26/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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La scuola ha bisogno di un'altra storia
Lo sfondo: "Con la cultura non si mangia"

MOVIMENTO di COOPERAZIONE EDUCATIVA www.mce-fimem.it

Lo scarso valore che i nostri governanti attribuiscono alla cultura in tutte le sue espressioni, sostenuto dall’indifferenza generale dell’opinione pubblica, spiega le scelte in politica economica, operate coerentemente con tale visione, nella distribuzione delle risorse finanziarie del paese. Tagli indiscriminati a tutti i settori del mondo della cultura e della conoscenza, dai teatri dell’opera, alla ricerca, dai beni culturali, all’università, alla scuola. Questa apparente mancanza di disegno nelle
politiche culturali è in realtà funzionale ad una prospettiva di società: impoverita sul piano culturale, meno libera, meno democratica, meno inclusiva. Con la cultura "si mangia", soprattutto in un paese come il nostro: ricerca, conoscenza, innovazione, rivalutazione del patrimonio culturale andrebbero ripensate e valorizzate perché anch'esse contribuiscono all'aumento del PIL.
Lo sanno gli operai, i lavoratori stranieri, gli studenti, che ci hanno dato una lezione di vita impareggiabile, guardando il mondo dall’alto, uscendo dal chiuso delle aule e delle fabbriche, bella metafora del cambiamento del punto di vista. Gli studenti hanno alzato gli “scudi” della conoscenza ricordandoci che futuro e passato sono legati in modo inscindibile. Oggi sembra che l’alternativa per il futuro di questa generazione sia fra il restare (precari) o l’andare via. Il sistema socio-economico ispirato negli ultimi venti anni alla fiducia cieca nel mercato mette soprattutto i giovani in una condizione di costante ricattabilità e di restringimento delle possibilità di scegliere e immaginare il futuro. Nel nostro paese, come se non bastasse, si è ulteriormente logorato il rapporto tra sistemi formativi e mondo del lavoro, per cui si assiste ad un paradosso: da un lato i titoli di studio appaiono svalorizzati o inutili (c’è più richiesta di diplomati che di laureati, più di mano d’opera non qualificata che specializzata), dall’altro le imprese chiedono competenze sofisticate, altamente qualificate, che non trovano riscontro nella preparazione dei giovani.
Nel contempo, vengono agitati strumentalmente i divari, veri o presunti, tra un Nord produttivo, industrioso, efficiente, e un Sud sprecone, familista e mafioso, con l’inevitabile eco che questo modo di guardare al sistema paese nel suo complesso ha sul piano delle istituzioni nazionali.
Istituzioni, tra le quali la scuola, originariamente concepite nella nostra Costituzione come elemento unificante dell’identità nazionale, motore di sviluppo sociale e di crescita personale e che oggi sono profondamente minate. Ma l’identità nazionale non è data una volta per tutte, si modifica in rapporto alle trasformazioni storiche, come quelle che oggi produce il fenomeno migratorio. Esiste nella società contemporanea, che lo si voglia o no, un’interazione continua tra mondi culturali diversi, i cui esiti
non sono scontati. Ed è proprio l’istituzione scuola il luogo dove tali esiti si possono orientare in modo da accompagnare e favorire la costruzione di nuove identità.
LA SCUOLA DELLA “DIDATTICA ESSENZIALE”
L’attenzione alla scuola è dunque di fondamentale importanza per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili e ne dovrebbero derivare scelte politiche orientate in questo senso. Non è questione di annunci, ma di sostanziare concretamente un orientamento. Il M.I.U.R., ottenuta la riduzione della spesa prevista dalla finanziaria 2008, si è completamente disinteressato della scuola dell’obbligo, abbandonandola a se stessa. Ne risulta una scuola più povera di cultura pedagogica, di diritti, di coesione sociale. Una scuola che rimanda a un’idea di conoscenza declinata ancora in discipline e relative nozioni e non a un luogo in cui costruire strumenti per un apprendimento
permanente nel corso della vita. Una scuola da cui è escluso il pensiero critico, la cui formazione dovrebbe invece esserne il presupposto. Una scuola in cui l’esercizio dei diritti di cittadinanza - di parola, di espressione, di comunicazione, di alfabetizzazione culturale, di inclusione - non è previsto.
Anche dal punto di vista dell’organizzazione interna, giungono dall’amministrazione centrale segnali inquietanti. La dirigenza scolastica deve confrontarsi da un lato con concorsi non indetti, sedi scoperte, reggenze multiple, decreto Brunetta sui nuovi poteri organizzativi e relative limitazioni alla contrattazione; dall’altro con la “managerialità” unita al falso problema del “merito”, fondato sul potere tutto teorico di attribuire incentivi salariali ai docenti “migliori”, ignorando e non riconoscendo un ruolo significativo alla loro formazione. Sappiamo benissimo che l’insegnamento non può che essere mestiere collegiale e fra i docenti che operano in una classe vi è stretta interdipendenza. Questi gruppi di progettazione devono essere sostenuti e incentivati, creando le condizioni per un miglioramento continuo della professionalità docente, invece di creare inutili classifiche. Il ruolo di
“primus inter pares”, riconosciuto dai decreti delegati ai direttori e ai presidi, è stato stravolto per inseguire improbabili formule aziendalistiche.
Le potenzialità insite nell’autonomia scolastica rischiano di essere del tutto vanificate e con esse l’idea stessa di P.O.F.: si arriva a garantire solo in forme minime quanto la scuola delle buone pratiche era venuta producendo in termini di autonomia pedagogica, di progettualità, di apertura.
Incarichi fino a 24 ore di insegnamento, difficoltà a coprire le assenze dei docenti, ridimensionamento se non svuotamento della collegialità hanno il loro corrispettivo nella demotivazione a partecipare, nella scarsa valenza attribuita alla comunicazione con le famiglie, che dal canto loro manifestano sempre minor interesse rispetto al percorso scolastico dei propri figli.
Preoccupa inoltre lo sfondo del federalismo scolastico prossimo venturo nelle formulazioni che possono tradursi in una chiusura localistica, in un mantenimento o addirittura in un accrescimento delle stratificazioni e delle inique distribuzioni di risorse nelle diverse zone del paese e nel far
prevalere istanze folkloristiche quando non xenofobe.
Anche le prove Invalsi - pensate come strumento di unificazione del sistema scolastico nazionale attraverso l’individuazione di standard - finiscono con mettere un’enfasi eccessiva sui livelli diversi di apprendimento e di funzionamento da territorio a territorio, da regione a regione, senza che le analisi dei risultati, qualora attendibili, si traducano in investimenti, risorse, ricerca, progettualità, in un’ottica perequativa. Al contrario vengono usati per giustificare una volta di più tagli indiscriminati degli organici, soprattutto al Sud, non facilitando certo un avvicinamento e una riqualificazione complessivi.
La prospettiva che si profila, le graduatorie e i reclutamenti su base regionale, sono pura propaganda e potrebbero determinare un impoverimento culturale, mentre si assiste impotenti all’invecchiamento del personale della scuola, e non si prospettano le soluzioni che pure nel tempo erano state pensate (insegnanti giovani affiancati ad insegnanti “esperti”, organici di istituto pluriennali in grado di assorbire parte del precariato con funzioni polivalenti nelle scuole, anni di tirocinio all’inizio dell’insegnamento,....), perché troppo costose. Ma qual è il costo sociale, economico, politico del disagio che si crea in migliaia di docenti mai assunti stabilmente, delle loro famiglie, degli alunni che cambiano continuamente insegnanti?

