23/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Exodus
Che tristezza non sentire alzarsi la protesta se non contro i deboli

     
“Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte”.
Queste parole descrivono la marcia del popolo ebraico verso la libertà dalla schiavitù d' Egitto.
Tale marcia comunemente chiamiamo esodo biblico, evento “miracolosamente” sostenuto da Dio che se ne fa garante e guida. La festa ebraica  della  Pasqua (Pesach= passaggio ) celebra questo evento. 

Con la stessa espressione: esodo biblico,  il ministro degli Interni Maroni aveva preannunciato gli sbarchi di migranti e esuli sulle coste di Lampedusa già diversi mesi fa, e il tam tam dell'informazione ha continuato giorno dopo giorno ad amplificare questa profezia funesta, come se il vento di libertà che ha soffiato e soffia sul mondo arabo – in Maghreb e oltre – fosse da paventare per gli effetti “biblici” sulla nostra traballante vita democratica. A Lampedusa sono sbarcati in molti, è vero, ma se per catastrofe biblica evochiamo le piaghe di Israele, di catastrofico qui da noi c'è stata certamente  l'insipienza e la colpevole indifferenza del Governo ai destini di chi, sfuggendo alla guerra e alla miseria e affrontando il mare in gusci di noce, è riuscito “miracolosamente” ad approdare sulle nostre coste, per essere trattato da reietto, da problema, da arma puntata contro i cittadini e le cittadine che negli stessi giorni stavano festeggiando il Risorgimento nazionale, probabilmente anche a Lampedusa. E che tristezza vedere quegli stessi cittadini gridare contro la folla di disgraziati, che si tengono ammucchiati senza criterio e pietà, in un'isola che è poco più di uno scoglio sul mare, per farne una mina innescata da far esplodere – se ce ne sarà bisogno – in vista delle prossime elezioni, da chi dovrebbe garantire anche a loro i diritti di democrazia e civiltà che rivendica per sé e per i propri sodali. E che tristezza vedere le donne – montate dai media e dalla propaganda di regime come la panna  o, per dirla in modo più efficace, come una oscura marea che dal ventre profondo  degli abissi s'alza, copre e trascina ogni baluardo di buon senso e civile convivenza – gridare la paura per la propria famiglia: vestali manipolate del focolare a cui negano l'accesso ai figli di altre madri, ad altre madri con figli, come loro. E che tristezza non sentire alzarsi la protesta se non contro i deboli, mentre ai veri responsabili si lascia l'accesso alla comunicazione e non si chiede il conto di quanto sta succedendo e/o è già successo. Che tristezza vedere tanti/e giovani che affrontano coraggiosamente la sfida di un periglioso futuro, trattati/e come la “monnezza” di Napoli: buoni/e per farci propaganda politica; oggi a Lampedusa, domani a Manduria, domani l'altro...chissà, affidati/e al buo cuore di questo o quel territorio, come se la carta dei Diritti Umani non fosse mai stata scritta e sottoscritta.
Io ho esposto il tricolore, il giorno 17 marzo scorso, in nome del diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, non in nome di un asfittico nazionalismo di comodo e tanto meno di un egoismo di bottega che non ha mai pagato nella storia, né in termini di presente né di futuro.
 “Föra di bal”, ha commentato la situazione Umberto Bossi, ministro della Repubblica nata dalla Resistenza; se per “bal” intendeva il suo compagno di partito con il cognome omonimo, nello slang padano, ebbene, una volta tanto sono d'accordo con lui.



Silvana Sonno

Inserito mercoledì 30 marzo 2011


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