04/07/2020
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La bella Gigogin
Un po’ storia… un po’ leggenda

In molti, in tanti, nel corso di quest'anno, hanno festeggiato il cosiddetto 150° dell'Unità d'Italia, allora Regno, incompleto e controverso, oggi Repubblica, completa ma non compatta. Non spetta a me il giudizio. Poteri soltanto esprimere una opinione personale in proposito. Ma da come stanno andando le cose, chiunque non può non biasimare l'operato dei nostri 'governanti'.
Peraltro, pur ritenendo che "nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà", io stesso ho e voglio ricordare tale anniversario, non tanto per celebrarlo od osannarlo, quanto per rimembrare quante persone, uomini e donne, bambini e adolescenti, giovani e anziani, dai tempi del lungo periodo risorgimentale sino ad oggi, passando per due Grandi Guerre, con milioni di morti, e per la lotta partigiana di resistenza al nazi-fascismo, e altro ancora, si sono prodigati, in varie maniere e modalità, nel corso dei decenni, per tale obiettivo di Unità, e che per il medesimo si sono sacrificati, o ne sono state vittime innocenti.
 
In tale contesto lo voglio fare con due o tre paginette dedicate alle figure femminili di tali imprese, anche eroiche, e nella fattispecie alla figura 'leggendaria' della bella Gigogin.
  
Daniele Crotti


La bella Gigogin
un po’ storia… un po’ leggenda
(ancora alcune note, storico – musicali, sul nostro Risorgimento ed in particolare su una delle non poche donne che agirono e lottarono, combatterono e si sacrificarono, per l’Unità d’Italia)

Rataplan! Tambur io sento
Che mi chiama alla bandiera.
Oh, che gioia, o che contento
io vado a guerreggiar.
Rataplan! Non ho paura
delle bombe e dei cannoni;
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.
E la bella Gigogin
col tramilerilerela
la va a spass col so spingin
col tramilerilelà.

Di quindici anni facevo all’amore,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a sedici anni ho preso marito,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuore;
a diciassette mi sono spartita,
daghela avanti un passo, delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra;
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta incipriada,
la dis, la dis, la dis che l’è malada
per non, per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza,
lassàla, lassàla, lassàla maridà.

Le baciai, le baciai il bel visetto,
cium, cium, cium,
la mi disse, la mi disse: oh che diletto
cium, cium, cium,
là più in basso, là più in basso in quel boschetto,
cium, cium, cium,
anderemo, anderemo a riposà
ta – ra – ra – tà – tà.
(versione reperita in: ‘Canti della montagna’, Turismo Scolastico del TCI, marcopolo, n. 3-4 dicembre 1965)

