28/01/2020
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L’albero del Sicomoro
Un omaggio a Orazio Antinori e al Ficus sycomorus

“… non meno degli Dei,
non meno dei simulacri d’oro e d’argento,
si adoravano gli alberi maestosi delle foreste”.

(Plinio il Vecchio, da Naturalis Historia)


A Lét Marefià, “il luogo dove riposano i sapienti”, in terra d’Africa, in Etiopia, all’ombra di un plurisecolare albero di Ficus sycomorus, riposano tuttora le spoglie dell’esploratore e naturalista perugino Orazio Antonori (Perugia 23 ottobre1811, Lét Marefià, 26 agosto1882).
“Insomma, è lecito e doveroso riconoscere che le radici del contributo italiano alla storia naturale del Corno d’Africa affondano fondamentalmente, in buona parte, nello stimolato operato di Orazio Antinori, di quel vecchio «ferènghi» dalla lunga barba bianca che tanto amò quelle lontane terre d’Africa. Nel cui grembo, per sua espressa volontà, riposano ancora le sue spoglie, sotto un plurisecolare Fico sicomoro che si staglia maestoso contro il cielo del pianoro di Lét Marefià, laddove il fresco e verdeggiante altopiano di Ankober degrada verso le torride ed aride pianure della valle dell’Hawash: «Meglio cento volte la tenda del beduino, meglio il dorso del cammello, meglio la continua lotta e la sublime incertezza dell’indomani… io voglio morire in Africa, libero come la natura»”. Fu al riparo delle fronde di questo meraviglioso albero che Antonori amava trascorrere i  momenti più assolati e caldi delle sue intense giornate di lavoro da naturalista; qui, a Lét Marefià, grazie al suo impegno, nacque infatti la prima stazione geografica e scientifica italiana.” (in: ‘Lét Marefià. Il luogo ove riposano i sapienti,  cura di A. Barili et al., ali&no editrice, PG, 2010).

Da una relazione di O. Antinori alla ‘SGI’, 1878 (vedi bibliografia): “… Una Bignonacea, che somiglia alla B. catalpa, assieme ai Sicomori e a una Tilacea, sono generalmente impiegate a fare ombra alle capanne degli Sciuma, piccoli e grandi Capi, e anche dei piccoli proprietari…”.

E nella lettera inviata al fratello Raffaele, da Lét (Lit) Merefià, nel 1879, l’Antinori sottolinea: “… Né manca alla decorazione, fuori, sulla sinistra del nostro recinto, in gigantesco sicomoro di 10 metri di circonferenza, 40 d’altezza, il quale colla sua verdura difende dal sole nelle ore calde, e coi suoi rami tronchi, elevati, brulli di foglie per antico tempo, fornisce un prezioso materiale alle mie collezioni, negli uccelli, specialmente rapaci, che in que’ tronconi vanno a posarsi. …”.

Il sicomoro, Ficus sycomorus L., è una pianta appartenente alla famiglia delle Moraceae, diffusa in Medio Oriente a in Africa: è infatti presente in Egitto, Siria e Palestina, nel sud della penisola arabica (Yemen, l’Arabia felix), nell’Africa sub - sahariana dal Pacifico all’Atlantico, nel Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenia) sino alle zone più settentrionali del Sud Africa. Sarebbe presente anche in ristrette o ristrettissime aree di Cipro e del Madagascar.
Nella mitologia egizia il sicomoro era albero consacrato alla dea Hathor, detta anche la "Signora (o Dea) del sicomoro”. Era considerato simbolo di immortalità e il suo legno era usato per la fabbricazione dei sarcofagi.
E così, nel Libro di Amos, redatto ai tempi del Regno di Giuda attorno al 775-750 a.C., il profeta omonimo asserisce di essere stato, prima di dedicarsi alla missione profetica, "un pastore e raccoglitore di sicomori”; il che testimonia che in quell'epoca l'albero era già presente in Palestina e utilizzato dall'uomo.

La presenza del sicomoro in Palestina e in Eritrea, di cui è un simbolo, la fa a me pianta particolarmente gradita, come leggerete nel proseguo di queste mie note.

