26/01/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Le ginestre e i ligustri in fiore
...con il loro profumo ed i loro colori: La camminata di Pilonico Paterno

…” i laghetti di Ayale”…
Domenica 29 Maggio 2011
a PILONICO PATERNO
FRAGMENTA FLUCTUANTIA

(Pilonico Paterno: “Castello, ora diruto, circa otto miglia di fronte da Perugia dalla parte di Levante vicino al Rio Piccolo”).
Secondo una tradizione si fa derivare il nome di questo castello dal dio etrusco Pilumno (Pilumnus), divinità celebre tra queste popolazioni, ma venerato particolarmente dai perugini: questo fa supporre che in quel luogo esistesse un tempio a lui dedicato (D. C.).
Per quel che ne posso sapere io, più che di una tradizione si tratta di una leggenda popolare: non esiste nessuna divinità etrusca con questo nome, tantomeno venerata dai perugini e non si deve supporre alcun tempio. Ma quali sono le fonti? (L. R. B. ).
Sul Vocabolario di Latino-Italiano di Castiglioni-Mariotti (non so l'anno perché è un vecchio, ma non poi troppo, dizionario rilegato) alla voce Pilumnus corrisponde:
antica divinità italica, congiunta a Picumnus (antica divinità laziale), protettrice delle partorienti e dei neonati (D. C.).
Se viene data come eventuale divinità italica, perché parlare di una divinità "etrusca" o "romana" o addirittura di un tempio? E' sempre meglio riferirsi alle fonti dirette. Di certo, Pilumnus non potrebbe avere dato esito: Pilonico. Questo mi sento di dire in base alla storia di altri toponimi. Più accettabile l'ipotesi del nome di un proprietario (L. R. B.)
Forse [però] più accreditata è l’ipotesi che l’etimo derivi da tale Pilonicus, antico feudatario e che Paterno sia stato un termine ereditario [lascito per via paterna; di questo mi accennò Renzo Zuccherini. Ma debbo riportare quanto agli inizi degli anni ’90 la signora Assunta Freddio, residente a Pilonico Paterno, e scomparsa nei primissimi anni del nuovo secolo, mi disse, ovvero che l’ultimo discendente della famiglia ‘Pilonico’ o ‘Pilonicus’ abitasse in Austria e che svariati anni addietro fosse passato a vedere quei luoghi].
Pilonico Paterno e Pilonico Materno sono situate in modo diametralmente opposto rispetto a Perugia e alla medesima distanza dalla città: che siano stati così denominati (al di là della divisione ‘familiare’, vuoi un lascito vuoi un grave litigio [vox populi, dal sottoscritto raccolta]), per un controllo (nel medioevo? E quale medioevo?) delle vie regali provenienti una da Ancona e l’altra da Orvieto?
[testimonianza orale raccolte dallo scrivente].
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella, di cui mi parla sempre lo Zuccherini di cui sopra, che la parola Pilonico derivi da ‘pila’ o ‘pilus’, parole latine che starebbero a identificare un confine; la parola italiana ‘pilo’ (forse derivazione del latino ‘pilus’) può significare anche ‘pilastro’, che a sua volte potrebbe delimitare un confine. Ecco allora che potrebbe essere spiegato che i due Pilonico fossero a guardia di un confine, ossia salvaguardassero il cosiddetto ‘corridoio bizantino’ che permetteva di unire Roma e Ravenna (una fascia di una trentina di chilometri che da Todi passava per il perugino, nella fattispecie anche il territorio d’Arna per arrivare a Gubbio e da qui a Ravenna. Chissà!).
Interessante peraltro vi può essere un’altra ipotesi, seppur improbabile. Navigando in Internet scopro che Pilonico (Paterno) viene definito, in un ‘sito’, Pilonico d’Arno. Orbene vi è chi sosterrebbe che Paterno potrebbe venire proprio dall’unione delle parole ‘ai piedi d’Arno/a’((piè d’Arno/a [Arna è la vecchia città etrusca la cui posizione è stata individuata nell’attuale Civitella d’Arna, per l’appunto, poco distante da Pilonico], e quindi ‘Paterno’) (D. C.).
