17/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Il festival dei giornalisti
Prima o poi, in una città come questa, arriva la tramontana

                            

E' sempre molto piacevole correre dietro gli incontri del Festival del giornalismo. Correre si, perché sono molti e a tutte le ore, anche se in questo caso la parola festival un po' stona con il giornalismo se non fosse perché il divismo, dopo l'avvento dei tanti canali televisivi che inseguono il nostro telecomando, ha toccato anche questo nobile mestiere che farlo, dicono, è meglio che lavorare, senza conoscere la fatica che c'è dietro lo scrivere e il fare i giornali. Per questo, qualche volta, sembra più il festival dei giornalisti, la loro passerella, che non del giornalismo, il che non è la stessa cosa.
Il Festival, comunque, si sposa molto bene con Perugia. La città mostra il meglio di sé e il suo centro antico, a vederlo da Corso Vannucci con gli occhi di chi arriva da lontano, è quello che è, e cioè uno scenario splendido, da città ideale, con la via senza auto e le quinte così ben definite e razionali come in un quadro metafisico. Poi ci sono gli studenti che di questo mestiere sentono fortemente il fascino, magari quello più superficiale, e tutte queste ragazze di Scienze della comunicazione che sognano di mettere piede in qualche redazione, e gli altri della scuola di giornalismo di Ponte Felcino che di farlo davvero, questo mestiere, magari da precari per un bel po', hanno diverse possibilità in più. E' vero che Perugia, come tutti i capoluoghi non particolarmente grandi e ricchi, non può contare su strutture editoriali importanti. Non c'è il mercato, dicono, e questo lo capiscono tutti e, quindi, nemmeno una grande tradizione di giornalismo. Vero, però in una regione di antica tradizione orale e di alto grado di analfabetismo, almeno sino agli anni cinquanta, Perugia ha sempre goduto di bravi cronisti del vissuto quotidiano che di questa città, nel corso dei secoli, hanno raccontato proprio tutto, sino a Luigi Bonazzi, alla cui Storia di Perugia, tutti devono far necessariamente ricorso.
Questo Festival del giornalismo è davvero una bella cosa perché, come Umbria Jazz, vive a Perugia in modo del tutto naturale, c'è da poco tempo, ma sembra che ci sia nato. Non è solo il fatto degli studenti, è che questo festival attira la parte più colta e sensibile della città non perché sia, come si dice, un grande evento o perché sia frequentato da persone già viste in televisione e, quindi, popolari, ma perché fa uscire di casa chi si interessa delle cose del mondo e di quelle, non sempre piacevoli, di casa nostra e chi, come si diceva una volta, partecipa e trasmette ad altri la tradizione migliore di una città, che sta nella conoscenza, nella cultura, nel rapporto non provinciale con l'Europa e i popoli di paesi lontani. Esiste ancora questa Perugia, oggi così frustrata di fronte a questioni oziose e a scontri senza molto senso, sul traffico limitato, sulla raccolta differenziata, sulle piccole cose di provincia com'è anche questa polemica sul festival che sarebbe troppo di parte. Hanno fatto anche il conto sulla appartenenza politica dei giornalisti. Pare ci sia poca destra, e questo non va. Chissà quale metro di giudizio usano. Una cosa è certa. A Perugia non sono arrivati i nani e le ballerine e tutta quella compagnia di giro che si riproduce all'ombra delle Tv commerciali, e questo è già un bel risultato.
Il Festival del giornalismo fa bene a Perugia, anche a chi non si interessa, perché apre sulla città orizzonti che spesso non riusciamo a vedere oltre il profilo delle colline e dei monti, dal belvedere dei giardini Carducci. Certo, ci manca sempre qualcosa. Questi festival così preziosi, come sono Umbria Jazz, la Sagra musicale, la stessa Fiera del libro, e le tante manifestazioni culturali che ci toccano così da vicino nel corso dell'anno, ci fanno capire che non basta una città così attraente, almeno per chi la guarda dal corso e un po' meno per chi la scopre dalla superstrada arrivando dalla Toscana. Non abbiamo ancora un auditorium, che aspettiamo da una vita a San Francesco al Prato, o semplicemente una grande sala, oltre quella bellissima dei Notari, che abbiamo perso con la chiusura dei cinema in centro. Così, queste manifestazioni ci scoppiano in mano per colpa di una malattia non rara, quella del successo. Per fortuna abbiamo un albergo di prestigio, proprio in centro, un vero Grand Hotel che in giorni come questi diventa il cuore della città e dei suoi eventi, il quartier generale di un sacco di gente che porta nel mondo il nome di Perugia.
Dovremmo ora contentarci di offrire un palcoscenico, la "location" giusta? Non dovremmo, ma non è solo questo. Perugia deve tornare a parlare oltre i suoi confini consueti, proporsi per quello che è. Una moderna città di settecento anni che non pretende di copiare qualcosa a Parigi o a Barcellona ma di offrire un modello  che meriti di essere guardato e considerato, una delle tante regine della storia dell'Italia dei comuni e non la vecchia capitale di un contado dove si viveva di rendita e che speravamo di aver cancellato dalla nostra memoria.
Quando anche questo festival avrà smontato le tende, e cioè solo domani, dovremo tornare a chiederci cosa hanno visto i nostri ospiti e cos'è che abbiamo dimenticato dietro le pietre nobili di Corso Vannucci. Dietro quelle pietre c'è la nostra decadenza, la marginalità di un'Italia minore che si accoda alla decadenza dell'Italia maggiore, cercando semplicemente di sopravvivere. In questi giorni abbiamo nascosto un po' di polvere sotto il tappeto, ma non possiamo tenercela per troppo tempo. Prima o poi, in una città come questa, arriva la tramontana.
                                                                                                                             renzo.massarelli@alice.it
(per ilo Corriere dell'Umbria, sabato 16 aprile)



Renzo Massarelli

Inserito martedì 19 aprile 2011


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