aromatici

ISS: Istituto superiore di sanità

ISDE: International society of doctors for the environment; società internazionale dei medici per l’ambiente

Linfoma: tumore maligno delle ghiandole linfatiche

LNH: linfomi non Hodgkin

Microgrammo: 1 milionesimo di grammo. Simbolo: mcg oppure ug

Micron: milionesimo di metro

Milligrammo: 1 millesimo di grammo

Nanogrammo: 1 miliardesimo di grammo (ovverosia un millesimo di microgrammo)

Nanometro: 1 miliardesimo di metro (1 milionesimo di millimetro) (simbolo: nm)

Nanopolveri: polveri formate da particelle con diametro inferiore a 1 nanometro

PCDD: ploclorodibenzo-p-diossina

PCDF: dibenzofurano policlorurato (diossina)

Percolato: liquido che trae prevalentemente origine dall'infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi .

Picogrammo: 1 miliardesimo di milligrammo

PM: particulate matter = particolato

PM1: particolato formato da particelle con diametro inferiore a 1 milionesimo di metro

PM2,5: particolato formato da particelle con diametro inferiore a 2,5 milionesimi di metro

PM10: particolato formato da particelle con diametro inferiore a 10 milionesimi di metro

PRGR: piano regionale gestione rifiuti

PTS: polveri totali sospese

RD: raccolta differenziata

RSU: rifiuti solidi urbani

Sarcoma: tumore maligno della pelle

Stabilizzazione: processo che tende a ridurre o ad eliminare la produzione di odori nauseabondi e di percolato dai rifiuti.

Tariffa puntuale: la tariffa puntuale è il metodo che permette di determinare la cifra da pagare pesando esattamente i rifiuti indifferenziati prodotti dalla singola utenza domestica; è quindi chiaro che più di differenzia, più si ricicla, meno si paga.

TCDD: Tetra Cloro Dibenzo para Diossina (una delle varie diossine esistenti)

TEQ: unità di misura che esprime la tossicità di una diossina usando come parametro di riferimento la tossicità della TCDD. Se una sostanza ha quindi un grado di tossicità pari alla metà di quella della TCDD, si può affermare che 1 grammo di questa sostanza ha la stessa tossicità equivalente di mezzo grammo di TCDD.

Termovalorizzatore: inceneritore con recupero energetico

TMB: trattamento meccanico biologico

U.E.: Unione europea

UFP: ultra fine particle. Sinonimo di nano polveri

VAS: valutazione ambientale strategica

VIA: valutazione impatto ambientale

VIS: valutazione impatto sanitario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

Pag. 01: Introduzione

Pag. 03: Aspetto legislativo – ambito generico

Pag. 07: Aspetto legislativo – ambito specifico

Pag. 11: Aspetto medico

Pag. 15: Aspetto compensativo

Pag. 16: Aspetto emergenziale

Pag. 17: Aspetto energetico

Pag. 18: Aspetto economico

Pag. 24: Aspetto locale

Pag. 28: Bibliografia

Pag. 30: Glossario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Alessandro Chiari

Inserito domenica 13 marzo 2011


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