Di questo mi sono occupata anch’io, a proposito del toponimo derivato da arna e corrotto in –arno come forma suffissale (vedi Civitella d’Arno, Castel d’Arno, Lidarno): ma escludo che possa avere la stessa origine (L. R. B.)
Nel documento, databile nel XIX secolo, consegnatomi da G. Vicarelli Saluzzo, si legge che:
Il Ciatti,… , e il Gori,… , ripetono il nome di questo castello dal Dio Pilumno, celebre fra gli Etruschi e venerato specialmente dai perugini. Non sarebbe però strano che prendesse il nome da qualche soggetto chiamato Philonicus (o Pilonicus), di cui si hanno molti esempi nelle Antiche… L’aggiunto di paterno non è facile definire onde gli sia derivato.
Nel Valdarno di Toscana fra le popolazioni, che poi composero Castelfranco, era ancora quella di S. Bartolomeo di Paterno, e di altri Paterni faremo menzione in questo medesimo articolo.
Questo castello fu già Signoria della Nobil Famiglia Villani Perugina a cui fra gli altri parla più volte il Ciatti, e di cui vivea nel 1603 Carlo Giacinto figlio di Adorno per valore, e per le cariche militari molto cospicuo. L’Arme di questa famiglia… omissis…
Ne limiti della… di Pilonico un distanza di… dal castello per la via che conduceva da… si vedono gli avanzi di un altro Castello chiamato Colle Tecchio.
Nel 1059 fu donato da papa Niccolò II a Bonizone, abate del monastero di San Pietro.
Nei repertori dei secoli XIII (con 23 fuochi [vedi ‘Medioevo rurale perugino. Una ricerca sul territorio dell’attuale XII Circoscrizione del Comune di Perugia’, di Giovanni Riganelli, Comune di Perugia, 1989]) e XIV appare come villa del contado di Porta Sole; in quelli del secolo XV come castrum (nel 1469 contava 18 fuochi, nel 1499 28 fuochi).
Il 26 giugno 1348 Andrutius quondam Filipputii domini Andree fondò un ospedale a Pilonico che sarà gestito dalle monache di santa Chiara di Assisi. Le motivazioni devozionali che portarono alla costruzione dell’ospedale, derivavano dalla grande epidemia di peste che da quell’anno stava affliggendo Perugia e tutto il territorio, dove aveva fatto circa centomila morti. La peste non risparmiò nemmeno i medici: il 18 giugno 1348 trovò la morte il celebre Gentile da Foligno attivo a Perugia dal 1325.
Nel 1371, dopo i sanguinosi eventi della rivolta dei popolari, si trovano nominati a Perugia come nobili alcuni abitanti di Pilonico: Nicola e Matteo Villani, Pietro e Simone Ceccoli, Tancio Rufini.
La chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria, accatastata già nel 1350, finì nel 1467 sotto la giurisdizione dell’abbazia di san Giustino. Quest’ultima chiesa sorgeva su un’edicola raffigurante la Madonna delle Croci che nel 1602 cominciò a compiere miracoli, tanto che il 13 maggio 1607 fu benedetta dal vescovo di Perugia Napoleone Comitoli (1591 – 1624) che vi cresimò 549 persone; da allora fu dedicata alla Madonna di Loreto. Silio Pascolini, di Pianello, riferisce che dalla visita pastorale del sabato 14 maggio 1763, effettuata dal vescovo Filippo Amadei, a Pilonico, si afferma che ci era una Madonna della Croce sita lungo la via pubblica, con dipinta una immagine della Vergine Maria, probabilmente una immagine ‘da crocevia’. Era sita lungo la via pubblica e quindi doveva essere stata fuori e ben lontana dal Castello. Fu edificata tra il 1600 e il 1607, inglobando o in sostituzione di un dipinto di un’edicola stradale, sembra incaricata dal vescovo Napoleone Comitoli.
