25/01/2020
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Sul filo della memoria
E’ il tempo della stagione secca. Per resto, va tutto bene [temo di no, purtroppo, mi dico]. Per fortuna, ci sono i palissandri in fiore

[Racconto]

Racconto di primavera sul filo della memoria

“I palissandri in fiore. Bisogna vederli dal vivo per comprenderne la bellezza e l’incanto che possono suscitare in chi percorre le vie di Asmara. Sono alberi dai fiori color lilla e, da febbraio a maggio, donano quel fascino che ammalia chiunque si avvicina a questa città”. E’ questo l’incipit di un articolo di Elisa Kidané riportato sul numero di aprile di Nigrizia, dal titolo ‘I palissandri della terra madre. Ritornando ad Asmara sul filo della memoria’.
Ed Elisa continua scrivendo che “I palissandri in fiore sono stati lo stupore di… Rita Borghi, vissuta in Eritrea per 50 dei sui 73 anni”, proseguendo: “Non mancava lettera nella quale non ne facesse accenno… Non si è mai stancata di raccontare ad ogni stagione, come fosse la prima volta, l’evento dei palissandri in fiore”.
‘loZingarelli2011’, vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli (Zanichelli Editore), alla voce palissandro scrive che si tratta di un ’legno pregiato scuro color violaceo scuro, pesante, ricavato da alberi dell’America meridionale e dell’India orientale, usato per mobili e per lavori fini di ebanisteria’. Il nome deriverebbe da una voce indigena delle Grandi Antille [Guiana probabilmente] attraverso il vocabolo olandese : palissander, per l’appunto. Ma non parla dei suoi fiori. Il palissandro è fornito da varie specie di Papiglionaceae appartenenti ai generi Dalbergia e Pterocarpus. La specie Dalbergia nigra, per esempio, è quella del ‘palissandro d’America o del Brasile’, con alburno biancastro e durame bruno o violetto porporino; la specie D. latifolia è invece il ‘palissandro dell’India o di Giava’, con durame roseo-bruno o porporino-violetto. Il ‘palissandro d’Africa’ [il ‘palissandro del Congo’ è chiamato nel loro idioma wengé] è invece fornito da Pterocarpus erinaceus, che presenta alburno giallo e durame bruno-nerastro.
Un non recente enciclopedia che giace sullo scaffale più in alto della mia modesta biblioteca, alla voce palissandro è piuttosto scarna e poco esplicativa. Sono ricorso allora alla ‘nefasta’ ma utile rete informatica e ho potuto raccogliere altre notizie, sia pur districandomi tra inesattezze, contraddizioni e confusioni descrittive nonché etimologiche. Ma mi piace innanzitutto sottolineare come in lingua inglese il palissandro sia chiamato Rosewood (ed in francese bois de rose: che bel nome!), ‘legno di rosa’, per il suo odore dolciastro molto persistente. La ‘bacchetta di Fleur Delacour è di ‘legno di rosa’, ottenuta dalla pregiatissima qualità del legno del tronco del palissandro! E i babbani usano il legno di palissandro per la costruzione di clarinetti, marimba e xilofoni. E perchè la parola ‘babbano’ nel medesimo dizionario di cui sopra è definita ‘babbeo’, ovvero ‘sciocco, ‘semplicione’?
Anch’io ricordo la bellezza ed i colori dei palissandri, delle jacarande o iacarande [o giacarande], che sui viali di Asmara pure vicino a dove risiedevamo, nella ormai lontana primavera del 1998, arricchivano e coloravano il paesaggio della bella città. Lo dice anche E. Kidané: “Asmara è bella e l’Unesco vorrebbe inserirla nel suo patrimonio artistico, per aver mantenuta intatta l’architettura coloniale”. E aggiunge, con triste dolcezza, che ‘a dar splendore alla città sono i palissandri in fiore’… La fioritura primaverile è infatti un vero e proprio spettacolo della natura: sviluppa molti grappoli apicali costituiti da fiori a trombetta di colore blu intenso tendente al viola.
Ricordo che noi sapevamo il palissandro essere chiamato anche jacaranda, un sinonimo insomma. No, non è vero, ho adesso scoperto. La jacaranda è nota infatti come ‘falso’ palissandro. Pur sempre originaria dell’America meridionale (come e quando sarà arrivata sino ad Asmara? Chi l’avrà qui seminata, i colonialisti italiani o prim’ancora altri ‘artisti botanici’?), la jacaranda, probabilmente ed essenzialmente la specie J. mimosifolia (o ovalifolia), è un albero (più simile alle acacie) dal portamento eretto provvisto di fitta chioma con foglie verde scuro simili alla mimosa dai fiori gialli; la jacaranda appartiene però alla famiglia Bigonaceae. In Brasile, da dove proviene [l’habitat naturale è nelle foreste tra Bahia e Rio de Janeiro], il palissandro era detto jacarandà; ecco così spiegato il ‘bisticcio’ tra palissandro e jacaranda. A noi piace però ancora ricordarli un’unica ‘pianta’ con fiori stupendi assai simili tra loro: chissà poi se i palissandri dell’Asmara sono tutti veri palissandri o non sono invece falsi palissandri e quindi jacarande?
A fine gennaio siamo saliti in città, io e Giovanna, a Perugia, per una visita al ‘mercatino dell’usato e del collezionismo’. Mi sono imbattuto in una bancarella di ‘vecchi libri’ e bene in vista ho notato una ‘vecchia rivista’: ‘AFRICA ORIENTALE. Pubblicazione mensile dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana’. Era un numero doppio, il 9 e 10, riferito ai mesi di luglio ed agosto del 1939. Tutta la rivista era dedicata al ‘Cinquantenario eritreo’. Non posso e non voglio riportare, anche riassumendoli, gli editoriali della Rivista in questione perché veramente ‘discutibili’, per usare un eufemismo (il libro ‘Tempo di uccidere’ di Ennio Flaiano è un capolavoro difficile da ‘digerire’ ma utile per comprendere e vedere, oggi, con ‘occhi diversi’ quanto successe); ne voglio solo estrarre quegli spunti, quelle note, quelle osservazioni che meglio possano fra risaltare la bellezza di quei luoghi (grazie anche all’impegno italiano, al di là del ‘bene  del male’, per citare la Cavani o prim’ancora Nietzsche) e con essi i ricordi del mio breve periodo colà vissuto e cui ancora sono legato.

