18/01/2020
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Il caso Salgàri: a 100 anni dalla sua morte
Un autore che suo e nostro malgrado ci ha fatto sognare e ci ha fatto conoscere anzitempo dei mondi altri dal nostro


Se vi recate a Negrar, poco prima dell’inizio del paese, sulla vostra sinistra venendo da Verona per andare verso i Monti Lessini, trovate l’indicazione della Cantina Sociale di Negrar. Seguite la stradina per alcune decine di metri e vi troverete di fronte la Cantina Salgàri. Qui, accanto ad un buon bicchiere di Valpolicella, magari ‘superiore’, potrete tornare indietro nel tempo…
Fine anni cinquanta – inizio anni sessanta. I tempi della Scuola Media. In classe ci si era divisi in due gruppi, i Salgariani ed i Verniani. Io ero uno del primo gruppo; nome di battaglia: Kammamuri, il fedele servitore di Tremal Naik (Fabio, il mio compagno di banco si era scelto questo come suo personaggio). C’erano poi i vari Sandokan, Yanez, e così via…
Quest’anno ricorre il centenario della morte dello scrittore Emilio Salgàri, che solo da pochi anni ho appreso si debba pronunciare così, con l’accento sulla seconda ‘a’ (i pronipoti che gestiscono la cantina e un piccolo museo degli scritti e disegni del loro famoso antenato me lo hanno rimarcato).
‘Ci si è chiesti perché Emilio Salgàri (1862 – 1911) abbia scritto romanzi d’avventura (chi lo ha  soprannominato Emilio d’Africa, in quanto nel continente africano ha ambientato almeno una ventina di romanzi), anziché fiabe, storie di paure-horror o di indagini poliziesche. Una delle ragioni principali va sicuramente ricercata nell’influenza esercitata sul giovane scrittore (che da ragazzo giocava nei rii, nei fossi e nei boschi che circondavano il suo paese natio, immaginando fiumi e foreste esotiche…) dai romanzi avventurosi diffusi  all’epoca in Europa, dai resoconti di viaggio e dagli stimoli che gli venivano proprio dalla sua città natale, base di partenza verso l’Africa di esploratori, militari e missionari’. Così scrive Claudio Gallo nel bell’articolo pubblicato sul numero di aprile di Nigrizia. E continua scrivendo che ‘Nella seconda metà dell’Ottocento, Verona, per ragioni indecifrabile, che forse originano dal vescovo ‘moro’ San Zeno, patrono della città, guardava all’Africa, e, in particolare, al Sudan. Il mondo religioso per spirito di missione, il mondo laico per desiderio di conoscenza, quello militare per ambizione di conquista, e quello letterario per vocazione all’avventura (siamo nel secolo dei vari Verne, Conrad, Poe, Melville…), aprirono una porta verso il cuore dell’Africa Nera, ove si favoleggiava che tra i mitici Monti della Luna si potessero rintracciare le misteriose origini del Nilo’.
‘Il giovane Salgàri conosceva tutto questo ed era affascinato dalle gesta di Angelo Vinco, Daniele Comboni, Giovanni Beltrame, Stanislao Carcereri, missionari ed esploratori veronesi, ma anche di Bartolomeo Messedaglia “Bey”, anch’egli veronese, primo governatore del Darfur (altra la storia d’oggi di questo ‘Paese’, dico io)’. Nell’articolo vengono citati anche Giuseppe Fabrello di Bardolino, di Giacomo Bove che si recò in Congo per conto della Società Geografica, di Andrea Fraccaroli e Diomede Roi, che morirono in Africa di malattia (mi vien spontaneo ipotizzare di malaria), di Girolamo Gottardi, ufficiale medico, perito nel massacro di una spedizione, e altri ancora. Continua Gallo nel suo articolo: ‘Lo scrittore veronese (di fatto di Negrar, va sottolineato, ma questo lo sottolinea lo scrivente) era attratto da questo mondo che amava dipingere nei suoi scritti. Politicamente moderato, antifrancese, ammiratore della monarchia costituzionale inglese, avversario dell’autocrazia russa, guardava con favore a una presenza italiana nel continente nero. Ma era uno scrittore e, soprattutto dalla battaglia di Dogali (1887) in poi (vi rammento che se scendete da Asmara a Massaua non potete non fermarvi a Dogali ove la storia racconta di quella ‘forsennata’ battaglia...), le sue opere espressero… un’originale poetica, diversa, altra, in cui l’incontro, la conoscenza della cultura africana e di quella orientale erano elementi caratterizzanti i suoi testi. Per un uomo dell’Ottocento era una posizione coraggiosa e moderna. Inoltre, la figura dell’eroe di Salgàri, fondamentale nel genere avventuroso, non faceva riferimento esclusivo al mondo occidentale imperante: i suoi protagonisti, infatti, sono indifferentemente uomini e donne, europei e nativi, tutti uniti dal coraggio, dalla lealtà, dalla solidarietà di chi combatte l’ingiustizia e l’oppressione’.
Beh, tutto questo è proprio bello.
Leggo testualmente su Nigrizia: ‘Quest’anno ricorre il centenario della tragica morte di Emilio Salgàri… Narratore di avventure, creatore di personaggi immortali,… , ambientò le sue straordinarie storie in tutti i continenti. Ma l’Africa,…, occupò e occupa un posto importante nella sua opera… Salgàri è lo scrittore del’avventura romantica che esige spazi immensi in una natura incontaminata, di cui è necessario impadronirsi scientificamente, secondo i criteri del Positivismo, di cui egli era un cantore… Egli offrì un’originale immagine dell’Africa che affascinò – e affascina – intere generazioni di lettori’.