Le edicole stradali erano luoghi devozionali e/o anche magici, comunque luoghi per le superstizioni popolari. Ecco infatti che davanti a questa immagine avvenivano innumerevoli prodigi ed il popolo affluiva numeroso [comunicazione personale]. Da un altro documento storico fornito da Giuseppe Vicarelli e dalla testimonianza orale di Terzilio Caponi ed Elia Moretti, la Madonna della Croce o Santa Croce (contraddittorie sono le versioni: solo una Croce, forse una chiesetta o un’edicola, forse una chiesa vera e propria, sempreché le due cose si identificassero) doveva essere peraltro sita a S. Giustino d’Arna, come sopra citato, o nelle sue vicinanze, lungo la strada che attualmente sale a Fratticiola Selvatica; ad ogni buon conto vengono confermati i ‘prodigi’ che ivi avvenivano.
Torniamo anche un po’ indietro perché penso possa essere utile che io riporti, sia pure solo in parte, quanto scrisse Giovanni Riganelli, a proposito di Pilonico, nel suo prezioso ‘Medioevo rurale perugino’ (edito nel 1989 grazie al Comune, all’APT, alla CM e alla XII Circoscrizione, di Perugia):
il 10 gennaio 1465 si procedeva all’unificazione di villa Collistecchi e villa Collisassi nell’unica pertinenza di castrum Pilonici, dove la maggior parte degli abitanti delle due ville sembra aver avuto la propria abitazione. L’«unione» dei due insediamenti era effettuata richiamandosi ad una delibera del consiglio dei priori del 5 marzo 1456 nella quale, dopo aver ricordato la normativa statutaria che prevedeva il divieto per insediamenti al di sotto dei 10 fuochi di poter eleggere un proprio sindicus, con le difficoltà che ne derivavano in materia fiscale e amministrativa, si diceva espressamente che gli abitanti dei centri con meno di quel numero di fuochi avrebbero dovuto unirsi alle comunità che superavano questa «soglia». Nell’atto d’unificazione si specificava il numero di fuochi, o unità fiscali, dei due insediamenti: 5 per Colle Tecchio e 11 per Colle Sasso. Era probabilmente lo stesso notaio che aveva provveduto alla redazione dell’atto d’unificazione delle due ville che, nell’impianto catastale di Colle Sasso, doveva essersi premurato della cancellazione di questo nome sostituendovi quello di castrum Pilonici.
… omissis…
L’analisi della situazione in cui dovevano versare gli insediamenti della zona in materia di dipendenze giuridico-amministrative, … omissis…, sembra complicarsi ulteriormente con la comparsa, nel 1333, … omissis…, di una villa Francorum de Pilonico. La presenza di una villa degli uomini «franchi» di Pilonico, come lascia intendere il nome dell’insediamento, non può che presupporre un processo di affrancazione di servi che, in quel periodo, sembrano essere già stati in grado di dar vita ad un nucleo abitativo. … omissis… Questo processo di affrancazione dovrebbe potersi collocare nel periodo a cavallo tra il secolo XIII e il XIV, più precisamente tra il 1282, anno in cui si ha l’ultima menzione duecentesca di Pilonico, … omissis…, e il 1333. … omissis…
In una nota al testo di Riganelli, citando A. Grohmann (Città e territorio), si evince che molto probabilmente il toponimo Colle Tecchio corrisponde all’odierno Palazzo Ayale (sopra S. Giustino d’Arna), laddove Colle Sasso dovrebbe identificarsi [ma potrebbe non essere affatto così] nel ‘Castellaccio’ di Pilonico, residuo dell’antico insediamento, ove sino a buona parte dell’800  [testimonianza raccolta dallo scrivente dall’informatore Italo Freddio] vi era anche la chiesa, che fu trasferita verso la fine di quel secolo ove si trova ora (nel medesimo periodo venne costruita la ‘casa padronale’ dei Freddio, oggi sede dell’Agriturismo ‘La Collina di Pilonico’), più sopra, sotto Monte Pilonico. Di quella chiesa resta soltanto il campanile, in quanto la medesima chiesa fu bombardata dagli alleati durante la II Guerra Mondiale perché nel caseggiato a fianco (dei signori Freddio, come detto) era nascosto un manipolo di tedeschi. La chiesa fu pertanto distrutta; fu ricostruita negli anni ’50 del secolo XX.
