19/01/2020
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Maggio con i/le foglie/i fluttuanti
Con un racconto di anonimo e La quiete dopo la tempesta di Leopardi


Cari e gentili lettori, amici,

giorni addietro ho ricevuto da Franco, il 'fiòlo', un caro amico, questo 'racconto reale e surreale', veritiero e fantasioso, inviatomi, e lo ringrazio, fors'anche perché appena rientrato da una degenza forzata di 2 giorni in una struttura ospedaliera. Mi fa piacere condividerlo con voi, come premessa alle pagine delle/i 'foglie/i fluttuanti'

 FFPOP maggio 2011.pdf

che aprono, dopo l'inaspettata ultima caduta in questo aprile bizzarro, il mese di maggio, così ricco di fatti, storie, allegorie, ricordi, e altro ancora..., leggetelo...

Il muro bianco


Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la medesima stanza d'ospedale. Ad uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo doveva restare sempre sdraiato. 


I due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli, delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra. L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza.

Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena. In un caldo pomeriggio l'uomo della finestra descrisse una parata che stava passando. Sebbene l'altro uomo non potesse vedere la banda, poteva sentirla. Con gli occhi della sua mente così come l'uomo dalla finestra gliela descriveva.


Passarono i giorni e le settimane.

Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.
Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.

Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra
vicino al letto. Essa si affacciava su un muro bianco.
L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.
L'infermiera rispose che l'uomo era cieco e non poteva
nemmeno vedere il muro. 'Forse, voleva farle coraggio…' disse.

                                                                                                                                   

Anonimo

 

Vanni, il caro Vanni, mi ha invece, più o meno tacitamente, spinto a presentare queste/i 'foglie/i volanti' con una poesia di Giacomo Leopardi, così ricco ed ancora attuale, seppure...

 

 

La quiete dopo la tempesta


[Recanati, settembre 1829]

 

Passata è la tempesta:

odo augelli far festa, e la gallina,

tornata in su la via,

che ripete il suo verso. Ecco il sereno

rompe là da ponente, alla montagna;

sgombrasi la campagna,

e chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

risorge il romorio

torna il lavoro usato.

L’artigiano a mirar l’umido cielo,

con l’opra in man, cantando,

fassi in su l’uscio; a prova

vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

della novella piova;

e l’erbaiuol rinnova

di sentiero in sentiero

il grido giornaliero.

Ecco il sol che ritorna, ecco sorride

per li poggi e le ville. Apre i balconi,

apre terrazzi e logge la famiglia:

e, dalla via corrente, odi lontano

tintinnio di sonagli; il carro stride

del passegger che il suo cammin ripiglia.

 


Si rallegra ogni core.

Sí dolce, sí gradita

quand’è, com’or, la vita?

quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

o torna  all’opre? o cosa nova imprende?


quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita abborria;

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr, vedendo

mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

 


O natura cortese,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

è diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

prole cara agli eterni! assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor: beata

se te d’ogni dolor morte risana.

 


                                        Giacomo Leopardi



Daniele Crotti

Inserito martedì 26 aprile 2011


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