16/02/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Novembre è un mese freddo
Il 4 novembre ho trovato in piazza della Repubblica i carri armati

Giorno 4 Novembre. Giornata di sole. Si avvicina l’estate di S. Martino, “l’estate fredda dei morti”, come la chiama Pascoli, evocando dolorosamente nella  suggestione della poesia la celebrazione dei defunti, non adulterata dalla danza delle zucche celtiche.

4 Novembre. Fine della prima guerra mondiale, la Grande Guerra. Grande soprattutto per l’immane inusuale strage di vite e territori, che le moderne tecniche belliche hanno trionfalmente permesso.
Piazza della Repubblica a Perugia: le bancarelle  della  tradizionale fiera dei morti (ancora Loro!) appena dismesse, dopo avere a loro volta preso il posto degli espositori di Umbria Chocolate, il festival delle cioccolate e dello strapaese, che da diversi anni richiama nella nostra città frotte di turisti in vena di trasgressioni alimentari (tanto, come al solito, la dieta comincerà domani) e disimpegno. Da diverso tempo,ormai, il “salotto buono” della città (corso Vannucci e le piazze che raccorda) è diventato la vetrina degli eventi, commerciali e non  (si pensi anche ad Umbria jazz ), e non c’è stagione che il/la viandante – turista o indigeno/a -  non debba fare lo slalom tra  ingombri di merci di vario genere. Con quanta soddisfazione non saprei dire, io posso parlare solo per me o, meglio, potrei azzardare un giudizio personale, se pensassi di colmare un qualche vuoto d’interesse, cosa che non credo. Quello che invece mi interessa qui raccontare è che il giorno 4 Novembre scorso ho trovato in piazza della Repubblica i carri armati.

L’Ungheria del ’56, la primavera di Praga, i colonnelli greci, il Cile, il Nicaragua …. rapidi flash si affacciano confusamente alla memoria, immagini d’altri tempi e altri luoghi, brividi dimenticati percorrono le tempie e la schiena. Che succede? Che è successo?.
Niente paura, è il  4 novembre e “qualcuno” ha deciso che occorre celebrare questa data – a cui peraltro è dedicata la piazza principale di Perugia - non più come fine di una sciagurata tragedia, ma come un evento glorioso da ricordare e santificare. Macchine da guerra in bella mostra  e soldati/e sorridenti e tirati/e a lucido, pronti ad accarezzare i bambini e rispondere alle domande dei bravi cittadini (maschi e femmine) che non paiono stupiti di una presenza così inusuale o, forse, sono ormai così abituati all’avvicendarsi dei “prodotti” del nostro confuso scenario sociale, da non riuscire più a distinguere tra i personaggi delle fiction - dove carabinieri, poliziotti e soldati contendono la posizione a calciatori e veline – e professionisti della guerra in carne ossa e divisa, pronti a partire per ogni dove, in nome dell’Italia. Della patria. Per la Patria.
Tant’è.     

Ritorno a casa un po’ più curva e penso ai morti di Giovanni Pascoli, ai miei lutti personali e al lungo luttuoso elenco delle vittime della guerra. Così lungo che non riesco nemmeno a immaginarmelo dove e come possa essere contenuto, una fila interminabile di nomi e date, ma anche di volti e storie. Cerco tra i miei documenti scolastici da cui non sono riuscita a separarmi, nonostante la pensione, e ritrovo delle vecchie fotocopie di quando cercavo di insegnare che la Storia o la si studia per rendere migliore il presente o è meglio lasciar perdere. Si tratta di testimonianze ritrovate nelle trincee e in tasca ai cadaveri spesso innominati dei più svariati campi di battaglia.
Veneti, pugliesi, siciliani, friulani, sardi, calabresi … Italiani? Certo non nel senso che oggi intendiamo dare a questa parola, piuttosto poveri cristi presi e sbattuti su qualche fronte lontano da casa a contrastare un nemico di altrettanti poveri cristi, altrettanto inconsapevoli e dolenti.
 Per lo più contadini illetterati e disarmati, nonostante la divisa e lo schioppo, davanti all’enormità della tragedia in cui erano stati precipitati.