‘Eritrea: origine e fondamento dell’impero’, ‘Le fedelissime truppe eritree’, ‘Città eritree’ (qui alcune foto in bianco e nero di alcuni edifici di Asmara, creazioni della scuola architettonica del Piacentini, sono davvero belle), ‘La nuova Asmara’ (con foto riguardanti la salita e le fonti di Gheza-Bonda, l’albergo Hamasien , la chiesa Copta e il minareto della nuova moschea, la cattedrale cattolica, il Cinema Impero, il teatro del dopolavoro, il mercato delle granaglie, ed altro ancora, sono tutte meraviglie che in buona parte tuttora esistono, anche se molte bistrattate e lasciate all’incuria), ‘Il bassopiano orientale’ (con le immagini di una Massaua allora splendida), ‘Porti e vie di comunicazione dal Mar Rosso al Tigrai’, le ‘Produzioni eritree’, e via discorrendo, sono tutti articoli che andrebbero letti con le dovute cautele. Ma leggete queste righe iniziali dell’articolo riguardante ‘Il problema idrico in Eritrea’: “… L’acqua, questo elemento essenzialissimo per la vita, gli indigeni la prendevano ovunque affiorasse… Unica fatica da parte dei paesani, lo scavo dei pozzi nel letto dei torrenti, quando e dove le acque superficiali cassavano di scorrere, … Coi loro villaggi appollaiati sulle cime delle colline e dei monti, spettava alle donne trasportare l’acqua occorrente per bere dalla sottostante valle, a mezzo di orci di terracotta, da loro stesse confezionati, o di recipienti di fibre vegetali fittamente intessute e rese impermeabili da intonaci diversi, o in otri di pelle conciata, a seconda delle varie regioni ed usanze. Qualche volta per il trasporto a maggiori distanze usavansi e usansi ancora asinelli e cammelli, coi soliti otri, racchiusi in reti di fibra vegetale o someggiati”. L’articolo sulle ‘Opere pubbliche nella vecchia e nuova Eritrea’ mostra foto di edifici del tutto suggestive. Il numero della Rivista si conclude infine con un reportage da ‘Le Isole Dahlak del Mar Rosso’ (bellissime, come il mare stesso, ed una della cause, sembra, dei conflitti che ancora attanagliano questo piccolo splendido paese e questo popolo che non si merita l’attuale prepotenza e tirannia di un Presidente, già ‘carismatico’ leader del Fronte di Liberazione, liberazione dal dominio etiopie che il 24 maggio dell’anno in corso celebrerà il suo quarantennale). La foto dei contrafforti del Monte Alagi (più noto a tutti come ‘Amba Alagi’) chiudono il numero. La retorica la ignoriamo ed invece ci rilassiamo con le parole di Elisa Kidané, che non si evince se le emozioni siano vissute da ella stessa o dalla missionaria comboniana Rita Borghi (ma potrebbe essere chiunque, io per primo), giunta all’Asmara, posta ad oltre 2000 m slm: “Ed eccomi, finalmente, a casa, dopo anni di assenza. Ed eccoli i palissandri – è giusto il tempo della loro fioritura -, assieme al cielo terso e al sole gentile  che da sempre regalano sensazioni difficili da raccontare. Rieccomi ad assaporare le indescrivibili sensazioni che la nostalgia della propria terra madre riesce a mantenere sempre vive e genuine, e a sfogliare il libro della memoria per riandare a rovistare nelle reminiscenze più recondite e ritrovare quei sapori, quegli odori, quei colori inconfondibili e unici”.