Continuo citando il testo di Riganelli:
… omissis… Con ogni probabilità la posizione strategica del nuovo insediamento, a cui deve aggiungersi la perdita d’importanza in ambito militare di Pilonico a causa della rovina delle mura, dovettero giocare un ruolo di prim’ordine nel proiettare Colle Tecchio a centro guida della zona.
Tuttavia, nonostante l’assunzione di questa funzione, … omissis…, questo insediamento non sembra mai essere riuscito ad imporsi come reale «polo urbano» dell’area circostante… omissis… Forse è proprio in questa incapacità o impossibilità di proporsi anche come polo abitativo da parte di Colle Tecchio, che devono verosimilmente ricercarsi le cause alla base del ritorno di Pilonico quale insediamento principale della zona… omissis…
Per quanto concerne il caso di Colle Sasso, questo sembra essere molto lineare e non è da escludere che alla sua nascita possano in qualche misura aver contribuito gli affrancati di Pilonico, parte dei quali, una volta liberi, potevano aver optato per la fondazione di un nuovo nucleo. Pur non disponendo di documentazione atta a dimostrarlo, il fatto che anche in questo caso gli uomini della comunità posseggano abitazioni in quello che potrebbe definirsi il «centro originario», dovrebbe concorrere a legittimare quest’ipotesi. … omissis…
In verità da quanto sopra riportato non è chiaro se Pilonico era identificabile in Colle Sasso o era un terzo e diversificato ‘nucleo abitativo’. Tanto è vero che, come scrive Riganelli: …omissis… Infatti se è vero che Colle Sasso manterrà ancora la sua autonomia giuridico-amministrativa per oltre un secolo, la villa Francorum de Pilonico, poi tornata ad essere indicata come villa Pilonici, e la villa Sancti Iustini, dovettero entrare in quella di castrum Collis Tecchi.
Il «terreno per il «ritorno» di Pilonico a nucleo guida della zona, dovette cominciare ad essere preparato già diversi anni prima della stesura dell’atto del 10 gennaio 1465, e alla base di esso sono forse da individuare necessità difensive probabilmente più sentite che in precedenza. Non a caso, infatti, il consiglio della città di Perugia, il 2 giugno 1452, …omissis…, deliberava …omissis… purché «i sindaci e i massari» delle comunità provvedessero alla ricostruzione delle mura di Pilonico dove, di fatto, essi sembra abbiano abitato. … omissis… I lavori dovettero ultimarsi abbastanza in fretta visto che nel 1465 Pilonico tornerà ad avere la qualifica di castrum.
Pilonico fu la residenza, come già accennato, della nobile famiglia Villani di Perugia. Nel 1603 qui visse Carlo Giacinto Villano, figlio di Adorno, molto stimato e conosciuto per aver ricoperto importanti cariche militari.
Nel censimento dello Stato pontificio del 1853 contava 390 abitanti. In seguito il nucleo abitato si spostò più in alto, a 200 metri [ ? ], e il toponimo assunse il nome di castellaccio.
Il complesso è attualmente diviso in due parti: la torre antica con annesso un fabbricato, appartenuta alla Curia vescovile di Perugia, è di proprietà della famiglia Bazzucchi di Ponte Felcino, mentre il nucleo abitativo che affianca il complesso fortificato, di epoca ottocentesca, era di Freddio Pio nel 1902 che lo trasmise poi ai suoi eredi.
Imponenti ruderi testimoniano la grandiosità del complesso che meriterebbe un approfondito restauro [ ? ].