“Maestà, inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi, che è glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi e i vostri porchi ministri che avete voluto la guerra che in prima linea potevate andarci voi e loro. Ma invece voi e i vostri mascalzoni ministri, restate indietro e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da voi voluta soffrono i poverini la fame! Andateci voi o vigliacchi col vostro corpo a difendere la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti concluderete certamente la pace ad ogni costo”.

 Soldati di leva, come oggi non ci sono più. Tutti professionisti, oggi, i nostri militari; preparati, ben equipaggiati ed istruiti, pronti ad affrontare le odierne “missioni di pace” – ché la guerra, si sa, è brutta e non la vuole nessuno – come esito di una consapevole scelta. Il lavoro è lavoro. Pecunia non olet. E poi la Patria, la Famiglia, Dio …..
Continuo a scartabellare e trovo un libriccino consumato dentro una cartelletta verde contrassegnata dall’etichetta con su scritto conservare con cura. L’avevo dimenticata in fondo ad un cassetto, a riprova che la memoria è un processo e, se il presente non le fa posto, diventa facilmente ricordo e poi sbiadisce. Il libriccino in questione è la lettera ai cappellani militari di Don Lorenzo Milani, intitolata L’obbedienza non è più una virtù. Leggo velocemente  il lungo elenco di guerre “giuste” che lo scomodo prete di Barbiana presenta nella sua argomentazione e arrivo al punto che mi interessa:
…….. Poi siamo al '14. L'Italia aggredì l'Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? Un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?
Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una inutile strage? (l'espressione non è d'un vile obiettore di coscienza ma d'un Papa canonizzato).
Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza cieca, pronta, assoluta  quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo …………………………………………..
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.
Lorenzo Milani sac.

Nei giorni scorsi ho letto una notizia secondo la quale il ministro della difesa La Russa avrebbe deciso che il 4 Novembre è una festa da celebrare come il 25 Aprile e il 2 Giugno e - in autentico spirito di conciliazione – ha appoggiato i compagni – meglio, camerati – di partito (AN) che in un paese del padovano hanno chiesto il licenziamento di alcune insegnanti per non aver portato gli/le studenti alla messa celebrata in occasione della ricorrenza, disobbedienti all’invito del sindaco (UdC) e in controtendenza con l’attuale linea del dialogo portata avanti dal governo. Dialogo in primo luogo tra i vivi e i morti nella certezza che loro, i morti, tacendo acconsentono a diventare i santini della ierofania di turno, e che chi obietta è un imbecille o un imbelle, il che è la stessa cosa, e non merita quindi ascolto e rispetto. Pare che anche la ministra dell’Istruzione Gelmini sia d’accordo nell’introdurre nelle scuole esponenti dell’esercito a fare “lezioni di storia”, in particolare sulla prima guerra mondiale, per rafforzare il percorso identitario dei nostri giovani, minacciato dall’invadente presenza di stranieri che, se stanno a casa nostra, devono tacere e acconsentire (pure loro!) perché l’integrazione mica vuol dire  impedire al tricolore di sventolare dove e quando si vuole ( meglio se benedetto da santa madre chiesa). Ohibò!!
  Mai come in questa fase l’obbedienza è ridiventata una virtù e stiano accorti gli studenti che occupano le scuole e l’Università, i precari, i disoccupati, gli stranieri gli obiettori per costituzione o spirito di sopravvivenza -  maschi e femmine in ugual misura -.
Intanto si sono celebrati anche i caduti di Nassirya con grande sfoggio di gagliardetti e retorica, dichiarati fin da  subito eroi  senza se e senza ma  - nell’intenzione forse di giustificarne le  morti e oscurare le cause del conflitto in cui sono rimasti uccisi - e m’è d’obbligo, per concludere questo malinconico sfogo, ricordare il ben più potente sfogo di Bertolt Brecht testimone d’un’altra oscura fase della follìa umana:
   Beato quel paese che non ha bisogno d’eroi!
  
 



Silvana Sonno


Inserito venerdì 14 novembre 2008


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