Ho a casa, nella biblioteca di Marco, una decina di volumi in edizione integrale (Newton Editore) dello scrittore (la sua bibliografia consta, a partire dal 1883 sino al 1910 di oltre 80 romanzi, tra cui ’La favorita del Mahdi’, ‘Le tigri di Mompracem’, ‘I pirati della Malesia, ‘I drammi della schiavitù’, ‘Le stragi delle Filippine’, ‘La Costa d’Avorio’, ‘Il Corsaro Nero’, ‘La regina dei Caraibi’, ‘La giraffa bianca’, ‘Le pantere di Algeri’, ‘Le figlie dei Faraoni’, ‘Capitan Tempesta’, ‘Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, ‘Sandokan alla riscossa’, ‘ I predoni del Sahara’, ‘Il leone di Damasco’; ma ci sono anche tante opere postume, tra cui ‘La rivincita di Yanez’, ‘I briganti del Riff’, ‘I cacciatori di foche’, e altri ancora, noti e meno noti). Ne ho preso uno, a caso, e ho letto della sua vita e delle sue opere. Il curatore del volume parla del ‘Caso Salgàri’. E dice che:
‘Ci sono due verità su Emilio Salgàri. Da una parte, è un nome rimosso, che non si incontra mai, o quasi mai, nelle storie letterarie ufficiali; dall’altra, è un nome conosciuto, indipendentemente dal livello di cultura e dalle fasce d’età dei lettori, un nome conosciuto e anzi popolare, che è entrato, come pochi altri, nell’immaginario collettivo. In alcune fasi, il salgarismo ha assunto le proporzioni di un fenomeno sociale: e ci sono stati cultori e collezionisti salgariani, come – il paragone può indurre al sorriso – esiste una famiglia ideale di esteti stendhaliani’.
Tornando al mensile dei comboniani: ‘Che cosa,… , Salgàri vuole trasmettere dell’Africa? L’avventura e l’azione, la caccia, l’esplorazione, la conoscenza del territorio, la schiavitù, il deserto, l’amore, il seducente mondo arabo – così strettamente intrecciati tra di loro da rendere difficile una netta distinzione – sono temi ricorrenti nei romanzi ambientati in quelle affascinanti terre’. E ancora, citando due delle sue più importanti sue opere (peraltro penso meno note), ovvero ‘La Favorita del Mahdi’ (del 1887) e ‘I predoni del gran deserto’ (un romanzo breve pubblicato nel 1911, anno del suo suicidio), l’articolo di Gallo sottolinea che ‘Sono due opere che testimoniano come il popolare scrittore sia stato interprete dell’incontro tra culture diverse e mondi lontani. La possibilità della comprensione e dell’accettazione della diversità, dell’adesione al modo di vivere orientale, che in questo contesto africano si affaccia con grande forza, fanno di Salgàri il sincero cantore dell’esotismo in Italia’.
Non sono in grado di trascrivere nulla di personale sul ‘caso Salgàri’. E’ tanto tempo che non ho letto più nulla di questo scrittore (per ragazzi? Perché pensate sia facile raccontare ai ragazzi?), né ricordo che pochi momenti tra cui quello citato all’inizio. Però tra un ricorrenza e l’altra, mi piace non dimenticare anche questa, di un autore che suo e nostro malgrado ci ha fatto sognare e ci ha fatto conoscere anzitempo dei mondi altri dal nostro, e in modo tutt’altro che banale e sciocco. Saperlo leggere e saperlo interpretare, non lo si può allora di troppo allontanare dai suoi ‘riferimenti letterari’ d’allora, che sono ‘Gordon Pym’ di Poe, ‘Benito Cereno’ di Melville, ‘Le Chancellor’ di Verne, ‘Cuore di tenebra’ di Conrad, col quale il nostro Salgàri fu sodale e vicinissimo ‘alle sue inquietudini’. E non è poca cosa…



Daniele Crotti


Inserito mercoledì 27 aprile 2011


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