25/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Da Spoleto a Perugia
Ci dovrà essere, in questo discorso del giorno dopo, chi ci ricorderà il miracolo di una regione che tiene aperto il sipario su due manifestazioni di assoluto livello

Una volta i due festival chiudevano insieme la stessa sera di una domenica di luglio. C'era il tempo, volendo, di andare da Spoleto a Perugia e di non perdersi nulla di quella notte magica. Giusto una mezz'oretta lungo la valle umbra per vedere accendersi, viaggiando, le prime luci di Assisi davanti alla basilica di san Francesco e di scorgere, da lontano, i campanili gotici di Perugia. Da piazza del Duomo a piazza IV Novembre, dalla musica del secolo romantico, strutturata come una cattedrale, a quella informale e improvvisata della modernità, dall'America all'Europa e ritorno. I due mondi, appunto. Perugia e Spoleto sono ancora oggi le capitali di due eventi straordinari che hanno attraversato decenni cruciali del secondo Novecento e che si ostinano a parlare ancora al mondo della cultura e dello spettacolo nelle calde estati italiane di un altro secolo.
Quando i due mondi si incontrarono per la prima volta nel 1958, l'Italia era già stanca degli anni cinquanta, ma Spoleto era perfetta per Giancarlo Menotti, ancora così città del silenzio e dunque posto ideale per parlare solo il linguaggio dell'arte, anche se in piazza Duomo ci passavano ancora le auto. Umbria Jazz è nata in un'altra epoca, nel '73, dentro quel decennio tumultuoso che avrebbe segnato il paese per sempre. Due periodi della storia decisivi e così importanti per l'Umbria che durante quei quindici anni esce dall'isolamento per cominciare finalmente a parlare con la modernità e le contraddizioni italiane.
E' da un sacco di tempo, e cioè dall'alto medioevo che Perugia e Spoleto si guardano dall'alto dei loro colli con scarsa simpatia. Spoleto è stata capitale longobarda, Perugia un territorio bizantino. Quando, l'altro ieri, e cioè dopo l'unità d'Italia, Perugia divenne la capitale di una  provincia più grande dell'Umbria a Spoleto non la presero molto bene. Ora che le gerarchie sono stabilite, ognuna sta al proprio posto, anche nei rispettivi festival. A Spoleto non c'è soltanto la musica, ma anche la prosa, la danza, la poesia. Quello di Spoleto è un festival con molti linguaggi, quello di Perugia segue il ritmo afroamericano, dolente e disperato, anche se il jazz è da tempo una lingua universale e del tempo moderno. C'è in questa storia dei festival umbri un po' di cultura classica e un po' di mondo nuovo, un po' di accademia e un po' di trasgressione. Ripetere e innovare, guardare il passato e anticipare il futuro. Spoleto è la grande "Traviata" di Luchino Visconti del '63 e anche "Bella Ciao" del Nuovo canzoniere italiano l'anno dopo, scandalo e buone maniere, come la Violetta di Verdi. E' così lunga la sua storia da aver perso ormai nel passare del tempo i suoi grandi protagonisti. E' rimasta lei, Anna Maria Guarnieri, a ricordarci il festival del '58 e di nuovo sul palco quest'anno. Magari potremo avere ancora Franco Zeffirelli, presente in quella prima edizione con due regie. A Spoleto, Giancarlo Menotti, il padre del festival, ha scoperto la ricchezza della provincia italiana e l'ha mostrata agli americani e agli intellettuali europei. Il suo è stato una specie di "Grand tour" del Novecento iniziato e finito in piazza del Duomo sopra quella scalinata che somiglia a un teatro greco. La provincia, una delle grandi ricchezze italiane, una eccellenza irripetibile, il volto multiforme e così speciale di una nazione. Per questo i due festival umbri, pur così diversi, si somigliano più di quanto si possa semplicemente immaginare. Nascono proprio nella provincia e vivono nei suoi spazi unici che non sono le grandi scenografie barocche romane, la razionalità un po' parigina di Torino, i vicoli spagnoli di Napoli. Sono i luoghi della civiltà dei comuni e delle piccole capitali senza tempo, le piazze e i teatri storici, i silenzi che non si lasciano cancellare dal correre contemporaneo.
Adesso, e per un po', si smontano le tende e si aspetta il ritorno della vita di ogni giorno e dell'afa indolente di agosto. Non sempre può essere festa. A Perugia, lungo corso Vannucci, resteranno gli ombrelloni dei bar in attesa dei nuovi turisti e dei grande eventi che verranno. Adesso si chiamano così, Grandi Eventi, con un sacco di maiuscole, come le Grandi Opere che ci hanno afflitto per un decennio. Tutto dev'essere grande nelle nostre piccole città, e tutto dev'essere evento così che, alla fine, non si riesce a distinguere ciò che ci circonda e ciò che vediamo veramente.
Tra qualche giorno il grande vecchio di Umbria jazz, Carlo Pagnotta, racconterà alla stampa la storia di quest'anno, del successo di pubblico e dei biglietti venduti e, forse, delle difficoltà finanziarie che non sono poche e dovrà rispondere, con il caratterino che si ritrova, a chi gli parlerà inevitabilmente di una manifestazione che non è più, come le stagioni, quella di una volta e così poco coraggiosa e così tanto presa dai grandi nomi. Ci dovrà essere, in questo discorso del giorno dopo, chi ci ricorderà il miracolo di una regione che tiene aperto il sipario su due manifestazioni di assoluto livello in tempi così magri quando, come tutti sanno, con la cultura non si mangia. Può darsi, però si può sognare, come in una notte di mezza estate qual è quella che ancora ci accompagna.
                                                                                                                                                   renzo.massarelli@alice.it
(per il Corriere dell'Umbria, sabato 16 luglio 2011)   



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 25 luglio 2011


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Commenti

Nome: Antonio
Commento: Ma da quando la musica di Carlos Santana è Jazz ?

Nome: marcello
Commento: Per chi volesse vivere (o rivivere) l'atmosfera culturale degli anni '60 e in particolare quella dei primi Festival dei Due Mondi consiglio la lettura (o rilettura) di Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino, Feltrinelli 1963.

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