(in: ‘Castelli, fortezze e rocche dell’Umbria’, di Daniele Amoni, Quattroemme Srl, Perugia, 1999) Pilonico Paterno è oggi racchiusa in una vallata che da ‘Righetto del Cucco’ (il bar-alimentari all’imbocco della strada provinciale del Piccione) giunge sino a S. Giustino d’Arna. Nella parte orientale, posta sotto il Monte Pilonico, è sito quello che resta del vecchio borgo – castello (medioevale, ma prim’ancora romano, probabilmente, e fors’anche etrusco), ossia la vecchia torre (‘Pilonicaccio’ o ‘Castellaccio di Pilonico’), poco sotto la Chiesa (già Santuario di S. Maria Nascente) ora non più parrocchiale (fu costruita a fine ottocento al posto della precedente, assai più piccola, posta all’interno dell’antico castello); un bombardamento nel corso della II guerra mondiale per snidare 5 tedeschi rifugiatisi nella casa padronale a fianco della medesima, ora sede dell’Agriturismo “La collina di Pilonico”, la distrusse, tranne che nel campanile, e fu ricostruita all’inizio degli anni ’50. E più a nord, sempre nel versante orientale, troviamo Palazzo Nerbone, già padronale e ora affittato ad estranei (ma con alcuni poderi autogestiti dal proprietario), mentre sul versante occidentale spicca Palazzo Ayale (anch’esso con la sua cappella), centro di una tenuta agraria di svariati ettari con colture e coltivazioni arboree tipiche della zona e della regione.
Questo è stato il percorso della camminata odierna:
partenza dal piazzale della chiesa, sito poco sopra i 350 m; salita verso il Monte Pilonico ad oltre 450 m. Viene raggiunta, tra le ginestre in fiore, la vecchia S. V. di Fratticiola – Ripa per arrivare al Passo del Lupo. Dal combarbio, lungo il vecchio sentiero, la discesa è verso Ayale, attravers…ando la S. P. del Piccione per salire al Vocabolo Yasmin. Quindi la discesa ai laghetti di Ayale passando per la vecchia fonte che li alimenta, protetta da un immenso leccio.
Palazzo Ayale: breve storia raccolta oralmente
Una incisione in una vecchia pietra riportava una data, quella del 1708, a dire che questo fu probabilmente l’anno in cui il Palazzo di Ayale (detto anche Palazzo Ayale) fu costruito o, comunque, risistemato o ristrutturato o modificato; questo non è facile intuirlo o saperlo. E’ comunque situato su quel colle che, in vecchi documenti, è verosimilmente chiamato Colle Tecchio°.
Dal 1880 circa, Ayale, da sempre azienda agricola, con numerosi poderi e svariati ettari, coltivati a olivi, viti, grano, granoturco e/o altri cereali, e, più tardi, anche tabacco (ora questo non più), è di proprietà della nobile famiglia perugina degli Ansidei. Da questi passa alla famiglia Cucchia, originaria del Bosco; fu infatti venduto direttamente a ‘Gigetto’ Cucchia. L’attività agricola proseguì con loro sino a che nel 1932 fu acquistato dal ‘russo’ Abramo Krachmalnikoff, detto Krach. Con lui verosimilmente l’azienda si espanse sino a raggiungere i 12 poderi, dagli 8 prima esistenti. In altre parole la proprietà del Krach era di circa 150 ettari o forse più. Allora nel Palazzo Ayale, i proprietari abitavano il piano terra, al primo piano ci stava il fattore, e il terzo piano era adibito a granaio e poco altro. La chiesetta lì a fianco era da sempre esistita, tant’è che sino ad alcuni decenni addietro, la sera del ‘venerdì santo’ partiva una processione, detta del ‘Cristo morto’, la cui croce era portata a spalla dagli uomini. Il crocefisso giaceva nella chiesa di S. Maria di Pilonico e veniva trasportata nella chiesetta di Ayale il giorno avanti, il ‘giovedì santo’. Dalla chiesa di Pilonico, sempre la sera del venerdì prima della Pasqua di Resurrezione, partiva il corteo di donne con l’effige raffigurante la Madonna col Bambino. Suggestive e ricche di lumi e luminarie erano queste due processioni, processioni che si incontravano a metà strada, più o meno all’altezza ove ora vi è il bivio che, dalla Strada Provinciale del Piccione, imbocca la Strada Comunale di
Pilonico Paterno. Qui donne e uomini insieme cantavano vari canti liturgici e poi sia la ‘croce con il Cristo’ che ‘l’effige della Madonna’ venivano riportate nella chiesa madre di Pilonico.
