28/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Ma il vento è cambiato?
No, le gambe delle donne non sono volgari, ma volgare è chi pensa di trasformarle in specchietto per le allodole (o si dice “allodoli”?)


Dal 23 giugno ha preso avvio  la festa del Pd di Roma, alle Terme di Caracalla.  I manifesti che   pubblicizzano  questo evento hanno una versione al maschile e una al femminile, dallo stesso titolo: Il vento è cambiato. La prima immagine  rappresenta un uomo, dalla vita in su, “professionalmente”  vestito col tradizionale completo dei colletti bianchi – e già qui qualche osservazione si potrebbe aprire -  a cui il vento solleva la cravatta verso sinistra; la seconda mostra una donna, dalla vita in giù – e anche qui, su questa decapitazione simbolica,  una qualche riflessione si potrebbe spendere – che cerca di tener ferma la gonna – già corta di suo – che il vento maliziosamente solleva. La gonna è rossa e pure le scarpette col tacco, forse un residuo tributo al colore che la sinistra storica aveva adottato ai tempi in cui il vento fischiava.  La scelta di questa immagine ha sollevato una tempesta di polemiche da parte di collettivi e associazioni di donne e anche di singole individue, a dimostrazione che il vento è cambiato, sì, ma solo sul fronte della volontà femminile di non subire più passivamente l'immaginario guardone dell'altra metà del cielo: i maschi – sempre loro! - di ogni sponda e versante. Sono passati pochi mesi da quando più di un milione di donne hanno dimostrato la propria indignazione e la volontà di mettere fine a una rappresentazione dei propri corpi e delle proprie vite che nel nostro paese ha passato da tempo i limiti della decenza e che le accoglie e presenta  sempre e solo in funzione di qualcuno o qualcosa, sia che si tratti di merci da vendere, sia che si tratti di accrescere il prestigio e il potere (ma si potrebbe dire la potenza) di uomini variamente connotati. Donne ridotte a corpi, meglio se giovani e belle, poco vestite e possibilmente senza testa. « Un paio di gambe sono automaticamente equiparabili a un'immagine offensiva o volgare come quelle delle "olgettine" che circolano sul web?» replica la segreteria del Pd  in una lettera aperta al movimento «Se non ora quando»,  e già questa frase dimostra quanta poca comprensione della protesta delle donne ci sia anche nei settori della società e della politica che si vogliono più “illuminati” e progressisti. Non sono le gambe femminili a essere volgari, neanche quelle delle ragazze che sono state sbattute sulle pagine dei giornali come immaginette peccaminose, da contrapporre ai santini dove incorniciare i ritratti delle donne “perbene”, nel solito gioco del divide et impera, a miglior gloria del maschio di turno ( no, non solo di Berlusconi si tratta), che per secoli ha chiesto alle donne di contrapporsi e “scegliere” quale ruolo rappresentare sul mercato degli scambi sessuali. La moglie, la figlia, la sorella, da proteggere e santificare, la lavoratrice fidata e silenziosa, da portare a esempio di dedizione e bovina compiacenza,  o la donna “leggera”, l'oca giuliva, la puttana, su cui esercitare la fantasia  e la pratica dell'usa e getta relazionale, tranne poi denunciarne la venialità quando la contropartita richiesta va oltre gli  specchietti e le collanine,  che l'universo dell'Uomo bianco da sempre prevede, come compenso per chi ha posto al gradino basso della sua scala valoriale. ?
No, le gambe delle donne non sono volgari, ma volgare è chi pensa di trasformarle in specchietto per le allodole (o si dice “allodoli”?) anche in un manifesto politico che vuole celebrare la speranza di un cambiamento possibile. E' vero, cari “compagni” della segreteria del pd di Roma, che il vostro manifesto  appare come una citazione del celebre fotogramma di Quando la moglie è in vacanza, dove Marylin Monroe trattiene il vestito sollevato dal vento della sotterranea , ma chi ha deciso che quel fotogramma – come dite – è diventato un'icona? Icona di che? Per chi?
 Marylin Monroe, “icona” della femminilità come piace agli uomini, morta suicida dopo una lunga storia di depressione, non è certo - per noi donne - il simbolo di una femminilità vincente, e dunque  se mai tale citazione è un motivo in più per  continuare a dire: Basta! a operazioni come questa che avete maldestramente posto in essere, e a sperare che il vento torni a spirare in direzione di cambiamenti meno di superficie, portando voci che raccontano altre storie, finalmente possibili.
Se non ora, quando? 



Silvana Sonno

Inserito venerdì 24 giugno 2011


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