CONTINUARE A PENSARE IL CAMBIAMENTO
Una possibile alternativa sta nel cercare assieme le risposte alla politica delle tre I, ignoranza, indifferenza, incompetenza; nel dilatare la maglie di una legge iniqua, come in altri tempi la scuola ha pur saputo fare portando avanti scelte coraggiose quali l’abolizione dei voti, la rivisitazione dei contenuti e del tempo scuola, l’integrazione dell’handicap, la collegialità delle scelte, l’integrazione con le risorse del territorio,... E, dal canto suo, la scuola migliore può rivendicare alcune buone pratiche realizzate e non solo propagandate: la centralità della relazione educativa, l’individualizzazione dei percorsi formativi, il rispetto degli stili di apprendimento, l’attenzione all’interezza della persona e al ruolo delle emozioni nella conoscenza, il riconoscimento dei saperi
pregressi di ciascuno e ciascuna come fondamenta su cui costruire la conoscenza.
A livello del territorio, una possibile risposta sta nel paziente lavoro di costruzione di alleanze educative, nella forma di “patti educativi territoriali”: reti orizzontali di cittadini, di docenti, di rappresentanze sociali, che si confrontano e co-costruiscono un’idea di buona scuola e di coerenza formativa, di cooperazione nella messa in comune di potenzialità e risorse, attraverso le quali cercare risposte ai bisogni formativi ritenuti decisivi per i singoli individui e per la comunità, sulla base di una negoziazione sui valori condivisibili tra tutte le istanze rappresentate. Dobbiamo recuperare il legame tra formazione, valutazione e “buone pratiche”. È necessario costruire un sistema di valutazione serio, chiaro, trasparente, condiviso, per superare il divario Nord/Sud, le divisioni, i “localismi”, le discontinuità tra ordini di scuola. Il confronto democratico fra tutte le componenti coinvolte è l’unica alternativa alla privatizzazione (di quote orarie del tempo scolastico, del sostegno di alunni con disabilità, …) verso cui la politica neoliberista spinge.
È da qui che bisogna partire per affrontare la sfida per il futuro che è sempre più urgente e ci coinvolge come società prima ancora che come sistema-scuola.

