22/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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La Camminata di S. Egidio
Una camminata e tante divagazioni...

La quarta camminata dell’edizione duemilaundici di Attravers…Arna & Sentieri Aperti è alle porte, programmata per il quindici di maggio, che, come saprete, è la giornata dove a Gubbio, da tempo immemore ai più, corrono i Ceri.
Quando mi sveglio, dopo alcuni attimi di stiracchiamenti, guardo l’ora sulla cipolla che è sul comodino: cerco nel semibuio la piccola torcia elettrica, la trovo, la prendo nella mano la cui spalla me lo consente e leggo sei e trenta. Aspetto qualche minuto e poi decido di alzarmi. Scendo a far colazione. Preparo un caffè e accendo il telefonino. Mi accorgo così che sono le cinque e cinquanta e non le sei e cinquanta. Succede. Mi siedo e mi metto a leggere il libro che il giorno avanti ho
iniziato a leggere. Un altro buon libro sulla Nakba palestinese. Lo consiglio: è interessante, importante, emozionante: ‘Non odierò’, di Izzeldin Abuelaish, medico cinquantaseienne a Gaza (Edizione Piemme Voci, Milano, 2011). La Nakba scoppia nel millenovecentoquarantotto (quanti avvenimenti in quell’anno) e a pagina quarantotto leggo. “ Cerco di spiegare ai miei figli che Gaza non è sempre stata una zona di guerra o una prigione. Prima del 1948 Gaza aveva numerose incarnazioni, nessuna delle quali del tutto pacifica e quasi tutte degne di nota. Il primo accenno a Gaza è contenuto nei testi egizi, e si riferisce al regno del faraone Thutmose III, quando Gaza era la principale città della terra di Canaan e l’unico collegamento via terra tra Asia e Africa. Gran parte della storia di Gaza ci è giunta tramite i racconti del Corano, della Bibbia e della Torah. I Filistei giunsero a Canaan attorno al 1180 a. C., durante l’Età del ferro, e fecero di Gaza un noto porto marittimo. La famigerata Dalila, della quale parla la Bibbia, era una di quei Filistei, e Gaza era il luogo dove consegnò Sansone ai suoi nemici. Il nome Palestina deriva dai Filistei che allora controllavano l’area…”.
Continuo questa accattivante lettura. E’ ancora presto. A pagina cinquantanove l’autore scrive :
“Quel primo anno di scuola ebbi una successione di tre diversi insegnanti. Uno sedeva su una sedia e distribuiva i libri di testo perché li leggessimo e un altro ci dava lezioni di musica, cosa che mi piaceva moltissimo. Il terzo era un uomo che si comportava come se in me avesse scoperto uno studioso. Prestava così tanta attenzione a me che alla fine dell’anno mi aveva del tutto convinto, in prima elementare, che avrei potuto imparare tutto quello che volevo e diventare qualsiasi cosa
volessi diventare. Era un uomo straordinario.”
Ecco così che ripenso ai miei maestri delle scuole elementari. Saltai la prima. Essendo nato ai primi di gennaio, i miei genitori pensarono di farmi fare la ‘primina’; anche perché mamma era maestra.
Cosa ricordo? Poco, pochissimo. Evidentemente mamma mi insegnava a casa e ogni tanto frequentavo una classe di prima elementare al Villaggio Snia, nel Comune di Cesano Maderno. Ci si andava con la corriera della Ditta ove papà era impiegato come chimico industriale. In seconda elementare ebbi una maestra. Ho sempre frequentato classi maschili. Di quell’anno ho un solo ricordo. Avevo urgente bisogno di andare al gabinetto. Alzai la mano, ma la maestra non mi diede il
consenso. Successe che non riuscii a trattenermi e me la ‘feci sotto’ (sì, avete capito bene, mi cacai addosso). A quel punto fui obbligato ad andare al ‘cesso’ (c’erano i gabinetti alla turca), anzi fui accompagnato da uno sventurato compagno di classe (forse il capoclasse?) che fu costretto ad aiutarmi a ripulirmi. La cosa non sortì grosso successo. Al rientro per pranzo a casa, nella corriera l’odore di quanto mi era occorso era evidente e venivo additato come la causa di tale ‘profumo di
merda’. Mi sentii morire dalla vergogna. Non ricordo il nome della maestra, ma non la ritenni una buona maestra. Avevo ragione, mi dissero poi. In terza elementare il nostro maestro era quel tal Mascheroni che partecipò e vinse più puntate a ‘Lascia e raddoppia’; ve la ricordate la trasmissione televisiva? Noi la si guardava ogni tanto in una sala comune del villaggio ove abitavo. Sarà stato anche bravo a quel gioco televisivo a quiz (era a quiz? Boh) il maestro Mascheroni, ma in classe era terribile. Regolarmente ti lanciava contro quell’aggeggio, che serviva per cancellare la lavagna dal gesso, senza apparente motivo. Nei casi in cui riteneva uno scolaro vieppiù disattento o disturbatore preferiva lanciargli addosso qualcosa di più pesante: una delle sue scarpe. Forse non ci crederete ma è vero. Lo vedevi che si chinava dabbasso e noi tutti intuivamo cosa stesse per succedere e allora ci si abbassava sotto il banco per paura di essere colpiti (a dire che tutti potevamo essere i colpevoli, evidentemente). In quarta elementare mi pare che il maestro si chiamasse De Biasi o qualcosa del genere. Era folle: ogni giorno individuava un diverso capoclasse cui dava in mano una bacchetta e
che obbligava a punire i ‘cattivi’ colpendoli sulle mani. Folle, non trovate? Per fortuna il maestro Tropiano (o Tropeano?), in quinta, fu proprio bravo, una pasta d’uomo ma molto capace e tutti lo ricordammo a lungo.