Nel 1932, come detto, e per la precisione il 4 maggio, la tenuta di Ayale viene comprata dall’attivissimo Abramo Krachmalnikoff, Krach per i suoi contadini, che la terrà sino al giugno del 1973*. Abramo ebbe tre figli: Leone, che giunse in Italia con il padre e la madre dalla Russia (allora già URSS) all’età di 1 anno (era del ’19), Vittorio, il secondogenito, nato in Italia nel 1920, e Marisa, detta Anna Maria, nata a Perugia nel 1930. Leone ebbe un figlio, Alessandro; Vittorio ebbe due figli, Anna e Alberto (anche quest’ultimo detto Krach, o, meglio, Crac*); Marisa ebbe due figlie, Yasmin (o Yasemin) e Deniz. Il vocabolo Yasmin deve così il suo nome al nome della nipote di Abramo (ora il vocabolo è disabitato, ma fu abitato sino ad alcuni anni fa dalla famiglia Moretti-Tomassini), mentre l’abitazione ove tuttora vivono i Tomassini si chiama Vocabolo Anna Maria, in onore al nome della figlia del primo Krach. Mentre il vocabolo (un vocabolo è costituito dalla casa con la stalla al piano terra, gli ‘stalletti’, ovvero la porcilaia, ed un fienile; in caso può essere presente anche un silos), mentre il vocabolo Annamaria, dicevo, venne costruito nel ’36, il Vocabolo Yasmin venne costruito successivamente, nel ’56. Al vocabolo Anna Maria vi dimorò dal 1937 al 1967 Terzilio Caponi (già Capponi, ma poi diventato Caponi causa disguidi di registrazione comunale); sino al 1973 continuò a risiedervi un fratello, anno in cui venne acquistata dai Tomassini che vi si insediarono però soltanto nel 1996, a fine ristrutturazione (trasferendosi dal
vocabolo Yasmin).
Nel 1973 Palazzo Ayale con la sua tenuta agraria fu acquistato da Alfredo Mignini (classe 1932), imprenditore di Bastai U. (PG), che ha avuto un figlio maschio e tre femmine, di cui Stefania (sposata con tal Paoletti, detto ‘l’ingegnere’) è quella che attualmente più segue l’azienda di famiglia e viene talora a dimorare qua, nel palazzo ormai da alcuni anni ristrutturato, soprattutto internamente. La chiesetta non vi è più; la struttura è infatti da tempo adibita a uffici, in cui il Sig. Carlo Corbucci gestisce la azienda e tenuta agricola dei Mignini stessi.
Fattore della tenuta dei Mignini, oggi proprietari di Ayale, è stato sino al 1964 Nizzi Giulio, deceduto sul lavoro travolto dal proprio trattore in quell’anno. Dal 1965-66 fattore è stato Tomassini Gisberto, sino agli anni ’80, quando andò in pensione. La mezzadria era nel frattempo finita, per cui il sistema cambiò e tuttora è cambiato completamente. Ma questa è un’altra storia.
Un passo indietro. Gisberto Tomassini sposò Elia Moretti, la cui madre, Erminia, era la sorella di Pio Freddio, padre di Geremia, e nonno di Italo, Domenico (detto Mimmo) e Bruno (deceduto), Freddio. In precedenza, la casa padronale dei Freddio (da Pio in giù) era di proprietà della famiglia Sarti, già allora con i cinque poderi, poi perduti ai tempi di Geremia Freddio.
Senza entrare nel merito, che si può prestare a antipatiche maldicenze, capitò che abitazioni e poderi passassero di mano in mano, anche in seguito a disgrazie o perdite al gioco o per altri motivi. Vi è un detto che recita: “la prima generazione acquista, la seconda mantiene, la terza generazione squista”, ovvero “vi è chi acquista una tenuta, chi la mantiene e chi la perde”.