UN PROGETTO MCE PER UNA SCUOLA POSSIBILE
Lanciamo con forza nelle scuole il messaggio che è possibile fare una scuola essenziale, democratica, cooperativa, non obesa nei contenuti, ma centrata su competenze per la vita:
Una lingua democratica e interculturale
È necessario un approccio organico e trasversale alla lingua, alle lingue e ai linguaggi per formare parlanti, lettori e scrittori competenti e consapevoli.
La lettura, la scrittura e l’oralità sono abilità complesse che richiedono cura, profondità, sbanalizzazione. Dunque insegnare a leggere, raccontare e a scrivere avendo attenzione e cura delle parole, perché le narrazioni e le scritture siano strumenti per comunicare ed esprimere, per collegare e trasformare le conoscenze, per esplorare e scoprire diversi mondi.
Un pensiero scientifico e matematico libero e coerente
Fornire strumenti per osservare il mondo, per interpretare la realtà e per costruire concetti e modelli, favorendo la riflessione sui propri saperi, sul proprio “immaginario” e aiutando a trattare adeguatamente le informazioni, a operare scelte in condizioni di incertezza.
Connotiamo quindi i linguaggi scientifici in modo che abbiano una relazione di senso con la realtà, che aiutino ad acquisire una corretta capacità di giudizio per partecipare alla vita sociale con
consapevolezza.
La cura del senso estetico
Rendere fruibile la bellezza delle arti e della natura, farle riscoprire ad ognuno nel proprio contesto di vita e farne occasioni per costruire il senso dell’etica pubblica e del bene comune, richiamando gli antichi rapporti tra sensibilità e pensiero.
Aprire lo sguardo allo stupore e alla bellezza è alla base della conoscenza, implica la gestualità e i sensi della persona, il suo essere nel mondo. E anche il proprio territorio è uno spazio che diventa
linguaggio, trasmette informazioni e determina comportamenti e azioni solo di quelli che sanno leggerlo.
Relazioni di senso
Valorizzare il confronto e lo scambio reciproco e favorire l’abitudine a dare voce a pensieri e a conoscenze personali, aiutando a collocare il limite, l’errore, nella giusta dimensione, non nella sua accezione negativa, ma nel continuum di un percorso che trova soluzioni legate alla propria personale esperienza ma che nell’incontro con gli altri (testimoni di saperi) costruisce meccanismi mentali e condizioni più agevoli per la rielaborazione delle conoscenze.

Tali proposte hanno come presupposti:
- l’unitarietà dei saperi, la ricerca di interconnessioni, l’ecologia della mente
- l’apprendimento socio-costruttivo
- la necessità della valutazione formativa e della trasparenza della comunicazione
- la continuità delle età evolutive: dai tre ai sedici anni la scuola è un filo rosso che attraversa e contribuisce fortemente a tenere insieme elementi per un percorso di maturazione del sé
- l’identità plurima di ciascuno e ciascuna, come risultato di una storia di vita, aperta e in continuo movimento
- la passione e la capacità di osare: “saltare” i muri, rompere le cornici rigide. Valorizzare il rapporto immaginario-conoscenza, le ipotesi fantastiche, il rapporto emozione-conoscenza, il ruolo della conoscenza “incarnata”, superare gli stereotipi attraverso l’ampliamento dello spazio
percettivo.

Maggio 2011



Segreteria Nazionale M. C. E.

Inserito sabato 28 maggio 2011


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