22/01/2021
direttore Renzo Zuccherini

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Donna di province
Siamo nell'Italia di mezzo, lì dove sono ancora forti il senso civico e il valore di una comunità. Però tutto questo non è più il centro della politica

Se un giorno riusciranno a cancellarle davvero, le Province resterebbero a quel punto soltanto un'espressione geografica e non più istituzioni che la maggior parte dei cittadini, in realtà, non ha mai capito bene di cosa si debbano occupare. Eppure le loro competenze non sono secondarie. L'ambiente, la scuola, i trasporti, le strade, l'istruzione professionale. Le Province hanno anche una loro polizia, figuriamoci. Eppure tutti ormai sono convinti che sia un grande affare abolirle. Chi si occuperà dopo di tutti questi problemi? qualcun altro, i Comuni o le Regioni, direttamente. Semplice.
A queste curiose e discrete istituzioni hanno cominciato a guardare da un po' di tempo tutti coloro che sono alle ricerca dei responsabili degli sprechi italiani. C'è chi ha già fatto i conti, beato lui, e sa quanto si risparmierà dopo il taglio fatidico. Però c'è anche chi sta studiando il modo per sostituire le Province con qualche altra cosa perché alla fine, dicono gli esperti, un ente che resti a metà strada tra le Regioni e i Comuni ci dovrà pur essere. Che i problemi finanziari italiani siano una cosa seria è sicuro, che le soluzioni per rimediare saranno, alla fine, serie anch'esse sarà tutto da vedere.
Si sta diffondendo ormai una concezione un po' ragionieristica della funzione delle istituzioni senza troppo discernimento sull'utilità reale delle cose che si vogliono tagliare. Oggi tocca alle Province, domani sarà la volta delle Regioni o chissà che cosa. E pensare che ai tempi dello Stato del Vaticano, tempi non propriamente floridi, in Umbria c'erano tre province, Perugia, Spoleto e Orvieto. Poi sarà in rispetto alla concezione centralista seguita all'unità d'Italia che tutto si risolverà nella grande Provincia dell'Umbria con capoluogo Perugia. Con il fascismo si tornerà a due, con Terni che affermerà il suo primato sui miti del novecento ("la città dinamica") suscitando non poche proteste sia a Spoleto che a Orvieto. Dunque Perugia e Terni, con i territori tracciati un po' a caso, sino a oggi. Da quale parte si voglia guardare questa storia, i cambiamenti non sono mai stati giustificati da ragioni economiche ma politiche. Ogni regime ha operato scelte coerenti con la sua concezione del potere e dello Stato. Se oggi si volessero introdurre delle modifiche, queste non dovrebbero far parte di una manovra economica ma di una riforma delle autonomie locali. Che c'entrano con i costi della politica le Province? Le Province non sono state inventate dalla casta, c'erano già nell'impero di Roma e poi nell'alto medioevo. Anche Dante le guardava con grande rispetto. "Non donna di province ma bordello", diceva, pensando ai destini dell'Italia e alla sua stessa patria, Firenze. Dunque, le Province appartengono alla storia e non meritano di finire nel calderone di una manovra economica che cambia ogni giorno come il tempo a marzo. Si possono abolire certo, ma sapendo cosa si vuol fare di questo paese e indicando scelte che ci regalino una nuova speranza di progresso e di sviluppo economico e sociale e forme diverse e più alte di democrazia.
Certo, c'è da interrogarsi sui motivi di una così distratta considerazione da parte degli stessi cittadini, non soltanto delle Province, ma delle istituzioni in genere. Per dire, Terni ha guardato le bislacche regole che le toglievano la sua funzione politica primaria, quella di essere una delle Province di questo paese, con rassegnazione, come se quella scelta fosse, in fondo, inevitabile. In tutte le cose c'è un inizio e una fine e quindi, con l'aria che tira, su questa storia della provincia di Terni, così piccola e così mal disegnata, si poteva anche scrivere la parola conclusiva. Del resto, gli stessi partiti, quando devono collocare qualche dirigente in fase calante, lo candidano in Provincia, l'ente di minor peso politico, un posto per chiudere in bellezza la carriera.