Per quanto riguarda i laghetti artificiali di Ayale, quello inferiore è il più grande e fu realizzato nel 1954, mentre quello superiore, più piccolo anche se apparentemente più grande, fu realizzato negli anni ’60. Sono in parte alimentati dalle acque piovane, ed in parte da una sorgente di acqua sita poco sopra, sotto un bellissimo leccio, acqua che vien dapprima raccolta in un vascone e da qui, attraverso una tubazione sotterranea, raggiunge il laghetto più in alto. Tale acqua, ora usata ad uso irriguo, un tempo, anche in quanto potabile, era utilizzata, tramite condutture, per dissetare gli animali della stalle e gli abitanti di Palazzo Ayale medesimo.
Informatori: Terzilio Caponi (classe 1928), ora residente a Colombella; Elia Moretti (classe 1924), ora residente a Pilonico Paterno
° Giovanni Riganelli. Medioevo rurale perugino. Comune di Perugia, 1989
*Alberto Krachmalnikoff: Storia della famiglia Krachmalnikoff. In: diomede 2007, n° 6, 79-92 Un tempo gioco e passatempo anche per giovani pescatori improvvisati, i laghetti artificiali hanno oggi funzione di raccolta di acque ad uso irriguo per l’Azienda agricola e riserva di Ayale. Da qui al Rio del Fossetto. Una sosta, inaspettata ai più, a Casa Rondinai. I Bellini, la Pina e Guglielmo, offrono una umbra colazione. Poi i Poderi Bonacheto e Palazzetta, ancora Palazzo Ayale e, riattraversato il Rio Piccolo, il ritorno è al punto di partenza, in piazza della chiesa passando per il vocabolo Giuncheto. Qua Italo Freddio ci accoglie per un ‘sapore antico’, un semplice e gradito pranzo, presso l’armonioso agriturismo ‘La Collina di Pilonico’.
Il torrente
Tu così avventuroso nel mio mito,
così povero sei fra le tue sponde.
Non hai, ch’io veda, margine fiorito.
Dove ristagni scopri cose immonde.
Pur, se ti guardo, il cor d’ansia mi stringi,
o torrentello.
Tutto il tuo corso è quello
del mio pensiero, che tu risospingi
alle origini, a tutto il forte e il bello
che in te ammiravo; e se ripenso i grossi
fiumi, l’incontro con l’avverso mare,
quest’acqua onde tu appena i piedi arrossi
nudi a una lavandaia,
la più pericolosa e la più gaia,
con isole e cascate, ancor m’appare;
e il poggio da cui scendi è una montagna.
Sulla tua sponda lastricata l’erba
cresceva, e cresce nel ricordo sempre;
sempre è d’intorno a te sabato sera;
sempre ad un bimbo la sua madre austera
rammenta che quest’acqua è fuggitiva,
che non ritrova più la sua sorgente,
né la sua riva; sempre l’ancor bella
donna si attrista, e cerca la sua mano
il fanciulletto, che ascoltò un o strano
confronto tra la vita nostra e quella
della corrente.
Umberto Saba
SALVARE L’ACQUA
Questo il tema delle cinque camminate della quinta edizione di Attravers…Arna & Sentieri Aperti, di cui la Camminata di Pilonico è stata l’ultima, in ordine di tempo.
Nella introduzione al loro libro ‘Salvare l’acqua’, gli autori, C. Jampaglia ed E. Molinari, scrivono:
Il tempo dell’acqua
Questo è il tempo dell’acqua e della responsabilità politica. Perché l’acqua è diritto umano, è sete e fame, è ambiente, è lavoro e disoccupazione, è esclusione, povertà, è guerra e pace.
Difficilmente si sentono dire queste cose dalla politica. Eppure l’acqua è il principale indicatore della crisi sistemica che attraversa il nostro tempo. Sull’acqua si scaricano tutte le contraddizioni cui disperatamente cerchiamo di offrire risposte: la crisi economica, la crisi climatica, quella energetica e quella alimentare si intrecciano inestricabilmente, si alimentano a vicenda e rendono la crisi dell’acqua ancora più drammatica.