In molti sanno che ‘La bella Gigogin’ è un canto risorgimentale, un canto patriottico. Molti sapranno che tale canto è entrato di fatto nel repertorio dei Canti dei Bersaglieri (sin’anche nell’“equivoco mondo dei canti di montagna”, come potrebbe sostenere il Vettori), in tanti, o forse non tanti, sanno che era il ‘canto più cantato’ sul Lombardia e sul Piemonte che portava i mille e più di Garibaldi da Quarto a Marsala: forse perché la maggior parte erano lombardi, nella fattispecie milanesi, ma anche piemontesi e comunque soprattutto provenienti dalle regioni del nord (più che del centro – nord), quelli che erano partiti per la ‘spedizione dei Mille’ al comando di Giuseppe Garibaldi? E fu proprio questa la canzone, o comunque soprattutto questa canzone che unì nell’animo lo spirito di quei volontari che ebbero l’ardire di imbarcarsi a Quarto nel 1860 che li rese ‘fratelli e compagni’ di una decisamente ardimentosa e ‘strampalata’ – nonché complessa - impresa.
Ma non tutti sanno, forse, come e quando nacque questa canzone. Chi fu, se mai lo fu, la ‘bella Gigogin’, e così via. Certo, se andate online, in Internet, utilizzando un qualsivoglia motore di ricerca, Google per esempio, forse il più utilizzato, vi appariranno un centinaio o può darsi di più di siti ove consultare il canto e la sua storia, anche se sovente le cose sono ripetute e troppo ci si sofferma a sottolineare chi cantò o suonò, in tempi attuali (o quasi), tale ‘inno patriottico’, da Gigliola Cinquetti a Orietta Berti ad Amanda Rodrigues, e tanti altre ed altri ancora, cavalcando quell’onda della riscoperta dei canti di tradizione orale che il Nuovo Canzoniere Italiano aveva avviato.
Un passo indietro.
Io stesso, oltre al supporto di tanti libri letti su Garibaldi e i suoi Garibaldini, con quanto precedette e seguì a quella storica impresa, aiutandomi col ricorso ad alcuni siti online, ho cercato di ricostruire e di riassumere per il lettore e il curioso – in senso positivo inteso, evidentemente -, la ‘storia’o ‘la leggenda’ di questa ‘nostra ‘bella Gigogin’.
Nella sede della Sezione Garibaldina della Società di Mutuo Soccorso di Perugia, credo sia depositato l’elenco ‘ufficiale’ dei mille (e più) che da Quarto (Genova) salparono all’inizio di maggio del 1860 alla volta della Sicilia, con scalo a Talamone (chi qui scese e chi qui salì a bordo per potere sbarcare alfine in quel di Marsala). Una sola donna, da uomo travestita, sembra essere stata partecipe diretta al viaggio con i due piroscafi di Rubattino (anche questa una storia complessa); era Rose Montmasson, la moglie di Francesco Crispi. Ma secondo altri, ve ne furono più d’una, sempre travestite da ‘uomo’, o altre seguirono su altre imbarcazioni, pochi giorni dopo, il Piemonte e il Lombardo con Garibaldi, Bixio e tutti gli altri mille e più. Ma, nello spazio e nel tempo, molte altre ancora, di donne intendo dire, parteciparono al Risorgimento, che è difficile datare: azzardo dal 1848 al 1861 (ma sicuramente iniziò prima e perdurò ben oltre il 1861 e oltre il 1870, l’anno della ‘presa’ di Roma).
In altre parole, non poche, o in ogni caso non pochissime, furono o sono state le donne che si batterono per la causa italiana, a volta anche pagandone di persona, con la loro morte: le cosiddette ‘donne risorgimentali’. Alcuni nomi: l’umbra Colomba Antonietti, per esempio, Tonina Marinello, la ‘Contessa di Castiglione’ (e perché no), Rosa Donato, le contesse Martini della Torre (in particolare Maria Martini Giovio della Torre), Virginia Oldoini, la ‘pia’ Cristina Trivulzio, Giuseppina Lazzaroni, Luigia (o Luisa) Battistoni, Erminia Mameli, Maddalena Donadoni Giudici, Laura Solera Mantegazza, e chissà quante, altre, ancora (senza dimenticare, ci mancherebbe altro, la stessa Anita Garibaldi!).
Ma torniamo al 1948 e alla nostra ‘bella’, la nostra ‘Bella Gigogin’.
Si narra che il 22 marzo del 1848 (leggo da ‘La cambiale dei mille e altre storie del Risorgimento’, di Massimo Novelli, Interlinea Edizioni, Novara, 2011), durante le Cinque Giornate [di Milano, l’ultima], da una delle barricate di Porta Tosa [ora Porta Vittoria] sgusciò fuori una ragazza bellissima. Tremava per il freddo. Si seppe che era fuggita dal collegio e che aveva deciso di battersi con i patrioti. Luciano Manara la incaricò di portare un messaggio urgente allo stato maggiore dell’esercito sardo (a La Marmora, colonnello dei Bersaglieri). Eseguì l’ordine. Ritornata a Milano, fece la vivandiera degli insorti [con sua immensa felicità], e conobbe Goffredo Mameli.
Tra i due nacque, sembra, un grande amore, ma la Gigogin, che è vezzeggiativo piemontese (anche lombardo?) di Teresina, dovette seguire i volontari di Manara al fronte [un'altra fonte mi dice che Gigogin vezzeggia Teresina, il nome carbonaro dato alla Lombardia]. A Goito fu in prima linea, a soccorrere e a dar da mangiare ai soldati di Carlo Alberto. L’esercito sardo venne sconfitto, la Gigogin riprese la strada di casa, destinata nuovamente al collegio. Cammin facendo [ma v’è chi dice successivamente, perché dal collegio riscappò almeno un’altra volta e v’è chi azzarda che raggiungesse Roma, nel 1849, per stare vicino a Mameli, che nella difesa della Repubblica Romana, come in molti sanno, fu ucciso], le venne da cantare un ritornello, quel «Daghela avanti un passo» che diverrà famoso, con cui avrebbe voluto invitare i suoi compagni a riprendere la guerra contro l’Austria [secondo altri era un invito specifico rivolto, pochi anni avanti, al successore di Carlo Alberto, ovvero Vittorio Emanuele II, affinché si decidesse a ‘muovere il culo’ contro l’odiato nemico austriaco].