Dallo Zingarelli2011:
Sicomòro o (raro) sicòmoro [dal lat. sycõmoru(m), dal gr. Sykómoros, comp.  di sykon ‘fico’ e móron ‘mora’ * av.1320] s. m. 1 Grande albero africano delle Moracee, anticamente fornitore di legno per sarcofagi egiziani (Ficus sycomorus). 

Il legno è alquanto tenero e poroso e molto inferiore a quello del cedro, ma essendo assai resistente era largamente usato nell’edilizia, nell’antico Egitto, e sarcofaghi, per l’appunto, di sicomoro contenenti mummie sono stati rinvenuti in tombe egiziane e sono ancora in buone condizioni dopo circa 3.000 anni.

In ‘Breviario Mediterraneo’, di Predag Matvejevic (Garzanti, 2010), si legge, anche: “Le denominazioni e le forme delle navi, le loro origini e qualità peculiari sono state descritte in grandi libri, vecchi e nuovi, con i quali non vogliamo né possiamo misurarci… omissis… Si tratta di barche in legno di acacia o sicomoro, e anche di papiro… “.


Recita la poesia di Mauro Mario Gilodi:

Il legno del sicomoro

Non ho mani / dure abbastanza lo so
sono bianche / pulite e lisce le mie mani
non sono dure abbastanza / per il legno del sicomoro.
Non ho mani / semplici lo so
sono contorte e tormentate / lunghe e sguscianti
non semplici / per il legno del sicomoro.
Pure vorrei mani / grosse e callose
umili / per battere ed incidere
segare e piallare / il tuo cuore di sicomoro
così duro e semplice / ove scolpirvi
in eterno il mio nome.

Le diverse specie di Ficus hanno in genere un rapporto strettamente specie-specifico con i loro impollinatori, che sono tutti imenotteri della famiglia Agaonidae. Il sicomoro rappresenta una eccezione in quanto può essere impollinato da due differenti agaonidi, Ceratosolen arabicus e Ceratosolen galili, che condivide con un'altra specie africana, Ficus mucuso.
Il Ficus sycomorus produce frutti simili a quelli del fico comune mentre le foglie assomigliano a quelle del gelso. Può raggiungere un’altezza di 10-15 m (chi dice 20, chi sino a 40 m), è robusto e può vivere per parecchi secoli. Io ne ricordo numerosi, imponenti, nella ‘Valle dei Sicomori’, in Eritrea, nel sud dell’Hamasien, se male non ricordo. Non li ho certo misurati, ma i 30 – 40 metri d’altezza erano probabili, il tronco poteva presentare una circonferenza anche di ben oltre dieci metri, ma quello che più mi colpì fu la loro ampia chioma, un immenso ombrellone naturale, che poteva contenere sotto la sua ombra oltre trecento persone!
A differenza del fico comune, il sicomoro è un sempreverde. Le sue foglie cuoriformi sono più piccole di quelle del fico, ma il fogliame è folto ed esteso e fa una bella ombra. Per questa ragione veniva spesso piantato ai margini delle strade. Il tronco tozzo e robusto si dirama quasi subito e i rami più bassi sono vicino a terra.
Le foglie hanno forma ovale con apice rotondo. Raggiungono i 14 cm di lunghezza per 10 cm di larghezza, e sono disposte a spirale intorno ai rami.
Il frutto è abbondante, ma i fichi sono più piccoli e più scadenti di quelli del fico comune. I coltivatori di sicomori egiziani e ciprioti hanno tuttora l’abitudine di pungere i fichi ancora acerbi con un ago o un altro oggetto acuminato per renderli commestibili. Pungendo i fichi di sicomoro non ancora maturi si produce un netto aumento nell’emanazione di etilene, gas che accelera notevolmente la crescita e la maturazione del frutto (da tre a otto volte). Questo è importante perché altrimenti il frutto non raggiunge il pieno sviluppo e rimane duro, oppure viene rovinato da parassiti come le vespe che vi nidificano. Ma, quello che comunemente viene ritenuto il frutto è in realtà una grossa infiorescenza carnosa piriforme (siconio), all'interno della quale sono racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; una piccola apertura apicale, detta ostiolo, consente l'entrata degli imenotteri pronubi; i veri frutti, che si sviluppano all'interno dell'infiorescenza, sono dei piccoli acheni.