Ma eccomi a S. Egidio, per tempo. Preparo e prepariamo i tavoli per la registrazione e per la distribuzione del materiale relativo alla camminata odierna e al tema delle camminate di questa edizione: l’acqua, il bene più prezioso che abbiamo. Recita un fumetto che il buon Mantovani ha
oggi affisso: “Nessuno può cedere queste regioni. – sta parlando un capo tribù ‘pellerossa’ al ‘capitalista’ Paperon de’ Paperoni – Nessuno può vendere l’acqua o l’aria! Tutto appartiene alla potenza leggendaria del Sole ch’è il Dio delle Stagioni!”.
‘Lacus Umber’ è il tema odierno. Sì, perché cammineremo verso il piano la dove tanto tanto tempo fa’ c’era questo ‘lago’… Gianni ha preparato un paio di volantini che ricordano la ‘valle umbra’ nell’antichità e offrono cenni storici a proposito del ‘Lacus Umber’, per l’appunto. “Il paesaggio
della valle umbra ha subito nel corso dei secoli notevoli trasformazioni: un ampio invaso lacustre formato dalle acque del Chiascio, del Topino e del Clitunno, occupava ancora in età storica gran parte della valle sottostante arrivando alle pendici delle alture comprese tra i centri moderni di Trevi, S. Lorenzo, Parrano, Cave, Fiamenga, Capitan Loreto e Rivotorto fino a lambire Torchiagina (Desplanques 1975, pag. 451)”. Prosegue questo volantino che vi vede disegnata anche una sorta di mappa di questa ‘valle umbra’ nella antichità, con i nomi latini di Perusia,
Assisium, Hispellum, Fulginium, a nord-est del Lacus e Vettona, Urvinium hortense e Mevania a sud-est del medesimo. “Il primo intervento di prosciugamento del lago è stato per tradizione attribuito agli etruschi, senza però che vi sia alcun serio fondamento storico; essi avrebbero tagliato la sella di Torgiano permettendo così alle acque ormai stagnati di defluire verso il Tevere.
E’ comunque accertato che già in età romana la gran parte delle acque si era ritirata formando due distinti bacini: quello più settentrionale – il Lacus Umber citato dal poeta Properzio nelle Elegie (IV, 1, 24) – occupava quella parte di pianura compresa tra Assisi, Spello e Bevagna, il secondo – chiamato Lacus Clitorius (Paolo Diacono, Historia Longobardorum II, 16) – si estendeva dalla parte opposta, a sud di Bevagna ed era costituito dalle acque dei fiumi Maroggia, Clitunno e Teverone. L’opera di prosciugamento almeno parziale del lago si può ragionevolmente far risalire al primo periodo repubblicano; ciò si evince dalla avvenuta costruzione della via Flaminia che fu terminata del 220 a. C. e dalla data di fondazione dei municipi romani di Mevania, Forum Flaminnii e Trebiae, tutti sorti nei luoghi in precedenza occupati dalle acque. La pianura era allora ricca di corsi d’acqua e quindi particolarmente adatta all’allevamento e all’agricoltura estensiva. I fiumi, come ci attestano chiaramente le fonti classiche, erano in gran parte navigabili ed assiduamente percorsi da piccole e medie imbarcazioni che trasportavano i prodotti agricoli coltivati nella regione verso Roma e le regioni dell’Italia meridionale.”
