22/01/2021
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La terza Italia, non l'ultima
Questo modello che propone l'ambiente come valore non trattabile, cultura e sviluppo sostenibile, non si vede tra le valli del vasto territorio perugino dove imperversa l'asfalto e il cemento armato

 

E' molto facile ma anche molto difficile, nell'Italia delle regioni, cogliere l'identità dell'Umbria. Certo, la si può riconoscere dal paesaggio, così diverso da quello toscano e da quello laziale, un po' meno dalle colline marchigiane, o scoprirlo guardando le sue chiese romaniche o gotiche, quasi tutte, ma se si ascolta il parlare della gente si capisce subito che non esiste una lingua, un accento, insomma un dialetto che possa unificare questa regione come capita altrove. La somiglianza, anche in questo caso, torna alle Marche, anch'esse divise tra Pesaro che è già Romagna e Ascoli che sente il profumo delle vallate abruzzesi.
L'Umbria si può capire solo se si accetta la sua diversità, l'equilibrio di una regione così piccola e pur composta da tanti diversi territori. Qui sta la sua forza ma anche la sua debolezza. In fondo, la provincia di Terni potrebbe andarsene con il Lazio, i comuni della montagna stare con le Marche, e l'alto Tevere con la Toscana così che alla fine resterebbe la valle umbra e la media valle del Tevere, il nocciolo duro di una terra il cui nome compare nelle cartine alle soglie del Rinascimento dopo esserne uscita per più di mille anni. Per questo, più che la storia è stata l'iniziativa sociale, politica e amministrativa delle classi dirigenti nel corso del Novecento a darle forma e sostanza, entro i confini che conosciamo.
Una invenzione istituzionale, questo siamo, al centro della penisola e lontano dal mare. Per questo c'è sempre qualcuno, ogni tanto, che propone di cancellare questa regione e unificarla con la Toscana o con le Marche. Uno dei tanti costi della politica siamo diventati, e non più una risorsa nel vasto crogiolo di storie e culture del nostro paese. Siamo piccoli, anche se siamo belli, e questo non va bene per tutti quelli che pensano a tagliare e non anche a creare nuove opportunità. E' come una forza iconoclasta alto medievale il tempo nostro. Se così è, non basta arrabbiarsi e rispondere per le rime come ha fatto la presidente della regione Catiuscia Marini. Serve altro, perché contro i luoghi comuni e i pensieri semplici non c'è partita, vincono loro, i pensieri semplici. Dunque, occorre muoversi perché l'arte e la cultura nostra non ci basteranno.
L'Umbria deve tornare a parlare all'Italia, ad essere una voce singolare e ascoltata, solo così la smetteranno di dire che siamo troppo piccoli. L'Olanda non è una nazione piccola? e il Lussemburgo? beh, nessuno si sogna di dire che sono un lusso per l'Europa. Poi c'è questo progetto dell'Italia di mezzo che non fa passi in avanti. E' stato già accantonato? L'Umbria dovrebbe muoversi perché soltanto dentro un'idea più grande non sarà considerata troppo piccola. Non si tratta, per le regioni del centro, di mettersi d'accordo per progettare insieme qualche superstrada ma di proporre nuovi percorsi per la qualità di un nuovo sviluppo futuro. Questo compito non sta solo alle regioni ma alla rete delle autonomie locali, alla province e soprattutto ai comuni, cominciando dai due capoluoghi, Perugia e Terni, che oggi tirano a campare accanto alle molte certezze del passato e a quelle scarse del futuro.
E' un pensiero debole quello che ci perseguita e un passo lento come  di chi sale le scale delle nostre città in collina. Sono vent'anni che Terni cerca la sua strada dopo il doloroso processo di ridimensionamento industriale, ma il lutto non è stato compiutamente elaborato. A Perugia non mancano potenzialità ma, alla fine, lo sviluppo si alimenta grazie al pubblico impiego, l'industria più grande sulla quale può contare, e a un terziario non propriamente avanzato.
Essere l'Italia di mezzo non vuol dire "terza Italia" come si pensava una volta si dovesse definire questa parte nobile del paese che corre, non si deve dimenticarlo, da Roma a Firenze, per dire. Anche quell'Italia della quale si parlava poco, stretta tra i successi del nord e le emergenze del sud, non era terza, cioè ultima, ma diversa e alla ricerca di una identità propria. Non dovremmo essere terzi, soprattutto nella nostra identità di genere, e cioè in un paese che sedimenta qui il suo compromesso più alto tra il modello non sempre virtuoso del nord e l'eterno immobilismo del sud. E' questa la sintesi dell'Italia migliore che dovremmo e potremmo produrre, ma questa cosa non si fa da soli. Occorre che l'Umbria si confronti con le regioni vicine, a cominciare dalle Marche, la regione gemella. Le città dovrebbero favorire questo processo, muoversi tra progetto e innovazione, anche quelle piccole e medie, ma, certo, è a Perugia, il capoluogo, che spetta il compito più impegnativo, per tante ragioni, non certo solo per quelle istituzionali.
Questo modello che propone l'ambiente come valore non trattabile, cultura e sviluppo sostenibile, non si vede tra le valli del vasto territorio perugino dove imperversa l'asfalto e il cemento armato. Qualche giorno fa, per dire, l'assessore all'urbanistica che è una signora dal linguaggio forte e deciso ha detto, con molto orgoglio, che a San Martino in Campo sorgerà un altro quartiere commerciale subito dopo l'arrivo di Ikea. Ci stiamo giocando l'ultimo lembo di campagna irripetibile tra la valle del  Tevere e le colline che sono rimaste per cinque secoli le stesse che ha dipinto il Perugino. Ecco, questa è davvero la terza Italia, cioè l'ultima.
                                                                                                                                                      renzo.massarelli@alice.it
(per Il Corriere dell'Umbria, sabato 30 luglio 2011)     



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 1 agosto 2011


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