Pochi istanti sul sicomoro 

(una poesia di Fabio Mancini)

Raggomitolato nel mio angolo, / non ho mai pianto, né pensiero
alcuno ha ricamato compassione / del Tuo patire. Tu, crocifisso nella mia casa,
con i miei peccati a infierire sul tuo corpo, / incapace di frenare la lingua, l’orgoglio, la mano.
Come cambiare un cuore corrotto, senza violare / il libero arbitrio? Come guardarti senza sentirmi in colpa?
Una piccola  croce mi hai dato, perché nella sofferenza / un poco  ti assomigliassi e nel silenzio della mia anima
i Tuoi pensieri scandissero giocose emozioni.

Una leggenda riferita al Nuovo testamento, racconta che Giuda Iscariota si impiccò ad un albero di sicomoro.
Ne ‘La leggenda di Olaf’ (canzone con testo e musica di R. Vecchioni) ascoltiamo il brano:

Capì d’aver ucciso per essere qualcuno
Capì d’aver amato il giorno di nessuno,
la strada all’improvviso, la strada si accorciò
e sotto un sicomoro la gola s’impiccò.


Avete letto il racconto “L’albero di sicomoro”, dello scrittore egiziano Mohamed Salmawy? Eccovene un frammento:

“L’albero di sicomoro provò una struggente nostalgia per i giorni della sua infanzia quando si divertiva a giocare con le brezze leggere e i suoi rami toccavano i rami degli altri alberi, fratelli allineati sullo stesso lato della strada, come bambini che, riparandosi alla sua ombra si afferrano felici le mani in giochi interminabili…”.

Rimaniamo in terra di Palestina, prima di scendere e arrivare in Eritrea.

In “La vita in Cristo e nella Chiesa” (Anno LVII, n° 6), scovato, come tanto altro, via Internet:

Le piante nel Vangelo: il Sicomoro

Il sicomoro è un albero di origine africana dal frutto dolce, simile a un fico, cosa del resto evidenziata già dall’etimologia greca del suo stesso nome. Proprio intorno a quest’albero è ambientato l’episodio dell’incontro tra Gesù e Zaccheo.
«Entrato nella città di Gerico [tuttora in Cisgiordania; nds], la stava attraversando. Ora, un uomo di nome Zaccheo, che era a capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi fosse Gesù, ma non ci riusciva; c’era infatti molta gente ed egli era troppo piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, si arrampicò sopra un sicomoro, perché Gesù doveva passare di là. Gesù, arrivando a quel punto, alzò gli occhi e gli disse: “Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese subito e lo accolse con gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Signore, io do ai poveri la metà dei miei beni e se ho rubato a qualcuno gli restituisco il quadruplo”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è il figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”» (Lc 19, 1-10).

Lascio all’interessato continuare la lettura di questo argomento: basta ricercarlo online. Né è mio scopo commentare questi testi religiosi, queste parabole o altro di simile. La storia, in quanto tale, è altra cosa.
Orazio Antinori viaggiò molto. Andò in Turchia, in Tunisia, in Egitto, nell’attuale Sudan, in Eritrea, in Etiopia, e altrove. Ivi lo spinsi la passione dell’esploratore e del naturalista, che, grazie alla sua abilità di tassidermista, poté creare un ricchissima collezione di animali, insetti e quant’altro.
In lingua amharica (amarico) sicomoro si chiama shola o warka.
Interessantissima la sua esperienza eritrea, nella terra dei Bogos (attorno alla attuale città di Cheren o Keren). E proprio nel libro, curato da M. Donati (Viaggio nei Bogos, EFFE, Perugia, 2000) possiamo leggere:

“A distrarmi dalla malinconia per la partenza dell’amico e compagno sopraggiunse la festa annuale pastorizia dei Bogos. Il 25 settembre, giorno della nuova luna, la prima del nuovo anno abissinese, che dalle famiglie abissine residenti a Keren era stato celebrato il 9, numerose mandrie di bovi cominciarono di buon mattino a giungere a Keren provenienti dai differenti villaggi dei Bogos. Alla sera quasi seimila capi di bestiame, tra bovi, vacche e vitelli si trovarono accampati sopra un basso terreno della Missione, posto all’oriente del villaggio, là appunto dove sorgeva un grosso albero di sicomoro. Appena fu notte si accesero per tutto il campo dei fuochi, che, veduti in distanza, facevano un effetto meraviglioso. Le fiamme che si alzavano dal suolo, tramandando una viva luce rossa sui coni nudi dei monti circostanti, li illuminavano per modo da produrre un contrasto mirabile con le oscure ombre della notte e con le tetre masse granitiche che ne rimanevano prive. Un gruppo d’uomini ammantati di bianco sedeva sotto il sicomoro, ed attorno ad essi una folla di gente occupata in danze fantastiche accompagnate da cantilene, da suoni di trombe e di tamburi e, di tratto in tratto, da colpi d’arma da fuoco”.

Quanti ricordi. Avrei voluto scrivere un mio racconto, un mio ricordo sul sicomoro e sulla valle dei sicomori là, a sud dell’Hamasien. Lo faccio attraverso questa bella memoria di mio figlio Luca, che là lo portai quando venne con mio nipote a trovarmi nel lontano 1998.

“Davanti alla scelta di vedere le isole Dalakh o viaggiare verso l'interno dell'Eritrea, né io né mio cugino avemmo dubbi. Il precedente fine settimana a Massaua aveva scosso entrambi: a me per le zanzare che ti tormentavano senza sosta tutto il giorno, a lui per le temperature proibitive, 31° alle 21 di sera del 6 dicembre con una umidità prossima al 100%. Non potevamo ripetere l'esperienza del mare. Proprio no. Poi eravamo riusciti ad avere al Ministero della Cultura i lasciapassare per le zone archeologiche dell'interno, degli altipiani, e l'idea di inoltrarsi per le montagne che vanno verso la mitica Axum, avvicinarsi al cuore del corno d'Africa, della civiltà del mondo, ci rendeva tutto molto avventuroso. Fu così che partimmo in tre, papà, cugino ed io. Dopo pochi chilometri della strada imperiale (dico pochi per la quantità, ma in Africa anche dieci chilometri sembrano sessanta nostri... anche se la strada non è male, non ho mai capito perché), alla nostra sinistra, il primo sicomoro. Da botanico ero partito con l'idea del baobab e il sicomoro non me l'aspettavo, almeno non così. Né la banconota da 5 nakfa, né le generose descrizioni delle guide, meno che meno le mie parole, possono descrivere l'emozione di un amante degli alberi di fronte a un sicomoro adulto. Un'impressione di forza, opulenza, ricchezza, regalità, ma senza supponenza. Una pianta maestosa ma parca, vistosa ma timida, semplicemente enorme. delle dimensioni che non riesco a spiegare. Non basta dire che la chioma può avere diametri di 30-40-100 metri e che la relativa ombra accoglie tantissimo potenziale pubblico, perché se non si osservano gli altri pezzi anatomici non si capisce. Un sicomoro adulto non è arrampicabile. Le branche sono troppo grandi, immense ben oltre il fusto di una nostra quercia. Le foglie sono intere, sane e molto ordinate. I frutti sono dei fichi piccoli piccoli non commestibili o comunque non utilizzati dall'uomo. Il bello è anche questo. Dalla terra più arida, riarsa, sassosa e povera che esista, nascono dei mostri di dimensioni incredibili, stanno in genere molto bene e sono di fatto inutilizzati dall'uomo, quasi a insegnarci che la natura non fa sempre e solo tutto per noi o per gli animali o per chissà chi. Fa e basta. Insomma alla nostra sinistra vediamo il primo alberone, poi il secondo, il terzo e via. Arriviamo nella valle dei sicomori. Impongo una sosta. Un'altra cosa che mi è rimasta impressa è che arrivi sotto il sicomoro e vedi il successivo dinnanzi a te, cammini cammini  e non ci arrivi mai. La valle dei sicomori mi parve immensa e tra un albero e l'altro le distanze erano davvero notevoli. A un certo punto scorgiamo movimento sotto l'albero successivo e ci muoviamo. Forse in gita, forse al fresco, forse una lezione all'aperto, non so perché, ma un'intera scuola elementare stazionava sotto un grandissimo sicomoro. Siamo stati immediatamente assaltati dai bambini, belli, allegri, molto felici di vederci e, più che altro, tanti, ma tanti! Un po' sopraffatto dalla situazione cerco di liberarmi e grido loro 'Asdà' come Mauro mi aveva insegnato qualche giorno prima. Non se ne vanno. E io 'Asdà'. Non se ne vanno ma sento un leggero 'Asdà' di ritorno, una leggerissima eco. Riprovo e l’ eco si fa più forte. Al mio quarto 'Asdà' l'urlo dei bambini è pieno. 'Asdà', 'ASDA'!!!!!'. Vado avanti così almeno altre due volte, poi la mente diabolica e malata entra in azione. Cerco di mettermi in posizione un po' più elevata, è quasi impossibile, alzo il mio braccio verso il cielo e urlo 'Grifo!' e sento sotto di me 'Grifo!'. 'Grifo!', 'GRIFO!', 'Grifo!', 'GRIFO!'. La scena dura alcuni secondi ma di gioia vera e spensierata. Ecco a che serve il sicomoro. Ti ci senti bene, ci stai bene, ci trovi i bambini, canti, strilli, urli, tifi. Speriamo di rivederli presto.”