Interessante anche il secondo volantino esplicativo sul citato antichissimo lago, in cui vengono forniti i lineamenti geologici dell’area in questione, note su ‘l’uomo e l’acqua’ (sic!), e le ‘acque scomode’. Scomode? Capiamolo (il resto ve lo risparmio al momento): “Questo aspetto del paesaggio idrico in Valle Umbra connota l’evoluzione della distribuzione geografica degli insediamenti e delle vie di comunicazione, con un dipanarsi nel tempo di vicende complesse che vanno dalla primitiva popolazione della valle, alle opere di governo del territorio da parte dei romani, alla sua rinaturalizzazione altomedievale, via via fino all’opera di bonificazione che giunge fino ai giorni nostri. Le condizioni idrologiche dell’area, alla nostra scala temporale, sono determinate da una invariante litologica e da situazioni idropluviometriche caratterizzate
probabilmente da una variabilità non trascurabile anche nei brevi periodi (‘si capisce?’, mi domando). Le aree montane, prevalentemente carsiche hanno sempre dato un modesto contributo al ruscellamento, mentre un’ampia porzione delle pendici collinari e il fondovalle, stante la loro bassa permeabilità hanno sempre facilitato il defluire delle acqua (‘mah’, mi dico). Questa situazione ha portato in passato alla variabile presenza di specchi lacustri e corsi d’acqua divaganti liberamente nel fondovalle…”. E continua… Ma perché ‘scomode’? (non voglio pensare,
ma nulla traspare, alla solita mal’aria…). Chiedo venia: leggo più sopra: “… è evidente quindi che l’acqua è al centro dell’attenzione e dell’attività dell’uomo in tutti i tempi. La ricerca della sua disponibilità e le opere per la sua utilizzazione raggiungono talora livelli di complessità ed efficienza impensabili. Spesso sono state necessarie anche opere per difendersi dall’acqua. Questo elemento infatti si presenta nella duplice veste di acqua vitale, preziosa anzi indispensabile; e di acqua scomoda, da controllare, da cui difendersi, spesso con grande fatica e grandi opere”.
Ma veniamo a noi, dalle otto e trenta o giù di lì in poi. Eccoli: i Paoloni, i Vergoni, i Ricci (anche con moglie), il Ceccarelli (senza figlie?; no, no, eccole lì entrambe anche oggi presenti), i fedeli Giampiero e Fausta, i ‘Vagamondo’, gli Ortica ed i Sepioni, un sacco di Mearelli (seguo in parte la necessaria registrazione: senza biglietto ‘non se magna’!; dice uno: “siamo in tre e non ci fermiamo a pranzo, dobbiamo pagare lo stesso?”; “Certo, la quota vale anche per l’assicurazione”, si risponde
a tono), Palma ma senza Lamberto, una gran cagnara (anche perché un tot di cani), betulin e annabela (senza amayr e mariarosarizzi stavolta), Jacopo (con papà mamma e sorellina), e tanti altri (ne conteremo, tra volti già visti e volti non visti, tra duecentottantacinque e duecentottantanove: ufficialmente risulteranno duecentoquaranta paganti effettivi e ben quarantadue bambini per gli otto asinelli della Valnerina). Via! Giù al laghetto ridipinto di Stoppini (ma ancor prima da un pioppo
sgorga un’acqua che sommerge la penisola: quale simbologia? Indovinatela), sino all’Aeroporto Internazionale dell’Umbria di S. Egidio, già ‘Adamo Giulietti’; ho saputo, con orrore, che vogliono dedicarlo a San Francesco. Ma, mi dico io, non sarebbe più giusto intitolarlo al Pietro Vannucci, che tanto di Madonne ne ha dipinte tante tante, seppur furbetto e ladruncolo (fatevelo dire dalla Belardinelli il perché)?
Il maggio è il mese del ‘maggio’, il mese dei ‘maggi’, il mese del ‘piantamaggio’, ma è anche il mese dei papaveri rossi, delle ginestre gialle, delle rose rosa rosse bianche gialle colorate, dei pioppi
e dei loro fiocchi… Oggi ce ne sono tanti. Sapete cosa mi ha detto una camminatrice? Questo: no, non sono pollini (indubbiamente: i pollini sono microscopici e attenti a non confonderli con uova di elminti ad un esame coproparasitologico!), ma sono pappi, i pappi pelosi, una sorta di rivestimento protettivo dei semi del Populus… Mi corre l’obbligo di controllare la veridicità dell’informazione (preziosa) sul mio dizionario: ‘Pàppo [vc. dotta…]: appendice leggera e piumosa di alcuni frutti e
semi, costituiti da calice persistente.’ Si prosegue e ‘si avvicina la merendina’ e ‘anche Censi magna’, là dove fanno ‘le torte ai Testi’… Scendiamo poi lungo un tratto del Percorso Tevere – Chiascio, sino al canile comunale, costeggiamo lo stagnante Tevere (ma al sole mattutino con aria calda e frizzantina grazie ad un venticello del tutto particolare subentrerà un temporale che sicuramente ravviverà il corso d’acqua del nostro fiume principe), risaliamo, quasi un corri corri verso il merendone, dopo un tre ore di camminata, 10.650 km, 120 metri di dislivello, con pasta al pomodoro con favetta (buona), un paio di fette di coppa (quella di testa: discreta), una fettona di porchetta (non do voto), acqua (purtroppo in bottiglie di plastica) e gradevole sangiovese (e quindi
rosso), una fetta abbondante di torcolo tricolore (con colori sbiaditi però), e … il resto ditelo voi. Vi aspetto e vi aspettiamo il ventinove sempre di maggio a Pilonico Paterno!
 



Daniele Crotti


Inserito lunedì 16 maggio 2011


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