23/04/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Luci della città
Riaccendiamo le luci e cerchiamo di capire cosa non va in un posto dove arrivano solo locali per il popolo della notte che aprono quando gli altri chiudono. Questi locali funzionano benissimo anche con le luci spente, così non devono scioperare

                                          LUCI DELLA CITTA'

Con le loro vetrine spente i commercianti ci hanno spedito la cartolina di un'altra città, l'immagine di vie e piazze senza i loro negozi. L'efficacia della protesta è evidente sul piano simbolico perché, questa protesta, ci dice che le chiavi di quello spazio straordinario che è la parte antica di Perugia ce l'hanno loro, i commercianti. Non è proprio così, ma quel che conta è che sembra così. E' come se con l'interruttore della luce avessero fermato la flebo e riaffermato il potere di spegnere la vita degli altri. Risparmiando sulla corrente elettrica hanno raggiunto un risultato non trascurabile. Perfetto, ma ora? Ce l'hanno con il Comune, si presume, e con qualche ragione ma, prima di tutto, c'è da dire che questa è una protesta senza le organizzazioni che dovrebbero rappresentare questa categoria sociale, quindi una iniziativa spontanea e dal programma un po' confuso. Visto così, questo sciopero bianco, sembra l'ultimo grido di un viaggiatore in cammino tra i ghiacci che vede davanti a sé solo il vuoto e che cerca un modo per sopravvivere, ma non si sopravvive facilmente al giorno d'oggi se non si sa dove andare. Girando per queste vie piene di ombre, tra queste edicole buie, sembra di stare in un cimitero. Vogliamo ricordarli i nostri caduti? Qui c'era il bar di Vitalesta, di là il ristorante Trasimeno, e dov'era Falci con i suoi dolcetti mignon? e Veneziano con i tessuti allineati in un introvabile arredo anni trenta, e Servadio dove si doveva necessariamente comprare il primo vestito per la comunione e Catanelli, Salmoiraghi e Faina, con i suoi gioielli, che ha chiuso l'altro ieri? I commercianti perugini hanno lasciato il campo, nell'indifferenza di tutti gli altri, esattamente come i residenti e magari non per le stesse ragioni. Dicono: è la naturale evoluzione del mercato, la modernità. Può darsi, ma perché sopra le insegne dei negozi mettono solo le date antiche e nessuno che si sogni di scrivere "questo negozio è stato fondato l'altro ieri". Dicono che il turn over è il segno di vitalità e non vedono e forse non vogliono vedere quel che c'è sotto questo compra e rivendi forsennato. 
Non tutti ancora, per fortuna, ma per la gran parte i negozi del centro non parlano più alla città. Solo lì a rappresentare solo sé stessi e le grandi catene di distribuzione, i marchi che si vedono in ogni dove. Corso Vannucci e dintorni non è più, con le dovute eccezioni, il luogo della nobile arte del commercio ma solo il posto di lavoro delle commesse. Sono luoghi freddi, come le loro luci, e senza parole. Va bene, ci hanno spento le luci in faccia, ma le loro sono le lampade di un bell'emporio di lusso, un po' all'americana, e noi almeno così le vediamo, queste vetrine, senza sentirle un po' anche nostre.
La protesta dei commercianti ha molte ragioni e va presa per quello che è. Il segno profondo di un disagio che è di tutti perché tutti ormai ci sentiamo stranieri in questa città che ha smarrito il senso della propria storia. Siamo figli di un dio minore che si chiama socialità e di una comunità forte che è scappata lontano che non sappiamo più dove ritrovare.
Ad ascoltare le loro lamentazioni dietro il bancone del negozio, sentiamo di condividere molte frustrazioni, gran parte dei disagi, ma non riusciamo a sentire una solidarietà spontanea, un moto sincero di vicinanza. Il loro disagio non è il nostro stesso disagio, quello di chi questa città la vive e vorrebbe, senza troppe pretese, continuare a viverci, senza scappare, come hanno fatto in tanti. Certo, il negoziante, dietro il proprio bancone lavora e alla fine della giornata deve fare i  conti, com'è giusto e necessario, ma dietro le sue parole non c'è quasi mai il senso della comunità, la curiosità di guardare la città oltre la propria vetrina, l'attenzione verso gli altri, proprio ora che abbiamo bisogno di cambiare le cose, possibilmente insieme. Da dove dobbiamo cominciare? sognano un modello Collestrada poggiato sopra i due colli perugini? in centro non funziona e sarebbe un modello perdente. Allora questa storia del traffico e della Ztl che sembra la causa di ogni male non regge più. Pensano che si possa fare la concorrenza ai supermercati con i parcheggi che in centro non esistono? A lamentarsi per la Ztl ci sono anche quelli che stanno in Corso Vannucci e che hanno fatto i soldi con l'isola pedonale. Figuriamoci.
Adesso c'è chi parla di guerra tra residenti e commercianti, ma questa guerra non scoppia mai, ci si può scommettere, anche perché i commercianti stimano i residenti ma non li amano, mentre i residenti amano i commercianti ma non li stimano. Al massimo, possono tradirsi, i primi con i turisti, i secondi con i supermercati, ma poi tutto si ricompone, secondo le rigide regole del matrimonio d'interesse.
Allora, riaccendiamo le luci e cerchiamo di capire cosa non va in un posto dove arrivano solo pizzerie e locali per il popolo della notte che aprono quando gli altri chiudono, caffè senza caffè, locali virtuali, chioschi entro i condomini dalla categoria merceologica misteriosa, perché in questa città c'è solo un modo per fare i soldi in fretta. Vendere alcolici. Questi locali funzionano benissimo anche con le luci spente, così non devono scioperare.
In un film che è uno dei capolavori della storia del cinema c'è un piccolo vagabondo con la bombetta in testa che arriva in città abbagliato dalle sue luci, si ferma davanti a una vetrina e scopre il sorriso incantevole di una ragazza con lo sguardo perso dentro il negozio. Grazie all'amore di un passante, a questa ragazza, alla fine del film, torna la vista. Qualche volta i commercianti non vedono, come la bella fioraia, ma non tutti i clienti si chiamano Charlot.
                                                                                                                                   renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 2 aprile)



Renzo Massarelli

Inserito mercoledì 6 aprile 2011


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