16/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Se questo è un partito
Tutto si muove attorno alla gestione dell'esistente e alla conservazione di posizioni di potere come se il potere fosse lì, sempre e comunque disponibile

                           

Assisi e Gubbio si guardano soddisfatte dall'alto dei loro monti, non in cima ma a metà costa, alla maniera umbra. Che siano le città più belle di questa regione si può dire senza offendere nessuna delle altre. Tornata elettorale breve, la nostra, e soprattutto tranquilla. Nessun ballottaggio e poche sorprese, anche se le due città confermano la loro appartenenza politica, l'una a destra e l'altra a sinistra, e così le altre, a cominciare da Città di Castello, che restano quel che erano, e cioè di sinistra, come Amelia e Bevagna, o Trevi, e Nocera che invece è l'unica a cambiare ma il cambiare di Nocera è tradizione ricorrente. Certo che in queste elezioni l'Umbria ha mostrato senza risparmio il campionario invidiabile dei suoi centri storici che sono una delle ricchezze più grandi di questa regione.
Nonostante sia cambiato così poco nella geografia politica, non si può dire che tutto resta com'era. Non c'è nulla che non cambi mai, anche l'Umbria, così lungamente affezionata alla sua identità politica di sempre. C'è un'Umbria rossa ma c'è anche un'Umbria bianca o azzurra se si preferisce, anche se oggi i colori sono tutti un po' arbitrari. Si usano così, per convenzione ma anche per qualche ragione storica. L'Umbria rossa era quella della pianura, dei mezzadri del perugino e degli operai del ternano, l'Umbria bianca quella della dorsale appenninica e dei coltivatori diretti. Così siamo nati e così si è formata l'identità politica dell'Umbria. Ora, se si guarda la cartina di questa regione e i confini dei comuni, si vede un lungo passaggio a est, da Orvieto sino a Nocera e Gualdo, dal Lazio alle Marche, che taglia in due le valli in modo tale che l'Umbria di sempre, quella rossa o, se si preferisce, riformista, viene come divisa da una fascia orizzontale larga e compatta. Di destra o, almeno, amministrata da maggioranze di quella parte politica così che esistono due zone separate, a nord e a sud, di centrosinistra, che non si toccano più. Questo vuol dire che niente è immutabile e che la competizione politica è più aperta e meno legata ai vecchi insediamenti sociali e geografici, tanto meno alle ideologie del novecento. Dunque, Orvieto, Todi, Deruta, Assisi, Bastia, ritrovano Gualdo e Nocera per costituire una specie di lega al centro dell'Umbria. Tutto questo può essere solo un caso e può essere che il prossimo appuntamento elettorale cambi ancora la cartina politica di questa regione. Resta comunque un dato poco discutibile ormai. Nel confronto politico vince, soprattutto sul piano locale, chi presenta programmi o forse, ancor di più, candidati affidabili.
Questo vuol dire, ancora, che nulla è più scontato per la parte politica storicamente dominante in questa regione. Tutto, voti e consensi, si deve riconquistare ogni volta sapendo che ogni partita si può vincere ma anche perdere. C'è consapevolezza di questo cambiamento di prospettiva nella coalizione di centrosinistra e, soprattutto, nel partito democratico? A guardare dall'esterno dinamiche e comportamenti dei gruppi e delle correnti sembrerebbe proprio di no. Tutto si muove attorno alla gestione dell'esistente e alla conservazione di posizioni di potere come se il potere fosse lì, sempre e comunque disponibile. La tentazione è quella di vivere di rendita e di continuare a farlo finché dura ed anche oltre. Poi c'è il problema dell'amalgama. Pare che questo incontro tra sinistra e moderati, tra quelli della pianura e quelli della montagna, non abbia prodotto un nuovo soggetto politico riformista, ma una specie di condominio dove ognuno continua a vivere secondo le sue abitudini. Il fatto è che un conto è costruirlo a Roma, questo partito democratico, tra gli stati maggiori delle direzioni nazionali dei vecchi partiti, un altro nel territorio, dove non tutto corrisponde agli schemi disegnati sulla carta. L'Umbria è una regione dove le sinistre hanno avuto un larghissimo consenso, soprattutto tra i ceti popolari, così che la cultura cattolica e moderata ha avuto poco spazio se non alla sua destra. Diciamo la verità, i cattolici democratici in Umbria sono sempre stati quattro gatti e il resto della vecchia Dc vota a destra, almeno in larghissima parte.
Nel passato, questo ruolo di cerniera tra il Pci e le classi medie e delle professioni liberali è stato assicurato, almeno nelle dinamiche del governo locale, dai socialisti, che oggi ballano da soli, partito decisivo per la politica delle alleanze e per l'allargamento del consenso a sinistra. Il partito democratico ha dentro di sé la irrisolta questione socialista? In ogni caso non sono i cattolici democratici a poter riempire questo vuoto. Diversa la cultura e diversa la scuola politica. I cattolici sono gli eredi di un grande partito di governo e continuano a pensare come se questo partito, grande, ci sia ancora. Ma non c'è. E' il partito democratico, nella loro memoria e nei loro sogni, la vecchia Dc? Forse. Di sicuro sono ancora oggi i più bravi a costruire correnti e a raccogliere le preferenze anche se alla loro sinistra non scherzano. Già, ma i voti chi li trova? La Dc godeva di una grande rendita di posizione ma nel partito democratico, al tempo delle appartenenze liquide, i voti si trovano con l'iniziativa e l'innovazione politica. La conservazione non porta voti a sinistra. Se questo è un partito e non un condominio rissoso e inconcludente è ora che si muova, se no, il passaggio a est, da Orvieto a Gualdo, rischia di allargarsi alla prossima occasione in modo irrimediabile.
                                                                                                                                                 renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 28 aprile 2011) 



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 30 maggio 2011


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