Questo disincanto popolare nei confronti delle pubbliche istituzioni nasce nel cuore della crisi e delle incertezze del tempo presente. Quindi, prima di tutto vivere e poi filosofare nelle aule dei consigli dove si parla e si perde tempo. Se così è, tutto diventa costo della politica e nulla è più popolare che il tagliare. Ma c'è anche un secondo aspetto sul quale è utile riflettere. E' vero, gli enti locali servono per un sacco di motivi, la loro ragione sociale è fuori discussione, ma essi sono visti ormai come una specie di agenzia che eroga semplicemente servizi, magari sempre più costosa e sempre meno efficiente. Si è perso per strada il senso di appartenenza e il valore simbolico di un palazzo pubblico, la sua forza evocativa, il centro di una comunità. Bandiere e gonfaloni non parlano più alla folla, neppure quando appaiono, come fosse una  processione, in qualche manifestazione pubblica.
Molto spesso è anche difficile capire il senso delle scelte che vengono compiute dal palazzo. Dove sta la politica e il suo linguaggio, dove stanno i progressisti e dove i conservatori, dove la sinistra e dove la destra? Se questo non c'è, allora basta un amministratore delegato, un podestà, un tecnico qualsiasi. Così è anche in Umbria, non ci possiamo illudere di trovarvi qualcosa di meglio. E' vero, qui da noi c'è più stato sociale, cioè più asili nido, più assistenza, una sanità apprezzabile, si vede ancora che c'è una rete alla quale il cittadino, in diverse fasi della sua vita, può rivolgersi. Non a caso siamo nell'Italia di mezzo, lì dove sono ancora forti il senso civico e il valore di una comunità. Però tutto questo non è più il centro della politica. Il futuro non ha più un cuore antico e le idee migliori resistono finché dura, poi si vedrà. A tutto questo si aggiungono in questi giorni i tagli pesantissimi al complesso delle autonomie locali e tutto torna a essere ancor più difficile.
Se essere piccoli, secondo le ragioni dell'economia e secondo la filosofia della stessa manovra finanziaria che si cerca di definire, è un grave limite, non tutto si fermerà di fronte alla proposta di cancellare prima la provincia di Terni e poi tutte le Province. Dovevamo avere una Regione leggera, fortunato slogan degli anni novanta, e ci ritroveremo una Regione pesantissima, per competenze e per personale. Una Regione piccola e grassa, e dunque così poco attraente, resisterà nel mercato della politica lo spazio di un mattino. Non basterà, davvero, indignarsi e protestare se qualcuno sosterrà che piccolo è brutto e che l'Umbria ha fatto il suo tempo anche se la sua sagoma informe compare nelle cartine geografiche della storia d'Italia da tanti secoli. Certo, cancellare l'Umbria e salvare altre regioni più grandi ma di certo non più virtuose, non sarà un gran miglioramento per nessuno, ma questo è. Forse è già tardi, ma bisognerà almeno provare a cambiare le cose in questa regione. Non basterà accorpare qualche ente intermedio o cancellarne qualche altro e non basterà una razionalizzazione dell'esistente, una operazione che consenta pur sempre un qualche risparmio. Le Regioni non erano state concepite soltanto per il governo dell'economia ma per riformare lo Stato, anzi, come rivincita della società civile sullo Stato, come grande occasione democratica. Beh, abbiamo fatto ancora poca strada. Toccherà all'Umbria dimostrare di essere "donna di province", cioè terra dal linguaggio evoluto e aperto al mondo. Non c'è altro modo per salvarsi.
                                                                                                                                                                      renzo.massarelli@alice.it
(per sabato 3 settembre 2011)   



Renzo Massarelli

Inserito lunedì 5 settembre 2011


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Commenti

Nome: rosamaria lattanzi
Commento: basta a riempirsi di parole come democrazia, la gente dovrebbe risvegliarsi e smettere di lamentarsi cambiando schemi e credenze. le istituzioni sono solo luogo di affermazione di personalità che hanno a cuore creare il proprio spazio personale o poltrona..credo che sia necessaria uan grande riforma ... la politica ormai ha perso il senso etico della rappresentanza meno istituzioni ci sono meglio è per il cittadino costretto a pagare tributi per forme di mafia legalizzata....

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