Sarà poi andata veramente a Roma per morire a fianco del suo Goffredo nel ’49? Chissà. Della bella Gigogin nessuno sentì più parlare. Era veramente esistita? Nessuno lo sa (e nessuno seppe peraltro mai il suo vero nome). Ma la leggenda narra che il suo fantasma avrebbe assunto sembianze umane, guarda caso quelle di una vivandiera, nelle battaglie della guerra del ’59: a Magenta, a San Martino.
Al termine dei combattimenti sarebbe scomparsa.
Certo è che la canzone a lei dedicata, opera di un anonimo [ispiratosi ad un ‘mosaico’ di canti popolari lombardo – piemontesi] e musicata [nel 1858] da Paolo Giorza, cominciò a circolare a Milano e pare tra le truppe di Napoleone III, in quel ’59, riscuotendo un enorme successo [vi è chi afferma che sarebbe stato lo stesso ventitreenne Manara, amante della musica, a scrivere le parole del testo e chiedere al sedicenne (!) Giorza a musicarla (quest’ultimo morì in miseria nel 1914 a Seattle!)]. Se nel “dàghela avanti un passo” c’è il perentorio invito a marciare oltre il Ticino, nello “mangiar polenta” c’è il giallo dell’odiata bandiera austriaca, e, il “bisogna aver pazienza” rimanda alla speranza del ‘matrimonio’ tra regno sabaudo e l’alleato francese i cui zuavi, nella battaglia di Magenta (per l’appunto) intoneranno quel canto, che risuonò anche sulle bocche dei milanesi, nella notte del 31 dicembre 1858, sotto le finestre del vicerè austriaco. E chissà se, nella quarta strofa, il fidanzamento, il matrimonio, la separazione della nostra ‘bella’ giovane non vogliano alludere alle intese e contro intese, alleanze e contro alleanze che in quei decenni successero. La canzone fu scritta, ovviamente e sostanzialmente, in dialetto onde non farsi capire dagli austriaci, per divenire il canto ufficiale nella II guerra d’Indipendenza, e uno dei più popolari del nostro Risorgimento.
Fu la Banda Civica di Milano che l’ultimo dell’anno del 1858 (e quindi nella notte del capodanno del 1859) la eseguì pubblicamente, tra l’entusiasmo della folla, al Teatro Carcano a Milano, a mo’ di polka, diretta dal maestro Gustavo Rossari. L’entusiasmo con il quale la canzone venne accolta raggiunse il delirio, al punto che la banda dovette eseguirla otto volte, quasi segno premonitore di quello che fu l’entrata delle truppe franco-sarde nella città meneghina liberata dopo la vittoria nella battaglia di Magenta (ove Mac Mahon batté il generale Giulaj). Diventò poi il vero inno dei Cacciatori delle Alpi e dei Mille, e loro portarono la Gigogin «fresca e graziosa, da Quarto al Volturno», nel maggio del 1860.
Pensate che dopo l’unificazione d’Italia ci fu addirittura chi propose di farne l’inno nazionale. Non arrivò a tanto, ma apprendo che ancora oggi è o sarebbe la canzone ufficiale dei Bersaglieri.
Racconta Giuseppe Cesare Abba, uno dei narratori delle vicende dei Mille, che “a volte bastava anche solo l’apparire di Garibaldi a scatenare il canto della Gigogin”.
Leggo anche che la “Gigogin”, nonostante Mameli fosse già eroicamente morto a Roma nel ’49, aveva avuto dunque il sopravvento su tutti i canti patriottici del tempo, e persino sugli inni nazionali degli eserciti stranieri. Ogni battaglione, ogni compagnia trova la sua Gigogin al fianco. A S. Martino, porta acqua, bende e munizioni (già ne accennai più sopra) fino all’ultimo, fino a quando in un turbinio di fuoco riscompare alla vista degli uomini. Non si presenta a ritirare le medaglie, gli encomi. Nessuno la ritrovò più; anzi da quel giorno fu dovunque, nelle marce sotto le stelle e sotto il solleone, per generazioni e generazioni di bersaglieri, a cadenzare il passo e rendere meno tristi gli affetti lasciati.
Gli aneddoti riguardanti la “vera” “bella Gigogin” ci dicono che fosse bella, giovane, discinta e senza troppi scrupoli morali; a dire che non si limitava a rifocillare i soldati e portare ordini e vettovagliamenti, ma che li allietasse anche in altri modi, concedendo le sue grazie con molta facilità.
Recentemente ho assistito ad uno spettacolo del Coro ‘Armonia e Tradizione’, di Perugia, un Coro che canta e suona canti e musiche di tradizione soprattutto umbre, nel cui repertorio figura anche ‘La bella Gigogin’, proposto al pubblico probabilmente quale personale tributo al 150° dell’Unità d’Italia, e cantato nella versione di cui sopra. L’ho ritenuta cosa apprezzabile.



Daniele Crotti

Inserito lunedì 5 settembre 2011


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Commenti

Nome: N ene
Commento: Al sesto capoverso, dopo il testo del canto, l'anno 1948 va inteso come 1848! Grazie e scusate la svista.

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