A fine febbraio scorso ho ricevuto una lettera dall’Eritrea, speditami il 14 febbraio da Habtom, un nostro studente nell’anno accademico 1997-98 all’Università di Asmara. Mi aveva già scritto un paio di mesi prima, a distanza di dozzina d’anni da quell’esperienza. Gli risposi subito, e ne è stato felice. Nella mia lettera allegai alcune foto e gli raccontai. In questa sua ultima inizia dispiacendosi della morte del Professor Silvio Pampiglione, da lui definito ‘grande e prezioso uomo’ per il suo ‘smisurato impegno per contribuire alla conquista della salute’ e ‘per cambiare in meglio questo mondo ’.
A me si rivolge con alcune parole che mi toccano ancora; le traduco ‘liberamente’ dall’inglese, lingua con la quale comunicammo e comunichiamo: “Mio caro e amatissimo professor Daniele Crotti desidero ringraziarti per la lettera con le foto che mi hai inviato. E’ per me un piacere avere queste foto che mi ricordano il mio memorabile insegnante. E ti voglio anche ed ancora ringraziare per avermi messo al corrente della scomparsa del Prof. Silvio Pampiglione. Mio caro e rispettoso prof. Daniele Crotti, il mio primo figlio Hanni ha compiuto gli 11 anni di studi e sta ultimando la scuola secondaria che finirà il prossimo anno per poi preparare gli esami per entrare all’Università. Io lavoro attivamente nell’Ospedale di Mendeferà, come tecnico di laboratorio. Se verrai in Eritrea, ti prego di non mancare di venire a trovare me e la mia famiglia. Prof. Daniele, ora ti racconto cosa fanno i miei colleghi, allora tuoi studenti: Rastom, Tekest, Erimias lavorano ad Asmara, Yonas ad Assab, Yemane e Semere a Keren, Saba è sposata e vive ad Asmara”. E termina con i saluti consueti.
I ricordi commuovono, danno piacere, fanno ripensare e ricordare. E’ bello.
E allora, con i meravigliosi sicomori, l’albero simbolo dell’Eritrea, e con i palissandri e con le jacarande che in questo periodo saranno in fiore sia ad Asmara che nelle altre cittadine, torno indietro nel tempo, mi immedesimo in altra persona e «ripercorro le strade della mia infanzia. Asmara oggi assomiglia a una signora avanti con gli anni: dignitosa ma incapace di nascondere l’impronta del tempo che passa inesorabile. Ha l’aspetto di una cittadina in declino. Appare anemica. Probabilmente soffre per l’emorragia causata dalla perdita di figli giovani che se ne vanno altrove. Ripercorro le vie che un tempo mi parevano lunghe e ampie, ma che ora hanno assunto la loro dimensione normale. Ritrovo gli stessi negozi e le stesse insegne. Qualcuno ha fatto lo sforzo di tradurre qualche nome in tigrino o in inglese. Altrimenti, ecco ancora ‘Bar Zilli’, ‘Bar Torino’, ‘Cinema Roma’. Intatta pure, presso il chiosco ‘Stella del Sud’, la scalinata dai gradini bassi e ampi che noi ragazze avevamo denominato, per il modo strano di incedere di chi vi passava, “la scala degli zoppi” ». Io ripenso al bar ‘Tre stelle’; come era buono il caffè espresso in quel piccolo esercizio, dove la mattina gli anziani, nella piccola e buia sala accanto a quella luminosa dell’ingresso, giocavano a boccette su un vecchio e non proprio perfetto biliardo chissà da quanto tempo qui collocato!
«Ho visto altre città dell’Africa: caotiche, chiassose, coloratissime… Asmara, no. Qui tutto pare avvolto da una fine coltre di polvere. Mi assicurano: “E’ il tempo della stagione secca. Per resto, va tutto bene [temo di no, purtroppo, mi dico]”. Per fortuna, ci sono i palissandri in fiore».

aprile 2011



Daniele Crotti

Inserito martedì 19 aprile 2011


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