Mi congedo. Avrei potuto proponendovi un lungo racconto, “All’ombra del sicomoro”, di L. Camponesco (La vita di una donna fra vicende politiche, passioni e amore per la sua terra: Rhodesia del Nord, 1963) o con tanti altre note, poesie, fiabe, che parlano del ‘nostro’ albero, il ‘sicomoro’, che si possono reperire, sin troppo facilmente ‘navigando in Internet’, come si suole dire (debbo vergognarmene?). Mi commiato con questa poesia di tal Ary (scoperta sempre navigando l’informatica).

L'ombra del sicomoro
 
  
Con dita leggere
sogno di volare sulle vette
dei suoi occhi nascosti alla vita
e disegnare voli di uccelli bianchi senza zampe
ché l’oceano delle vittorie è illusione e dannazione
nel grembo di una madre malata.

Dentro la tenebra non nascono fiori e non muoiono serpi,
divorate da dei bizantini le ali di libellule dimenticano il cielo.
Ma di quel mattino, in cui i gatti seppellivano ossa di cristallo,
non mi rimane che l’ombra graffiata del sicomoro.

Me, misero connubio di foreste laviche e fiumi di lava
abbraccio funeree vestali che danzano balli senza tempo,
incarto caramelle per due soldi
e regalo brividi ai passanti.

E se dovessi chiedere qualcosa di più alla vita
chiederei di leggere il sole nei suoi occhi e il mare
nella mia anima.

autunno 2011

Bibliografia

1. Orazio Antinori. VIAGGIO NEI BOGOS. A cura di Manlio Donati, EFFE Editore, Perugia, 2000
2. Angelo Barili, Roberta Rossi, Sergio Gentili, Bruno Romano (a cura di). Lét Marefià. Il luogo ove riposano i sapienti. ali&no editrice, Perugia, 2010
3. Enrico Castelli (a cura di). ORAZIO ANTINORI in Africa Centrale, 1859 – 1861. Sopraintendenza Archeologica per l’Umbria, Ministero BCA, Comune di PG, Cassa di Risparmio di Perugia, 1984
4. Angelo Barili, Roberta Rossi, Sergio Gentili, Bruno Romano (a cura di). Un naturalista Perugino nel Corno d’Africa. ali&no editrice, Perugia, 2007


         



Daniele Crotti

Inserito giovedì 25 agosto 2011


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Commenti

Nome: rosanna
Commento: Esauriente spiegazione riassuntiva, sulle origini e storia di quest'albero. Complementi

Nome: marcello
Commento: Complimenti a Daniele e alla sua oculatezza di buon ricercatore. In periodi storici così oscuri come quelli attuali, fa proprio bene alla salute un po' di "sana" storia"! Grazie

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