Non troveremo risposte se le cerchiamo aggrappati alle chiavi di lettura del Ventesimo secolo: il libero mercato o il socialismo redistributivo ed egualitario, perché entrambe le ideologia credono a una prospettiva di sviluppo e progresso illimitato.
Siamo di fronte all’incapacità di una lettura effettiva dei limiti. Al fondo di questa incapacità c’è una mancanza di coraggio, quello di affermare pubblicamente che tutto è in mutamento e che tutti dobbiamo cambiare.
In questo vuoto di prospettiva, in questa incapacità di delineare il “sogno” del nuovo secolo, matura il distacco della gente da ogni senso comune di cittadinanza umana, il suo ripiegarsi sul particolare, sul “mio” o sulla “mia famiglia” o sul “mio territorio”.
Eppure siamo di fronte a una grande opportunità per cambiare, per iniziare un’altra narrazione, non occidentale, che riguarda tutti, da costruire assieme, una civiltà planetaria.
Ecco, prima di partire un doveroso invito a votare SI il 12 giugno per rendere pubblica l’acqua pubblica, per contrastare la inaudita privatizzazione dell’acqua; con i due SI si cancelleranno le norme della legge 133/2008 e del decreto 152/2006 che consentono di privatizzare entro il 2011 la gestione dei servizi idrici e di imporre una sovrattassa di almeno il 7% ad esclusivo vantaggio del gestore.
Anche oggi l’acqua ci ha accompagnato, tra i colori e i profumi di questa splendida giornata di vera primavera. Un invaso sopra la chiesa di Pilonico, un pozzo prima del Passo del Lupo, il Rio Piccolo, la fonte di Ayale, i laghetti di Ayale con ancora un pescatore pescante, il Rio del Fossetto, l’ acqua bona a Casa Rondinai, il laghetto del Giuncheto, la fonte del Giuncheto, la sorgente di Pilonico…
Non ci siamo contati. Ma almeno in centocinquanta abbiamo camminato, tra valli e colline, i dodici ed oltre chilometri di questo circuito che il fedele Gianfranco ci trasmetterà e che arricchirà ulteriormente questa quinta edizione di Attravers…Arna & Sentieri Aperti, che le Associazioni Culturali Arnati e l’ Associazione dell’Ecomuseo del Fiume e della Torre di Pretola hanno saputo organizzare e finalizzare.
Le sensazioni vissute, le amenità scambiate, le parole urlate a bassa voce, le parole trasmesse ad alta voce, le persone ritrovate, le persone disperse, i volti nuovi, le facce note, le tremule foglie dei pioppi, i primi ciliegi rossi dei loro frutti, i campi di grano d’orzo e d’avena, le ginestre ed i ligustri in fiori, sono musica senza musica…
Paolo Piazza ci ha oggi accompagnato in questo percorso. Era la sua prima volta. Lo ringrazio dedicando a lui ed a tutti i partecipanti una sua poesia:
Due barchette di legno leggero
all’acqua dello stagno ho affidato
due barchette di legno leggero
perché imparino a galleggiare
a prendere il vento e anche a virare.
Allontanarsi è pericoloso
venite subito quando vi chiamo.
Cadute sul fianco le ho ripescate
tirate indietro una volta arenate.
Hanno giocato a coprirsi di schizzi
a rincorrere i pesci tra i rami pendenti.
Una il bordo ha un poco inclinato
e all’altra un segreto confidato.
A sera si lasciano prendere in braccio
raccontano tutte le loro avventure
mi chiedono qualche riparazione
e una storia fatta d’immaginazione.
Riposte all’asciutto le ascolto sognare
il grande fiume i porti lontani
tante barchette di tutti i colori
correre insieme in mezzo al mare.
Per affidarle alla corrente
un’ultima cosa ancora farò.
Scriverò i nomi con i pennelli
quelli dei figli, i nomi più belli.




A cura di Daniele Crotti

Inserito lunedì 30 maggio 2011


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