24/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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L'ultima bandiera rossa
La valle della cultura operaia, dove è riapparsa l'ultima bandiera rossa, si ferma al varco di Ferentillo. Dopo c'è la Valnerina del moderatismo cattolico. Il Pd doveva ricucire questa frattura simbolica e andare oltre


Uno di questi giorni la tolgono, o forse l'hanno già fatto. Per saperlo, si deve andare in Valnerina, da Papigno sino a Ferentillo, e guardare uno sperone di montagna molto ripido chiamato Penna di Cocchi, non lontano dalla Cascata delle Marmore, davanti alla catena del Terminillo alle prese con l'ultima neve. Non è facile notarla, troppo in alto è questo picco pieno di lecci. In fondo, la vede solo chi sa che c'è e forse è per questo che è lì a parlare a una  comunità che a quel simbolo, generazione dopo generazione, tiene molto, dal primo maggio del 1943.
Per vederla liberare i suoi dodici metri di lunghezza, alta in cima a un palo, occorre aspettare il vento, che lassù, a seicento metri, si fa sentire spesso. La bandiera rossa della Valnerina, portata così in alto e con non poca fatica dai nipoti dei vecchi partigiani di Collestatte non vuole saperne di andare in pensione. Torna sempre, ogni primo maggio, a ricordare  questa festa colpita a morte e cancellata dal calendario nel ventennio di Mussolini. La sua apparizione, in quella lontana primavera, con quel colore che in se è già un grido di protesta, in una valle dove molto diffuso era il movimento della Resistenza, rappresentò una sfida al regime fascista e una speranza quando era così difficile poterla coltivare.
Che sia nata li, quella bandiera, rossa e basta, e il primo di maggio, non è un caso. La Valnerina che vede nascere la fabbrica del carburo di calcio prima a Collestatte e poi a Papigno e le sue centrali elettriche che alimenteranno i grandi impianti siderurgici, è stata la culla della cultura industriale ternana. Tutto nasce tra quelle montagne scoscese, nella valle angusta di un fiume che si fa largo a fatica tra le rocce calcaree della grande cascata e che non aspetta altro che potersi liberare nella più vasta pianura ternana. La forza dell'acqua, la sua energia, trasforma alla fine dell'Ottocento una piccola città artigianale e di piccoli opifici in una delle capitali dell'acciaio, del nascente movimento operaio italiano e, alla fine, del Novecento, così come l'abbiamo conosciuto. Quella bandiera rossa che non era un simbolo di partito ma la voce di una nuova classe sociale che si stava liberando, come si diceva allora, dalle sue catene, non poteva che sventolare lì, nel crogiolo dei mille saperi nati all'ombra delle ciminiere. Questa lunga vicenda non produce più speranze e bandiere rosse, il Novecento così breve e così pesante come i suoi metalli è ormai nei libri di storia. Il Duemila ha coinciso con la fine di cento anni di grande sviluppo nel corso dei quali si è consumata la grande avventura di una città che aveva creduto di poter restare uguale a se stessa e diversa dalle altre  per cento anni ancora.
Adesso che siamo già pienamente nel nuovo secolo si possono vedere tutte le difficoltà che ha incontrato Terni nella ricerca di una nuova identità sociale e produttiva. E' mancata una memoria critica della storia del Novecento. La città è vissuta dentro una frustrazione paralizzante, un ripiegamento che ha fatto sbiadire lo spirito pubblico e alla fine persino l'orgoglio di stare nel mondo, come succedeva quando dai cancelli della fabbrica uscivano i manufatti destinati alla Cina o all'India. Ci si è illusi che il nuovo fosse dietro l'angolo, facilmente raggiungibile, magari saltando il tradizione ciclo industriale, le sue ragioni e le tante ricchezze ed esperienze culturali sedimentate nel tempo. Il grande balzo verso la nuova frontiera non c'è stato. Gli investimenti pubblici nei settori più avanzati della produzione multimediale e dell'elettronica hanno prodotto bellissime cattedrali vuote.
Il declino dell'egemonia della classe operaia ha lasciato spazio a una classe media non meno legata alla cultura del passato, debole e priva di forza propulsiva, incapace di proporre progetti per il futuro. Il futuro non ha più un cuore antico a Terni ma quello insapore di tante altre città. Rendita del mattone e piccole commesse pubbliche, ritagliate nei bilanci della sanità e del welfare. Finito il paternalismo assistenziale dell'Iri e delle partecipazioni statali, ora fioriscono soltanto piccole cooperative in attesa delle gare di appalto dove si esercitano, o sperano di farlo prossimamente, esponenti politici che coltivano interessi privati e potere pubblico o altri, perennemente in attesa di garanzie e di nuovi incarichi. Questi appetiti si alimentano all'interno del partito egemone, il Pd. Tutta qui la crisi ternana? può darsi che non sia solo questo, anche se è già abbastanza. Può darsi che la posta sia più alta e che le due componenti che si confrontano scelgano di giocare nel teatro ternano la partita della vita. Quali interessi si vogliono rappresentare e qual è l'orizzonte di una forza autenticamente riformista? Se così fosse, il confronto dovrebbe proporsi di fronte alla città, aprirsi davvero. Ma se così non dovesse andare, allora è meglio che restino chiusi nelle loro stanze ad aspettare qualche sensale che ripiani le controversie.
La valle della cultura operaia, dove è riapparsa l'ultima bandiera rossa, si ferma, com'è noto, all'altezza del varco stretto di Ferentillo. Dopo c'è un'altra Valnerina, quella dei coltivatori diretti e del moderatismo cattolico. Il Pd doveva ricucire questa frattura simbolica e subito dopo andare oltre, camminare verso sentieri nuovi e verdi, com'è in questa stagione la valle del fiume. Se non dovessero riuscirci, allora è meglio che ognuno torni a casa sua. Qualche volta da separati si vive meglio, almeno non si litiga sul tesoro di famiglia. Ammesso che esista.
                                                                                                                                 renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 7 aprile 2011) 
 



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 9 maggio 2011


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